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Perche’ la cultura salvera’ le nostre imprese

Perche’ la cultura salvera’ le nostre imprese
4 minuti di lettura

In un mondo in cui se hai meno di 35 anni e non sei dipen­dente sei uno star­tup­per, e se hai scritto almeno una volta la parola Arduino da qual­che parte, sei un maker, il tema delle imprese e dell’economia di domani è sem­pre più cen­trale. Ieri ho par­te­ci­pato alla con­fe­renza stampa di pre­sen­ta­zione del Festi­val Città Impresa, un momento molto inte­res­sante che ha visto con­fron­tarsi figure che da anni ana­liz­zano e rac­con­tano il ter­ri­to­rio del nord est e le imprese che lo stesso ospita. Il con­cetto più forte che è uscito dalla gior­nata è legato alla neces­sità di un nuovo patto cul­tu­rale tra le aziende ed i clienti, e tra le aziende stesse.

Non avevo mai pen­sato all’idea che il valore gene­rato da un’azienda potesse essere altro oltre ad un fat­tu­rato e alle ester­na­lità posi­tive (di solito non mone­ta­rie) che l’impresa stessa è in grado di garan­tire. Ieri tutti hanno invece pun­tato sull’idea di svi­lup­pare un’offerta ed un pro­dotto “sexy”. Forse que­sto video spiega cosa intendo:

Tali atti­vità che con­trad­di­stin­guono le ormai diverse imprese che hanno ripen­sato il pro­prio esi­stere con un’offerta inte­ra­mente nuova, per­so­na­liz­zata e ori­gi­nale, hanno una radice comune nella cul­tura che l’azienda sposa e nella cono­scenza che la stessa lavora e re-immette sul mer­cato sotto forma di “ossi­geno” al ser­vi­zio della col­let­ti­vità. Quando un’azienda mani­fat­tu­riera crea un pro­dotto o un’azienda di ser­vizi eroga una con­su­lenza o svi­luppa un pro­getto, è impor­tante com­pren­derne gli effetti cul­tu­rali. Per­so­nal­mente ho sem­pre cre­duto poco nella filan­tro­pia, ma al tempo stesso mi sono doman­dato cosa giu­sti­fi­chi il “pre­mium price” che le per­sone oggi pagano per una bici­cletta arti­gia­nale o per una grappa riserva pri­vata bar­ri­cata. E credo sin­ce­ra­mente che anche il tempo dello sto­ry­tel­ling sia pas­sato, un po’ come quando bastava avere Face­book per essere sui Social. Basan­dosi su gart­ner ma non dimen­ti­cando latou­che, la disil­lu­sione è arri­vata, e sta pas­sando. Il bravo mar­ket­taro non è più chia­mato a inven­tare sto­rie da rac­con­tare (quello è il mar­ket­tone), ma è oggi obbli­gato a tirar fuori, estra­po­lare, quelle sto­rie che gli impren­di­tori non rac­con­tano più (per paura, fretta, disil­lu­sione a loro volta, ma sul pro­dotto), e solo dopo potrà rac­con­tarle. Sono sto­rie di pro­dotto, di mer­cati del pesce, e fab­bri­che lente. Dicia­moci la verità, ha fatto a tutti un po’ comodo lavo­rare su focus group e brain­stor­ming crea­tivi, social media stra­tegy e blog azien­dali, ma poi.. l’imbarazzo del ROI. Dove Ste­fano Micelli ha pro­po­sto una nuova sal­da­tura tra cul­tura del sapere e cul­tura del fare, il mar­ke­ting è chia­mato a tor­nare sul pro­dotto, pro­po­nendo una nuova sal­da­tura con la comu­ni­ca­zione. Il pro­dotto deve tor­nare a pesare l’80% del valore di un’azienda (quando tutte le star­tup che oggi vanno a chie­dere un foun­ding pun­tano al 50% sul mar­ke­ting) e che un eco­si­stema soste­ni­bile in Ita­lia è fatto di for­ma­zione e lavoro. In un con­te­sto come il nostro i clu­ster, i kibs, gli incu­ba­tori stanno sosti­tuendo la poli­tica, intrec­ciando rela­zioni, faci­li­tando busi­ness e acce­le­rando la cre­scita. Se le aziende capi­ranno che le voci di bilan­cio dovranno com­pren­dere la qua­lità più che la quan­tità, i momenti più che i volumi, forse riu­sci­remo a costruire un eco­si­stema agile e funzionante.

L’idea di un’Italia “bom­bo­niera del mondo” con il turi­smo come leva di comu­ni­ca­zione di un pro­dotto eccel­lente, forse non è poi cosi male.

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Foto del profilo di Giorgio Soffiato
University researcher at Venice International university Managing Director at InTargetWomm, the social media marketing business unit of intargetgroup.net

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