Benvenuti nella societa’ della rete

Scritto da:     Tags:  , ,     Data di inserimento:  7 giugno, 2013  |  Nessun commento
7 giugno, 2013
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Societa’ della rete, termine ampio come il web. Si può definire così la stessa societa’ in cui viviamo, dato l’impatto pervasivo delle tecnologie in ogni aspetto della vita individuale e sociale. Le tecnologie sono ovunque, le utilizziamo come strumenti di uso quotidiano.

Chiavette usb, smartphone, pc, tablet ci accompagnano. Caratteri alfanumerici di pin e password sono conservati nella nostra memoria come preziose chiavi di accesso a spazi di quella rete, che siano mail, siti, pagine, blog, social network.

Societa’ della rete è sicuramente definizione adatta all’epoca attuale. A dire il vero forse è espressione troppo forte se impiegata nel contesto italiano caratterizzato da una diffidenza ancora importante per le nuove tecnologie. Diffidenza che si traduce in divari digitali, nella conservazione di modelli di processo non più attuali, in resistenze culturali al cambiamento. Diffidenza che fa sì che quegli strumenti non siano ancora così di uso comune o almeno non lo siano per tutti.

Ma in questa riflessione l’utilizzo di “societa’ della rete” vuole essere più modesto per intendere quella comunità che si occupa della rete, di innovazione, di nuove tecnologie. Solo uno spaccato della società italiana. Ma che in parte se ne differenzia. E mostra alcune caratteristiche interessanti.

La comunità della rete si serve fortemente del mezzo di comunicazione delle nuove tecnologie: sono strumenti di lavoro e di utilizzo comune google drive, mailing-list, videoconferenze, wiki, eventbrite, social network. Il fatto stesso di utilizzare la rete provoca quasi automaticamente una maggiore propensione all’inclusione.

Perché alcuni di quegli strumenti funzionano con la condivisione e la collaborazione. Si nutrono di intelligenza collettiva. L’apertura di un wiki anela di per sé al contributo di più persone possibili. Un wiki chiuso è un nonsense. Emergono già negli strumenti alcune caratteristiche: apertura, condivisione e collaborazione (lo strumento nasce aperto, pronto alla condivisione e matura con la collaborazione).

Concetti che non si fermano allo strumento usato, ma diventano modus operandi della società della rete. Ne deriva una minore attenzione alla “proprieta’” e alla competizione individuale, perché la rete è vasta, è piena di progetti e quindi per fare qualcosa di buono è essenziale avere buone idee, avere apporti diversi e qualificati, contributi che possano fare la differenza nel mare magnum.

E allora più menti, più caos creativo, più possibilità di generare buone idee. L’innovazione genera del resto dalle persone, dalle loro relazioni, dai contatti fra le idee che si possono trasformare in nuove soluzioni e inediti prodotti. Certo il sistema anche nella rete si inceppa: chi prova a replicare usi e costumi della società tout court, che cerca di portare avanti logiche esclusive o elitarie, individualistiche e competitive.

Ma quando questo accade, è visto come un problema, come un’interruzione al buon fluire delle idee e dei progetti. Un bug, per restare in gergo informatico. Invece nella realtà della società “in carne ed ossa” l’inceppamento è considerato la norma: sono pochi gli ambiti dove prevale la condivisione, la collaborazione e il riuso di buone pratiche. Al contrario prevale ancora la logica di feudi con nuove forme di vassalli, valvassini e valvassori.

L’Italia dei campanili, già. L’ottica del recinto ampio o del piccolo orticello, ma diviso comunque da un prudenziale steccato. Nella rete la logica open è più naturale, consegue al luogo dove si è. Come aver caldo alle Maldive.

Apertura e ampiezza portano spesso a non conoscere neanche “fisicamente” con chi si lavora, a conoscere soltanto virtualmente chi è nello stesso progetto, chi collabora alla riuscita dello stesso evento. La mancanza di conoscenza o di frequentazione “fisica” ha un’altra conseguenza fondamentale: si emerge per ciò che si dice, cosa si fa e come si fa e più difficilmente dominano logiche clientelari di conoscenza.

Viene prima la conoscenza “sul campo” e poi quella di persona, senza invece che avvenga il contrario, ossia la conoscenza che spinge a inserire qualcuno in un determinato ambito. E’ permesso crescere, essere ascoltati e coinvolti. Emerge più facilmente il merito. Unico necessario documento d’ingresso: la voglia di fare e possibilmente una buona dose di entusiasmo.

Intendiamoci: non è comunità che vive nella tecnologia e nella virtualità. I momenti di incontro “fisico” ci sono, sono importanti, ma complementari al lavoro virtuale che permette di vivere dall’altra parte dello stivale e portare avanti insieme un progetto, scrivere a più mani un paper, organizzare un evento. La logica sottesa è diversa. Si parte dal mare ampio e non dal lago, stagno o piscina che sia.

E’ bene ripetere che coloro che cercano di chiudere ci sono, ma il tentativo spesso li fa finire in trappola. E’ più forte la spinta alla condivisione. Questo porta anche ad essere esposti più facilmente a critiche, a non poter evitare smentite, commenti, correzioni. Il mare aperto si sa è pieno di pericoli. Ma l’aria è buona, si respira a pieni polmoni.

Il lavoro condiviso genera un’altra fondamentale conseguenza: porta a ragionare in modo conforme allo strumento che si utilizza, ossia “a rete”, in modo non gerarchico e a-centrico. Collaborare e partecipare diventano verbi di uso comune. E la leadership emerge, non si impone. Come del resto sarebbe fondamentale in ogni contesto. Il proprio spazio si crea, senza necessariamente togliere spazio agli altri.

Molti appartenenti alla comunità della rete non condivideranno certo questo approccio che necessariamente pecca di una dose di generalizzazione che non ne va certo a merito. Una visione forse troppo ottimistica o edulcorata. Non sono tutto oro i fili della rete che luccicano. Forse.

Ma quello che spinge a riflettere è che se quelle caratteristiche, quella logica partecipativa, quell’approccio aperto e non diffidente contagiasse per osmosi la società, probabilmente avremmo qualche barriera in meno e forse anche qualche risultato o quanto meno speranza in più.

Interessante può essere riflettere sul mutuare il buono che nella rete c’è in queste sue caratteristiche intrinseche. E invece troppo spesso si nomina la rete nel suo aspetto anarchico e poco controllabile, arrivando persino a confondere lo strumento con chi lo usa per commettere reati e credendo che limitare e regolamentare porti alla soluzione. Tutt’altro: vincoli e censure limiterebbero queste caratteristiche positive e niente o poco potrebbero su usi illeciti o erronei dello strumento.

Invece se nel contesto bloccato, fermo se non immobile, con logiche che prediligono la fedeltà al talento, ci si interessasse di più agli aspetti positivi della rete per la costruzione di una società aperta? Tante caratteristiche della rete se diffuse nella società potrebbero contribuire a sbloccarla dalle paludi in cui troppo spesso si arresta.

Se poi a leggere di apertura, condivisione e collaborazione, qualcuno si spaventerà o avrà malori per la sensazione di mare aperto, poco male: non resta che alzare le spalle e rispondere con il ricorrente leitmotiv: E’ la rete, bellezza!

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