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Agenda digitale, che odissea: il Governo stoppa l’Agenzia per l’Italia Digitale. Fosse questo il problema!

Agenda digitale, che odissea: il Governo stoppa l’Agenzia per l’Italia Digitale. Fosse questo il problema!
3 minuti di lettura

Il senso dell’Agenzia per l’Italia digitale già non era molto chiaro, adesso che il nuovo Governo Letta ne ha ritirato lo statuto, francamente, lo è ancora meno. O forse no, visto che quando si parla di agenda digitale, in Italia non casca un asino ma vengono giù meteoriti.

Ora, cerchiamo di ricapitolare quel che succede nel passaggio di consegne sul fronte agenda digitale tra Governo Monti e Governo Letta: il decreto crescita 2.0, ratificato dal precedente Esecutivo ma mai formalmente avviato e contenente, seppur in maniera non chiara e soprattutto non strutturata, qualche buona idea su startup, banda larga e alfabetizzazione digitale, non sembra assolutamente una priorità del nuovo Governo Letta.

Questo aldilà della notizia del giorno, che appunto è il ritiro dello statuto dell’Agenzia per l’Italia digitale (teorica garante dell’agenda digitale), sul tavolo della Corte dei Conti per la registrazione dalla metà di marzo scorso. Motivazioni? Il 24 aprile la sezione di controllo dei giudici contabili ha ricevuto un imprevisto dietro-front da parte di Palazzo Chigi, che ha chiesto di riavere indietro il provvedimento.

Il Dpcm, firmato a inizio marzo dall’allora premier Mario Monti su proposta di ben quattro ministri (Passera, Patroni Griffi, Profumo e Grilli), dava alla neonata Agenzia – che da inizio gennaio è nelle mani del direttore generale, Agostino Ragosa – la possibilità di diventare operativa, dopo una partenza al rallentatore. Ora, invece, è tutto da ripensare.

Non fraintendiamoci: quello che è da ripensare, secondo Pionero e tutti gli amanti della tecnologia al servizio del cittadino non è un’Agenzia abbastanza inutile e pleonastica, quanto una strategia che continua, incredibilmente, a non arrivare. Tanto che il fatto che tra i vari Ministri e segretari, non c’è nessun esperto vero in materia (su Twitter potete farvi una cultura in tal senso).

Se Enrico Letta doveva essere il Presidente del Consiglio dell’Agenda Digitale, insomma, non è che siamo proprio partiti bene. Tornando allo statuto e all’Agenzia per l’Italia Digitale bloccata, pare che la magistratura contabile chiede che sia ripensata la dotazione organica dell’Agenzia che lo statuto vuole di 150 unità a valle dell’accorpamento di DigitPA, Agenzia per l’Innovazione e Dipartimento per la digitalizzazione della pubblica amministrazione della Presidenza de Consiglio.

Ma il decreto istitutivo dell’Agenzia – decreto legge 83/2012, converito dalla legge 134 – parla di una cifra massima di 150 unità che, in tempi di spending review, non necessariamente deve essere raggiunto, secondo la Corte dei Conti. E allora?

Allora c’è qualcosa che non torna, seppur siamo in un burocratese che non ci interessa e ci fa perdere solo tempo. A margine, gli altri due punti deboli sarebbero:
– la facoltà di stipulare, da parte dell’Agenzia, contratti a tempo determinato, per un massimo di due anni non rinnovabili, a persone di comprovata professionalità, da assumere come dirigenti, il che in tempi di spending review non va bene, secondo la Corte dei Conti;
–  la composizione del comitato di indirizzo dell’Agenzia che – da statuto – è presieduto proprio dal direttore generale creerebbe, secondo la stessa Corte dei Conti, un cortocircuito operativo dato che Agostino Ragosa è allo stesso tempo direttore e “presidente” della struttura che dovrebbe dare le linee guida dell’ente.

In definitiva: quando parleremo di decreti effettivi, di aiuti alle startup, di smart city vere, di wi fi pubblici, di leggi ad hoc sull’estinzione del digital divide e su un vero sistema di servizio al cittadino che vada aldilà della digitalizzazione dell’esistente, forse potremo essere vicini ad una soluzione. Francamente, parlando del nulla, ci sembra molto dura. E a voi?

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