Governo Letta e agenda digitale: quale futuro in questa legislatura?

Scritto da:     Tags:  , ,     Data di inserimento:  17 maggio, 2013  |  Nessun commento
17 maggio, 2013
agenda digitale avanti

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Le prime azioni del Governo lasciano intravedere il rischio che il tema del digitale sia trattato ancora come settoriale, e che nell’impasse organizzativa e operativa possa compiersi, in negativo, la parabola involutiva del precedente Governo. Per questo è necessario che la comunità degli innovatori riesca a farsi sentire.

Le premesse

La partenza di questo Governo sui temi del digitale (e quindi dell’agenda digitale) non è stata buona.  Nonostante la buona frequentazione del presidente Letta con social network come Twitter, l’attenzione sulle politiche del digitale è sembrata non adeguata, a partire dal discorso di insediamento e dalle deleghe finora assegnate. A parte qualche accenno a “consultazioni su Internet” per le riforme (più un richiamo di moda che un percorso di cambiamento) neanche nell’incontro informale all’Abbazia di Spineto è apparso che i temi dell’innovazione dal digitale abbiano guadagnato priorità.

Negli ultimi giorni, in più, sembra emergere un disegno tattico che, rivitalizzando il Dipartimento per la digitalizzazione della PA e per l’innovazione tecnologica, di fatto incanalerebbe l’Agenzia per l’Italia Digitale e l’agenda digitale verso un binario morto. Binario morto su cui sono stati collocati gli enti che l’Agenzia è chiamata a sostituire, un’Agenzia che ancora aspetta una ratifica del suo statuto dalla Corte dei Conti e che, navigando a vista senza una strategia chiara da parte del governo, non è ancora entrata pienamente nella fase operativa.

In questa impasse generale di governance e di operatività, la scarsa attenzione fin qui dedicata dal governo e la mancata identificazione di responsabilità chiare sulle azioni dell’agenda digitale fanno sì che nulla spinge a credere che il governo sia prossimo ad avviare i cambiamenti e gli interventi che si auspicano da tempo e da più parti.

Le necessita’

La percezione è che le frasi scritte insieme a Paolo Zocchi nel libro del 2005 “L’Innovazione Tradita” siano ancora, purtroppo, di stretta attualità “La sfida è abbastanza chiara: se si continueranno a considerare la tecnologia dell’informazione e l’innovazione come uno dei tanti pezzi del mosaico produttivo, economico e civile, esse non serviranno a nulla e non contribuiranno in alcun modo allo sviluppo e alla competitività dei diversi sistemi-paese; se invece esse verranno considerate come assi portanti del sistema, con la possibilità di influenzare positivamente tutti i settori, dalla sanità ai trasporti, dalla giustizia alla difesa, dall’amministrazione alle pari opportunità, allora l’impatto sulla crescita sarà decisiva”.

La politica si muove ancora in gran parte sull’idea del digitale come settore. Ed è per questo che è facile che possa prevalere l’idea di attuare subito quanto definito nel decreto Crescita 2.0 di fine dicembre, rimandando a data da destinarsi la definizione di obiettivi di medio-lungo termine, strategie, governance e progetti-paese. Rimandando, in altri termini, la possibilità di puntare a cambiamenti radicali.

Ma il rischio è che così non cambi nulla e che i pochi interventi siano resi inefficaci da un contesto sfavorevole e non organicamente orientato. L’agenda digitale è un cantiere aperto in cui i lavori definiti non sono partiti ma, anche, in cui non tutti i lavori necessari sono stati previsti.

Per questa ragione, non si può procedere solo in stretta continuità realizzativa e, al contrario, diventa necessario chiedere che sul tavolo del governo e del parlamento siano posti interventi strutturali, non marginali.

Un possibile percorso

Cambiare questa pericolosa traiettoria diventa indispensabile per il futuro sociale ed economico del Paese. Ma poiché si tratta di incidere anche su rendite di posizione, su assetti consolidati di potere, occorre spingere su una trasformazione e una campagna prima di tutto culturale e di prospettiva, di idea di società moderna.

Tutto questo ha molto a che fare con la rigenerazione della politica ma anche con un nuovo approccio alla partecipazione alla vita sociale ed economica. Approccio che può anche passare trasversalmente agli schieramenti politici, riconoscendosi in quella che si può indicare come la comunità degli innovatori, e in cui può trovare forza e supporto e consolidamento la comunità dei politici innovatori.

Questo è il percorso, ad esempio, che si è avviato negli ultimi mesi dalla Carta d’intenti per l’innovazione, sottoscritta da decine di candidati alle elezioni politiche e regionali e che oggi diventa un quadro organico per identificare un piano di lavoro comune sulle politiche dell’innovazione dal digitale tra governo, parlamentari e società civile.

Con iniziative che vogliono incidere sulle aree dell’innovazione sociale, dell’innovazione delle amministrazioni e delle imprese, dell’inclusione, dello sviluppo della cultura digitale del Paese, dei nuovi lavori, dell’open government e dell’open innovation. Su queste basi si svolgerà a Roma il 21 maggio la terza riunione della Consulta Permanente dell’Innovazione.

L’auspicio è che, anche sotto la pressione di queste iniziative, il Governo proceda all’identificazione di un riferimento sull’agenda digitale che riporti alla Presidenza del Consiglio (guai a pensare che un Ministro possa guidare politiche trasversali), alla definizione di una strategia sul digitale, alla definizione di grandi progetti-Paese di innovazione, con responsabilità chiare e risultati misurabili.

Così concludevamo il nostro libro: “Queste sono riforme vere. E l’innovazione è il luogo ideale in cui la politica può trasformarsi in storia”. Bisogna crederci ancora, di più.

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