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Dell’aratro, del progresso, delle imprese e della psicologia della Pubblica dis-Amministrazione

Dell’aratro, del progresso, delle imprese e della psicologia della Pubblica dis-Amministrazione
5 minuti di lettura

Ottimo, dopo Forum PA e varie storie d’incontri conviviali ci si ferma sempre un pò a rileggere gli avvenimenti. Ho apprezzato moltissimo le visioni più o meno critiche emerse qui tra i pioneri e in giro per le varie community. Per motivi professionali ho latitato, come spesso faccio mio malgrado, dai vari consessi. L’aratro, pure digitale, non si può abandonare al suo destino col pilota automatico. Però ascolto e osservo molto quello che accade specialmente al Forum in cui le PA vanno a sciorinare cose fatte davvero, cose fatte poco e male, cose fatte senza capirne il perché e per come. Ho sentito autocritiche mai rilevate prima d’ora tra gli stessi dirigenti pubblici. E’ un’evoluzione, una qualche parvenza di avvio al cambiamento, al ricambio generazionale e metodologico? La domanda sorge spontanea e consequenziale: ma il paese è indietro perchè la PA è arcaica e fetente oppure la colpa è di cittadini e imprese? La PA a volte fa autocritica, ma mai marcisa indietro o accelerazione in avanti sufficientemente dinamica, competente e veloce. Ebbene qui  il dilemma è amletico, anzi pennuto e oviparo visto che siamo in piena bagarre da attualizzazione dell’Agenda digitale. Processo lento, eppur si muove, che parte dall’alfabetizzazione, finalmente si da priorità e spazio alla cultura digitale.

Imprese e cittadini hanno una dimestichezza con le nuove tecnologie certamente maggiore almeno in termini di ‘consumo’ e skill di base rispetto a chi ‘serve’ nel mondo pubblico. In alcuni casi di gran lunga superiore, specialmente tra le imprese. Moltissime imprese italiane hanno un grado di digitalizzazione tanto superiore all’ecosistema pubblico che le circonda da esser divenuto impossibile che la PA serva quelle imprese in maniera efficiente ne tantomeno efficace. In tal caso l’impresa subisce l’impatto dell’ecosistema sulla propria competitività e pensa a delocalizzare, a fuggire, o peggio subisce la decrescita obbligata. La colpa non è certo dell’imprenditore o dei suoi dipendenti, eppure sono loro a subire una PA dissestata culturalmente, non solo finanziariamente. Cittadini che si recano all’anagrafe e aiutano il funzionario comunale a sbloccare il ‘terminale bloccato’. Aziende che operano con metodi, tecniche e tecnologie che alla propria Camera di Commercio  sono totalmente sconosciute.

La cosa divertente e – francamente – anche demoralizzante è che quando il cittadino si fa ‘ufficiale pubblico’ spesso ‘perde la scienza’, il suo progresso personale si fa segreto rispetto al suo esprimersi lavorativo, spesso mette un cappello da burocrate, cambia status sociale e dimentica il dinamismo gestionale classico di una persona ormai abituata nella propria vita civile a trovare il miglior prezzo prima di acquistare, E’ emblematico che un individuo a casa propria utilizzi il trattore con aria condizionata, e nell’ufficio pubblico torni all’aratro o quantomeno utilizzi il trattore spingendolo come un aratro.

C’è un problema di cultura di base (il funzionario non formato), di approccio culturale al dovere di un funzionario pubblico (la persona skillata che nel posto pubblico perde la scienza), ma esiste un altro problema ben più articolato. Ovvero, benché sia avvertita da tutti l’esigenza di semplificare e velocizzare le procedure amministrative per favorire lo sviluppo di impresa e territorio, sono evidenti gap marcati tra offerta e utilizzo effettivo dei servizi, ciò evidenzia come, essendo forte e scontata la domanda, sia proprio il metodo di realizzazione ed erogazione dei servizi e-Gov ad essere “bacato”’.

Il gap tra offerta di servizi pubblici online e utilizzo effettivo degli stessi è tema da affrontare a livello UE se, come accade in molti paesi dell’Europa del Nord, quando l’offerta è elevata persistono barriere d’ingresso di carattere culturale e generazionale (suggerisco vivamente questa lettura ‘olandese’). L’utilizzo scarso degli strumenti online non può però costituire una scusante per qualunque ritardo da parte delle P.A. nell’introduzione di strumenti innovativi. Innanzitutto per l’ ‘impatto organizzativo’ che, quando snellisce i processi e ottimizza i costi, rappresenta un importante passo avanti delle P.A., ancor prima di valutare l’impatto positivo o meno sull’utenza finale, sia essa impresa o cittadino. Cambiamento in atto, lento ma inesorabile che dovrà riformulare il paradigma relazionale che ha legato cittadini-imprese-PA nell’ultimo secolo. Sistema di relazioni fin troppo spesso spesso borderline col malaffare e l’ignoranza e che ha fatto si che mentre negli ultimi 20 anni molte parti del mondo post-moderno andavano avanti, l’Italia si manteneva arcaica e gattopardesca.

Ciò stabilito, va considerata la diffusione del sapere digitale tra gli utenti nella PA, in parte diffidenti  in parte ignoranti sull’uso della rete. Un ritardo culturale dovuto anche alle insufficienze dell’offerta e alla carenza delle infrastrutture immateriali in alcuni contesti, ma soprattutto ad una adozione non adeguata di strumenti e metodi innovativi legati alle TIC nel sistema educativo/formativo.

L’origine di questi “bachi” è sia strutturale che culturale: la difficoltà di accesso ai servizi; la diffusione ancora limitata della banda (non solo quella larga, ma anche quella con uptime dignitosi); la diffidenza nei confronti di internet; la insufficiente preparazione tecnica degli amministratori pubblici (e a volte, ahimè, degli imprenditori ) refrattari a passaggi generazionali; a cui  si aggiunge, in alcuni casi, la percezione della scarsa utilità dell’offerta. Da tutto ciò risulta evidente una forte lacuna di carattere strategico, in assenza di piani consistenti e coerenti che si sviluppino sul lungo periodo consentendo, nell’arco di 5-10 anni, di intervenire in maniera integrata in primis su educazione, formazione, corsi universitari, investimenti in infrastrutture di rete sia materiali che immateriali. E sulla formazione e ccoaching allo sfruttamento delle nuove tecnologie da parte dei funzionari pubblici. Questo ultimo fattore, nella esperienza di molti specialisti che si muovono in maniera organica nella PA .

Foto del profilo di Nicola Christian Rinaldi
Nato a Napoli nel 1971, Laureato presso la School of Oriental and African Studies di Londra nel 1995 frequenta poi il King’s College - sempre a Londra – per un Master interdisciplinare in Mediterranean Studies. Rientra in Italia nel 1998 – dopo oltre 15 anni di esperienza accademica e professionale tra Lussemburgo, Bruxelles, Parigi e Londra – e consegue una borsa di studio MIUR per un Master interdisciplinare in Modelli di Complessità. In oltre 20 anni, sin dalle prime esperienze professionali dei primi anni '90 presso le Istituzioni Europee nel G.D. del Lussemburgo, si occupa con continuità di sviluppo dei tecnologie new media e di strategie di valorizzazione della conoscenza, ricerca applicata ed efficienza delle strutture organizzative, di concept design e innovazione di prodotto e processo. Dal 1996 a più riprese si è occupato di progetti di eGovernment, eBusiness e Quality of Service (design & delivery), di comunità virtuali e social media in ambito pubblico e privato. Oltre a gestire proprie aziende dei settori internet (www.advenio.it e www.i-sud.it) e educazione (www.littlegenius.it). Cultore di storia, lingue, culture orientali e mediterranee è appassionato studioso di organizzazioni sociali, spirituali e civili, postmodernismo e meridionalismo, sistemi di conoscenza e teorie della complessità, elementi del sapere che ricombina nell’attività professionale. Negli anni opera in aziende pubbliche e private in qualità di Temporary Manager, occupandosi di sviluppare strategie d’innovazione, agendo su Qualità, Ricerca, Web, Sistemi informativi e Progetti internazionali (Programmi quadro UE). Ha frequentato accademicamente e professionalmente personaggi come Edward de Bono, Anthony Giddens, Sudipta Kaviraj, Alexander Pyatigorsky e Edward Said, filosofi, psicologi e orientalisti di cui ha assorbito la forte propensione al pensiero speculativo. Dal 1990 Pubblica storie a carattere surrealista in lingua francese e gestisce vari blog e social network sotto pseudonimi fino al 2008, quando Facebook comincia a monopolizzare il tempo online. Conosce le lingue francese, inglese, italiano e spagnolo. Investe attraverso fondi di microcredito in microimprese femminili in Asia, centro-America e Medioriente. La sua prima pubblicazione è L'Innovazione Integrata Ed. Maggioli (www.ibs.it/code/9788838774690/cipollini-claudio/innovazione-integrata.html)

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