Governo Letta: falsa partenza sul digitale

Scritto da:     Tags:  , , ,     Data di inserimento:  3 maggio, 2013  |  Nessun commento
3 maggio, 2013
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Nel discorso alla Camera il neo presidente del Consiglio Letta non ha trattato il tema del digitale, se non in modo marginale, qualche volta improprio, il che non depone a favore del neo Governo Letta. La sottovalutazione espressa potrebbe infatti rischiare di tradursi in politiche sbagliate e dannose per l’Italia. Al governo che si forma può essere utile riflettere sul metodo da adottare oltre che sulle aree di intervento

Le parole che non sono state dette

È vero che questo Governo Letta è transitorio e di compromesso, che può e deve esprimere alcuni indirizzi ma non può identificare una visione organica di Paese, ma è anche vero che in un contesto di crisi come quello attuale, che tutti riconoscono non è crisi contingente ma di sistema, la sottovalutazione del “fattore digitale” lascia perplessi.

Nel discorso alla Camera ci si aspettava così un passo in più rispetto a quanto espresso e fatto su questo fronte dal governo (transitorio anch’esso) precedente. Magari qualche accenno anche ai nodi cruciali non ancora affrontati, magari qualche riflessione sul come procedere meglio. Qualche riflessione sugli ostacoli da superare, messi in relazione con le azioni da fare.

L’identificazione di priorità sul fronte dell’innovazione, come l’alfabetizzazione digitale, i cui contenuti sono già stati in gran parte condivisi da più forze politiche, l’Open Government, la promozione del commercio elettronico e lo sviluppo della cultura digitale delle piccole e medie imprese, la diffusione della banda larga e il suo accesso come servizio universal, la riduzione delle barriere all’ingresso del mercato delle telecomunicazioni, la riforma del modello del lavoro, con un adeguamento delle politiche del lavoro rivolte alle nuove forme di produzione del valore cognitivo e non guardando al solo tema dei contratti di inserimento, lo sviluppo del mercato dell’open innovation, la messa in rete dell’intera filiera dell’Innovazione, tra Università, Impresa, Credito, Territorio, prevedendo e incentivando attività di trasferimento tecnologico, la promozione di politiche dell’innovazione sensibili alle differenze, a partire da quelle di genere.

Soprattutto, il senso del cambiamento profondo, della trasformazione sociale che è sottesa alla rivoluzione digitale. Per contrapporlo alla deriva tecnologica, dannosa, della digitalizzazione dell’esistente.

Le parole che sono state dette

Invece. L’esordio del neo presidente del Consiglio e quindi del Governo Letta non ha dato spunti specifici sui temi del digitale e delle politiche dell’innovazione. Gli argomenti che sembrano più urgenti da affrontare per il futuro sociale ed economico dell’Italia, dalla banda larga all’alfabetizzazione digitale, dal trasferimento tecnologico allo sviluppo della cultura digitale delle imprese, non hanno trovato posto nel discorso alla Camera.

Qualche accenno all’importanza dell’innovazione e della ricerca, la prospettiva di un “programma pluriennale” non chiaramente specificato, e solo una citazione, impropria, dell’agenda digitale, identificata come “settore di sviluppo” : “La ricerca italiana può e deve rinascere nei nuovi settori di sviluppo, come ad esempio l’agenda digitale, lo sviluppo verde, le nanotecnologie, l’aerospaziale, il biomedicale”.

Un discorso che quindi richiede quanto meno la sospensione di giudizio sul Governo Letta. E certamente non entusiasma. Non entusiasma perché riesce a trattare del tema della riforma della politica senza citare l’Open Government, la necessità della partecipazione, le modalità ancora tutte da definire per integrare in modo strutturato le forme di democrazia tradizionali e in rete.

E anche quando si addentra nel tema della “Youth Guarantee” sembra non considerare che il problema della disoccupazione giovanile in Italia è strettamente legato ad un sistema sociale bloccato dove corruzione e familismo prevalgono sul merito, dove non ci sono investimenti significati sulla filiera dell’innovazione (università, ricerca, imprese). E che quindi gli interventi necessari sono interventi di sistema, radicali, e non semplici incentivi (pur utili) alle assunzioni.

Sui prossimi passi

L’agenda digitale è un cantiere aperto in cui non tutti i lavori necessari sono stati previsti. Non solo. È anche un cantiere che non ha un ancora un disegno complessivo di quanto si vuole costruire. E non ha un direttore lavori. Anzi, ha troppi direttori lavori. Fuor di metafora, alcuni suggerimenti di metodo per il nuovo Governo Letta che ancora è in fase di impostazione e di organizzazione:
identificare subito un riferimento sull’agenda digitale che riporti alla Presidenza del Consiglio (capo dipartimento o sottosegretario) e che coordini tutte le attività;
definire rapidamente la strategia sul digitale che ancora manca e che doveva essere presentata dal governo entro il 18 febbraio 2013 (una delle tante scadenze dell’agenda digitale non rispettate);
• riorganizzare tutte le aree di azione, sfruttando anche quanto elaborato dalla Cabina di Regia per l’Agenda Digitale e non confluito nel decreto Crescita 2.0, in modo da definire dei grandi progetti-Paese, la cui responsabilità sia assegnata ad un Ministro, che si occupi così anche di coordinare i contributi trasversali dei diversi Ministeri e di declinare poi le azioni di attuazione in leggi, provvedimenti, e così via, con il contributo essenziale dell’Agenzia per l’Italia Digitale;
rafforzare “l’accountability” dei Ministri sui progetti-Paese anche attraverso la definizione un sistema di obiettivi misurabili che si basi su dati e statistiche Istat (vedi anche gli indicatori in cui articola il sistema del Benessere Equo e Sostenibile).

Le competenze sul digitale sono in parlamento maggiori delle precedenti legislature, ma ancora sparute. Bisogna valorizzarle. Per questo è necessario pensare ad una revisione dei compiti delle Commissioni che permettano di concentrare le valutazioni su questa materia in una stessa Commissione, confidando che le forze politiche includano come membri i parlamentari davvero competenti, quei politici innovatori che fortunatamente oggi sono presenti in parlamento.

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