Turchia, ecco perche’ a Erdogan non piace Twitter

Scritto da:     Tags:  , , , ,     Data di inserimento:  13 giugno, 2013  |  Nessun commento
13 giugno, 2013
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Come è risaputo, il Primo Ministro Turco Erdoğan non ha in simpatia l’uccellino della rete, Twitter. Una posizione condivisa anche all’interno del suo partito AKP, dove uno dei massimi esponenti ha definito Twitter più pericoloso di una auto-bomba perché “‘l’esplosione di una auto-bomba sarebbe limitata, ma un tweet riempito con bugie e calunnie può portare a un clima di conflitto”.

L’analisi condotta da Barbera e Metzger alla New York University ha ben evidenziato il ruolo di coordinamento interno avuto dal sito di micro-blogging durante le manifestazioni. Sebbene questo spieghi in parte gli arresti di Izmir e Adana, e le affermazioni sopra riportate, spiega solo in parte il bisogno sentito di “regolamentare” e “responsabilizzare” ‘l’utilizzo dei socialnetwor da parte del partito di governo.

Recentemente Ebrandvalue, una società con sede a Istanbul che analizza i dati dei social media per la misurazione della forza dei brand, ha analizzato le proteste su Twitter in un arco temporale che parte dal 27 Maggio al 7 Giugno, facendo emergere alcuni dati interessanti.

Biz %99 (Siamo il 99%)

Nonostante il Primo Ministro abbia un account Twitter con circa 3 milioni di follower, nel periodo analizzato è emerso che il 99% dei Tweet erano a favore di #occupygezi, mentre solo 1% a supporto di Erdoğan quasi a replicare, per ironia della sorte, il “we are the 99%” che caratterizzò #occupywallstreet.

Fig.1 – Ebrandvalue – Sentiment della Twitter Sfera

Dersim e Hatay

Il secondo elemento di riflessione è dato dalla georeferenziazione dei tweet attraverso gli hashtag. Va detto che in questi giorni sono stati utilizzati hashtag specifici per ciascuna città in cui si sono svolte le proteste. Tali tag erano composti da #diren (parola turca per occupy) seguito dal nome della città (#direngezipark, #direnankara, #direnizmir, ecc.).

Sebbene ci si potesse aspettare Istanbul al primo posto, in realtà la città con maggiori menzioni è stata Dersim (oggi nota come Tunceli), paese di “soli” 80.000 abitanti posta a est del paese dove la maggioranza della popolazione é Curdo Alevita e solo una minoranza sunnita (all’islam sunnita si rifà il partito AKP).

L’altro grande centro di protesta on-line è Hatay (conosciuta meglio come Antiochia), collocata a sud-ovest della Turchia ai confini con la Siria. Qui la metà della popolazione è Arabo-Alawita, che supporta Assad e che per questo è contrario al Governo Erdoğan.

Infine è interessante la posizione di Rize, il paese di origine di Erdoğan. Qui la maggioranza della popolazione è pro-governo. Il numero di citazioni, anche se la ricerca non lo evidenza, potrebbero essere giustificate da un episodio di qualche giorno fa, dove per poco è stato evitato il linciaggio dei manifestanti da parte di sostenitori del governo e che  per le dinamiche aveva richiamato alla mente il tragico episodio di Sivas.

Fig.2 – Ebrandvalue - Città incluse nel hashtag #diren

Conclusione

Integrando le analisi di Barbera-Metzger e Ebrandvalue abbiamo un quadro abbastanza completo per delineare una interpretazione sull’approccio del Primo Ministro nei confronti dei social media:

1) strumento di coordinamento e comunicazione. Barbera e Metzger hanno ben evidenziato come Twitter abbia svolto funzioni di comunicazione tra i manifestanti e siano serviti per ridurre gli impatti degli scontri. E’ chiaro che, colpendo il canale di comuniczione principale, si va a ridurre la possibilità di organizzarsi.

2) Twitter è contro il Governo. I dati parlano chiaro e mostrano che gli attivisti di AKP non ne fanno un ampio utilizzo. Da un punto di vista elettorale, quindi, la limitazione non porterebbe alcun danno. A questo si aggiunga che attraverso Twitter e Youtube sono stati diffusi video  di scontri i cui contenuti hanno alimentato la protesta.

3) Terzo, ma non ultimo, è stato lo strumento principale nelle zone che politicamente sono già anti-governative e, soprattutto, ha dato loro voce. İl Ministro dell’Educazione, a pochi giorni dagli scontri, aveva detto che il Governo era riuscito laddove le opposizioni avevano sempre fallito: unire il popolo. A quanto pare i dati gli danno ragione.

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