Affermare il senso dell’innovazione: alla politica manca la strategia

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5 giugno, 2013
Innovazione-progresso

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Tra i convegni, i libri, i ricordi di proposte e interventi di diversi anni fa emerge un elemento costante che si frappone tra le tante potenzialità di questo Paese e la costruzione di una visione collettiva di futuro, che passa anche dalla rivoluzione digitale. Ed è l’incapacità politica di comprendere il senso dell’innovazione.

La politica che non orienta ma asseconda

Alla presentazione-recital del nuovo libro di Michele Mezza “Avevamo la luna” ci si interrogava sul cosa era mancato all’Italia per far diventare capitale collettivo il potenziale enorme di sapere e di capacità tecnologica e di visione sociale manifestato nei primi anni Sessanta e simboleggiato da Adriano Olivetti e le teorie di Comunità, da Piergiorgio Perotto e la Programma 101, dagli sviluppi dell’industria chimica, dall’imprenditorialità matteiana dell’ENI. Un’Italia all’avanguardia su molti campi e capace di indicare la strada del cambiamento lì dove negli altri Paesi Occidentali ci si proiettava nello sfruttamento massivo di un “progresso” vissuto come terra ormai conquistata.

La risposta è, credo, in quella che il presidente del Censis De Rita ha definito l’incapacità (o la scelta, “andreottianamente”) della politica di porsi come guida e di fornire un orientamento. Naturalmente in un contesto particolare, come quello degli anni Sessanta, che riconosceva la spartizione del mondo in due aree e con due sovranità assolute da non disturbare (USA, URSS).

Ma anche adesso che il contesto internazionale è cambiato, la politica nazionale continua a non dettare la strada, ma ad assecondare, a seguire, a mediare, con il fine di consolidarsi, di controllare. Anche per questo non abbiamo una visione di medio termine, il nostro Piano Energetico non riesce ad andare oltre una prospettiva di qualche anno e non abbiamo ancora una strategia sul digitale, una visione del futuro di questo Paese.

E il disagio si riflette anche nelle iniziative, pur lastricate di buone intenzioni, di “ascolto” della società civile da parte delle istituzioni, dove per ascolto si dovrebbe intendere l’attuazione di un confronto bidirezionale, o meglio a rete, all’interno di un percorso strategico condiviso e coprogettato.

Un esempio l’ultimo incontro al ForumPA su “Open Government Partnership”, in cui i rappresentanti istituzionali, dopo i loro interventi, non hanno partecipato al confronto con le organizzazioni della società civile invitate ad intervenire. Un confronto che non si collocava, questo il punto, in un percorso strategico. Perché manca un percorso strategico.

Tecnologia e beni comuni

Ma c’è un altro spunto che credo sia importante cogliere da uno dei tanti interessanti dibattiti di ForumPA, ed è l’esigenza di anteporre l’attributo “Human” al termine ormai di moda (e come tale inflazionato e sempre più privato di un significato condiviso) “Smart City”.

Human Smart City, dunque, per affermare la centralità del fattore persona, del fattore “umanistico”, ma anche, purtroppo, testimonianza della prevalenza del significato della Smart City come città digitale, a dispetto di convegni, libri (ultimo quello di Michele Vianello), articoli, iniziative in cui si afferma che la Smart City esiste solo in quanto esiste una visione di comunità, una strategia di futuro, e quindi orientata dalla qualità e dal benessere delle nostre vite. Ancora la difficoltà di individuare un percorso di futuro, di orientare.

Eppure una bussola inizia a farsi largo, ed è il valore dei beni comuni, che può essere a fondamento delle scelte politiche perché richiede una prospettiva di medio termine e un esercizio di scelta, una direzione da intraprendere, una strategia da condividere. Lo richiede perché all’interno della sua stessa definizione, che può essere estratta da un fondamentale articolo di qualche anno di Stefano Rodotà,

i beni comuni sono quelli funzionali all’esercizio di diritti fondamentali e al libero sviluppo della personalità, che devono essere salvaguardati sottraendoli alla logica distruttiva del breve periodo, proiettando la loro tutela nel mondo più lontano, abitato dalle generazioni future.

La trasformazione profonda che e’ necessaria

E quindi torniamo alla riflessione di avvio: tra i tanti elementi necessari perché l’Italia possa intraprendere un nuovo percorso, tale per cui possa rendere collettivo e condiviso il cambiamento di cui si avvertono forti i primi segnali nelle realtà sociali, imprenditoriali, territoriali, è indispensabile l’avvio di una nuova stagione politica, connotata dal coraggio e dalla visione.

Rimane di grande attualità così questa riflessione di Paolo Zocchi, grande innovatore scomparso proprio quattro anni fa:

È necessaria quindi una metamorfosi profonda, che solo una grande, coraggiosa e determinata azione politica può mettere in campo. È importantissimo che la politica, in particolare quella che si richiama a idee di riformismo e di società giusta, risponda a questo richiamo e crei le premesse per la costruzione di una società in armonia con una nuova idea di futuro, una società che favorisca lo sviluppo sostenibile, la ricerca, lo scambio, la creatività, aperta alla collaborazione ed alla condivisione, in cui il valore supremo è la qualità della vita.

Ed è questo scatto della politica, necessario, che credo sia da perseguire perché le azioni abbiano un orizzonte adeguato alla valorizzazione dei beni comuni, alla costruzione di un futuro che passa dall’utilizzo pieno della rivoluzione digitale ma che non è guidato dalle tecnologie. Per questo è indispensabile non accontentarsi di interventi utili ma limitati e senza prospettiva. Per questa ragione non possiamo che continuare a proporre e pretendere un percorso che guardi ad una visione organica della nostra società.

Questo significa affermare il senso dell’innovazione. Che, come scrivevamo nel libro dedicato a Paolo Zocchi è bene che appaia

concretamente nel modo di affrontare i problemi, nella ricerca di tradurre questa astrattezza in termini di migliore qualità della vita, di maggiore democrazia.

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