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Tra Game economy e Big Data. La storia di //staq, la startup italiana che ha conquistato la silicon valley

Tra Game economy e Big Data. La storia di //staq, la startup italiana che ha conquistato la silicon valley
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Non sono molti anni che in Italia si parla di Startup e di come creare un solido mercato dell’innovazione. Ma quelli che sono lanciati sul mercato mondiale hanno cominciato anni fa a costruire il futuro che oggi attira così tanti, nel tentativo di lanciare ed investire su un progetto personale. Per capire un pò meglio la storia, le aspettative e le idee dietro l’apertura di una Startup ho deciso di intervistare Francesco Simoneschi che in questi anni ha portato avanti il proprio lavoro lontano dalle luce dei riflettori. Italiano di nascita, abita a San Francisco, è fondatore insieme a Luca Martinetti e Massimo Bassi di //staq la scommessa italiana dei Big Data al mondo dei giochi free-to-play.

Ciao Francesco, innanzitutto benvenuto su Pionero. Il tuo primo progetto “Domainsbot” è stato realizzato a Roma durante gli anni in cui di startup si parlava poco o nulla. Ci puoi raccontare come è nata l’idea e soprattutto cosa ti ha convinto a considerare questa come una strada possibile da seguire per il tuo futuro lavorativo?

DomainsBot e’ nata ufficialmente nel 2004, e certamente in quegli anni si parlava ancora poco di startup nei termini in cui se ne parla oggi. L’attenzione generale sul tema era minore e noi stessi avevamo una visione molto “naive” di come approcciare all’imprenditoria, complice sicuramente la nostra giovane eta’. La sfida tecnica e tecnologica e’ sempre stata la principale motrice dei nostri successi; Luca Martinetti, Massimo Andreasi Bassi ed io ci conosciamo dai tempi del liceo ed abbiamo sempre condiviso una naturale passione per l’informatica e la tecnologia. Durante i primi anni di universita’ decidemmo di creare una piccola azienda di sviluppo software, piu’ per passione che per una reale visione di business. Pochi mesi dopo incontrammo due giovani imprenditori poco piu’ grandi di noi, Massimo Ralli e Daniel Ruzzini, i quali erano alla ricerca di un team tecnico per realizzare la loro idea. La collaborazione funziono’ decisamente bene; realizzammo un prototipo (un motore di ricerca per nomi a dominio. ndr.) e chiudemmo i primi contratti. Personalmente ho sempre visto l’imprenditoria come una conseguenza molto naturale della mia incapacita’ di rimanere sui banchi di scuola. L’universita’, in particolare, stava creando in me una profonda insoddisfazione e il modo unidirezionale in cui venivano trattati argomenti di cui ero seriamente appassionato mi lasciavano annoiato e frustrato allo stesso tempo. Non voglio necessariamente dare le colpe al sistema universitario italiano, ma sicuramente all’epoca non ci siamo molto capiti!

Da lì poi, insieme a Luca e Massimo, avete fatto domanda per l’Azure Accelerator, l’acceleratore di Microsoft organizzato in collaborazione con TechStars. Sappiamo bene che solo il 2-3% delle proposte arriva a seguire il percorso dei tre mesi di accelerazione. È stata una sorpresa vedere la vostra richiesta accettata? O sapevate di presentarvi con i numeri giusti?

Al momento della richiesta per entrare nell’acceleratore (Giugno 2013), noi eravamo a San Francisco gia’ da due anni ed eravamo stati naturalmente contagiati dalla voglia di far partire una nuova startup 100% “Americana” e nativa della Silicon Valley. Su suggerimento di un nostro caro amico e collega, Vito Flavio Lorusso, Technical Evangelist di Microsoft Italia, abbiamo deciso di provare ad entrare nell’acceleratore di Microsoft a Seattle. Quando si prova ad entrare in questo tipo di competizioni e’ molto difficile capire in partenza le reali probabilità di successo; nel nostro caso eravamo piu’ di 600 startup per 10 posti disponibili. Noi abbiamo raccontato la nostra storia e descritto le nostre capacita’. Dave Malcolm, Managing Director del Microsoft Accelerator, ha voluto scommettere su di noi portandoci a Seattle nel campus della Microsoft per incubare il nostro progetto.

Dentro l’Accelerator è nato //staq, la vostra vera scommessa lanciata alla silicon valley (e non solo). Ci puoi spiegare bene di cosa si tratta e perché avete scelto proprio il mondo dei videogiochi free to play per monetizzare la vostra idea?

Al momento della presentazione del nostro progetto per la selezione finale sapevamo di voler realizzare qualcosa nell’ambito dei “Big Data”. Quello che ancora non sapevamo era l’enorme richiesta di strumenti per l’analisi di dati da parte del mondo dei video giochi free to play. //staq e’ una piattaforma di real-time analytics rivolta al mercato degli “online games”. Un mercato in fortissima crescita ed espansione che negli US ha toccato i 2ML di dollari nel 2012. Il processo di accelerazione ed il lavoro svolto insieme alla rete dei “mentors” di TechStars ci hanno aiutato a validare in poco tempo il mercato in cui volevamo stare e a definire le caratteristiche principali del prodotto che volevamo realizzare. La rete dei mentor di TechStars e’ composta da veterani dell’industria che offrono gratuitamente il loro tempo per aiutare giovani imprenditori a realizzare le proprie idee. Alcuni di loro hanno poi interesse ad investire nelle compagnie a cui dedicano il proprio tempo, ma la maggior parte sono spinti dal desiderio di “give-back”, ridare qualcosa del loro successo personale alla comunita’ imprenditoriale locale.

Quali sono secondo te i fattori decisivi che contano per avere l’opportunità di entrare in un acceleratore?

La composizione del team e’ certamente il fattore piu’ importante per poter essere selezionati da un programma di incubazione o per ricevere un seed investment. La storia dei founder, le esperienze passate, le motivazioni, la capacita’ di eseguire una vision, sono elementi fondamentali che determinano il successo imprenditoriale di molte startup.

Prima hai parlato del concetto di give-back. Ci puoi dire perché è importante avere un mentor che ti segua?

Il “give-back” e’ un concetto che mi ha molto affascinato durante la mia esperienza nel Microsoft Accelerator. Per me rappresenta la prova concreta di quanto la qualita’ del sistema imprenditoriale sia un elemento fondamentale per far crescere una cultura dell’innovazione e dell’eccellenza. E’ assolutamente importante innescare un circolo virtuoso in cui persone di grande successo abbiano la voglia di dedicare il loro tempo e la propria esperienza a far crescere la comunita’ imprenditoriale locale. Il rischio piu’ grande per una startup e’ quello di isolarsi e arroccarsi sulle proprie convinzioni iniziali; il confronto e la discussione sono invece un sano processo di maturazione delle idee e validazione del modello di business. Uno dei miei obiettivi personali per il prossimo futuro e’ sicuramente quello di fare “mentoring” a startup italiane e restituire qualcosa di quello che ho ricevuto al resto della comunita’.

Da quando avete lasciato l’Italia qualcosa si è pur mosso. Working capital ha appena lanciato una call for ideas mettendo a disposizione dei grant d’impresa interessanti, la rinata ItaliaOnline vara in questi giorni StartHappy e la possibilità di finanziamenti fino a 100.000 euro. Anche il MIUR ha lanciato un bando di Social Innovation indirizzato ai giovani innovatori che ha già prodotto un investimento di 75mil € su 49 progetti. Ma riuscire a metter su una startup è solo una questione di soldi o si tratta di cambiare approccio agli investimenti?

Penso che la questione sia davvero molto complessa! Sicuramente i soldi aiutano a far partire le idee, ma in Italia gli investimenti in startup sono ancora molto bassi, sia in numero che in dimensione rispetto allo UK, Germania, Francia e Israele. Gli investimenti sono poi solo una parte del problema. In Italia abbiamo bisogno di una cultura e di un ambiente dove coltivare i nostri talenti locali e metterli nelle condizioni di poter competere con il resto del panorama europeo e globale. Essere parte dell’ecosistema italiano dovrebbe essere un vantaggio competitivo e non una discriminante negativa. Le startup italiane dovrebbero essere incentivate ad assumere e rimanere in Italia; le (poche) grandi realta’ aziendali del nostro paese dovrebbero seriamente diventare degli hub dell’innovazione, investendo in progetti, sviluppando partnership ed acquisendo team e tecnologie innovative. Penso si debba lavorare in questa direzione nei prossimi anni se si vuole provare a rilanciare l’Italia in un panorama di competizione a livello internazionale.

Se c’è una cosa in comune ai giovani startupper è che molti hanno lasciato l’università per costruire i propri progetti, te compreso. Non sarà che forse dovremmo ripensare il modo in cui la formazione professionale viene vista all’interno del mondo accademico?

Ci sono sicuramente molti casi eccellenti di imprenditori che hanno preferito dedicarsi precocemente al business a scapito degli studi accademici. Questo e’ vero in Italia, in America ed in ogni altro paese del mondo. Il motivo principale per cui questo avviene penso sia dovuto al fattore rischio/ambizione che e’ proprio di ogni startupper. Un ventenne ha sicuramente meno da perdere ed e’ sicuramente piu’ disposto a prendersi dei rischi rispetto ad una persona con dieci anni di piu’. L’universita’ dovrebbe chiedersi come guidare questo processo, e riuscire a coinvolgere ed aiutare questa categoria di studenti “imprenditori”, offrendo programmi di incubazione interna ed accesso facilitato a fondi e risorse.Iniziative come il LED center presso la LUISS di Roma, l’I3P del politecnico di Torino o Trento Rise dell’universita’ di Trento, sono sicuramente esempi virtuosi da incentivare e replicare su una piu’ larga scala, cercando il piu’ possibile di coinvolgere investitori ed aziende all’interno del processo di incubazione.

Francesco grazie per il tuo tempo e in bocca al lupo per il vostro progetto. Spero che ci verrete a trovare ogni tanto in casa Pionero.

Sono certo che ci sara’ presto l’occasione per tornare a parlare di startup su Pionero, spero di essere nuovamente vostro ospite!

 

Foto del profilo di Andrea Raimondi
Studente di Dottorato all'Università di Nottingham. Mi occupo di filosofia dell scienza e metafisica, almeno in dipartimento. Di notte, torno ad essere uno specialista opendata e un civic hacker. Progetto attività di ricerca e strumenti di innovazione sociale basati su dati governativi (aperti e non).

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