ReDigi, arriva la vendita di musica digitale di seconda mano

Scritto da:     Tags:  , , , ,     Data di inserimento:  21 maggio, 2013  |  Nessun commento
21 maggio, 2013
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Vendere canzoni usate, cioè acquistate e già ascoltate dagli utenti, a pochi centesimi: è l’idea di una startup americana di nome ReDigi – Recycle Digital Media – che ora si appresta a sbarcare anche in Europa. ”Il lancio è previsto entro l’estate e la maggior parte dei paesi europei avrà accesso al servizio entro il 2014″, ha dichiarato John Ossemacher, Ceo di ReDigi, al quotidiano francese Le Monde.

ReDigi è nata tre anni fa, originariamente da un’idea della figlia  di John Ossemacher, che era creare una specie di nuvola dove condividere e regalare i file digitali di cui gli utenti si erano stufati. Così il padre ha creato una piattaforma per la compravendita di file mp3 di seconda mano, in cui una canzone costa circa 50-70 centesimi di euro, per intenderci meno dei 0,99 centesimi di iTunes.

In realtà, anche se il business funziona tanto da impensierire colossi dello shopping on line come Amazon, ReDigi ha incontrato qualche resistenza nel diritto statunitense, in particolare attorno a due questioni: la violazione del diritto d’autore perché non viene pagata nessuna percentuale al proprietario del copyright (al contrario di iTunes) e le modalità di diffusione (il file viene trasmesso da un computer all’altro o se ne effettuano copie?).

Dopo aver ricevuto un primo stop dal tribunale di New York secondo cui i brani musicali acquistati in formato digitale da store online autorizzati non possono essere rivenduti, almeno non senza infrangere la vigente normativa sul copyright, ReDigi ha risposto sostenendo che la sentenza si applica solo alla vecchia versione del portale e non a quella attualmente operativa.

Non siamo d’accordo con quanto stabilito dal giudice Sullivan in merito alla tecnologia impiegata nel servizio ReDigi 1.0. Per chi non ne fosse a conoscenza, ReDigi 1.0 è stata la piattaforma utilizzata in fase beta, sostituita poi da ReDigi 2.0. L’aggiornamento si basa sui brevetti “Direct to Cloud Technology” e “Atomic Transfer Technology”, che secondo la corte non sono interessati dalla sentenza.

Va precisato che la sentenza è applicata per il momento solo nel territorio di New York, ma potrebbe rappresentare un precedente da portare in sede legale nel caso di altre diatribe simili. La prima denuncia della Capitol Records (sussidiaria di Vivendi Universal) contro ReDigi risale allo scorso anno, con ReDigi che ha continuato la propria attività appellandosi alla “first sale doctrine” adottata da lungo tempo negli USA. Questa stabilisce che il copyright si applica solo ai beni fisici comprati dal primo acquirente, che poi li potrà a sua volta cedere liberamente ad altri senza violare il diritto d’autore. La questione qui però è differente: per rivendere un brano è necessario crearne una copia.
Ossemacher ha aggirato la questione sostenendo che il suo sistema realizza direttamente una copia dell’originale e in seconda battuta, grazie ad algoritmi sofisticati, sopprime il file sul pc del venditore per impedirne l’uso personale.

Comunque vada a livello giudiziario, cosa che al momento non pregiudica l’espansione della società, l’idea è veramente interessante: non è un caso che Amazon abbia già depositato un brevetto per mettere in piedi un mercato degli oggetti digitali di seconda mano (e-book, file musicali, app, film…) e che anche Apple abbia fatto richiesta di brevetto lo scorso marzo per proteggere un sistema che contempla anche una percentuale sulla vendita versata agli aventi diritto.

Se Amazon ed Apple hanno la potenza di fuoco per competere a queste nuove sfide e magari fare anche di meglio, come reagiranno gli editori e le case discografiche e cinematografiche di fronte alla nuova frontiera dell’usato digitale?

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