Le invasioni digitali come metafora del paese

Scritto da:     Tags:  , ,     Data di inserimento:  24 aprile, 2013  |  Nessun commento
24 aprile, 2013
invasioni-digitali

Visite: 1376

Siamo il paese con il più grande patrimonio culturale. E da sempre ci diciamo che non siamo capaci di valorizzarlo.

Fino a poco tempo fa questa affermazione era vera ma ora lo è parzialmente perchè  abbiamo un esempio concreto: ora abbiamo invasioni digitali che, di fronte alla comunicazione turistica nazionale, credo sia un’ottima metafora del paese.

Non mi stancherò mai di ripeterlo: fuori dalle istituzioni c’è molta più innovazione che dentro. I media sociali ci aiutano ma di fondo c’è quella energia che ha fatto nascere i movimenti mutualistici di fine ottocento.
Quelli che non aspettavano lo stato e si autoorganizzavano per espletare un bisogno.

Certo, qui parliamo di turismo quindi non c’è emergenza, ma lo schema regge.

Quindi, capaci di mobilitazioni collettive, che oggi definiamo di prosumerism, Invasioni Digitali è una campagna nazionale collettiva che si basa su forme di cittadinanza attiva.

Di fronte a istituzioni lente e giurassiche, che difficilmente riescono a valorizzare le energie disponibili e che spendono risorse ingenti senza risultati, ecco l’ennesima prova che fuori delle istituzioni c’è più innovazione.

Nulla di personale: sono un professionista che lavora all’interno di una PA e so bene le criticità nell’essere pionieri all’interno di sistemi costruiti nell’800. E non sarà l’ultima volta che ne parlo. Ma come mettere a sistema questa energia e queste iniziative?

Per essere costruttivo cito un caso che potrebbe essere d’esempio: parlo di Katrinalist e del Google finder usato a seguito delle bombe di Boston.

Alberto Cottica nel suo wikicrazia racconta di Katrinalist come esempio di cittadinanza attiva nel proporre soluzioni:

New Orleans, 29 agosto 2005. Il ciclone Katrina investe la città, provocando danni molto superiori alle aspettative – e fortemente aggravati dal fatto che il governo degli Stati Uniti ne ha sottovalutato l’impatto e non ha disposto per tempo l’evacuazione. Già criticata per questo, nei giorni immediatamente successivi al passaggio del ciclone l’amministrazione del presidente Bush sembra non riuscire a mettere in campo un’azione efficace di soccorso. Nel frattempo alcuni hackers ottengono l’uso di server robusti da parte di aziende informatiche, mobilitano tremila volontari e con il loro aiuto mettono in piedi, in quattro giorni e a costo zero per il contribuente, un database ricercabile di notizie sui sopravvissuti all’uragano. Lo battezzano Katrinalist.

Era il 2005. Ora nel 2013 Google ha creato Google finder che ha lo stesso scopo di Katrinalist.

Da un’iniziativa spontanea gratuita e collettiva siamo passati al mercato: grazie ad un laboratorio periferico d’innovazione nato nell’emergenza abbiamo un prodotto che forse nessun privato avrebbe progettato e che Google ha riprodotto per rendersi utile. Pro domo sua (tra ritorno dell’immagine e CSR) Google ha utilizzato un modello che era stato sperimentato, quindi senza rischi di fallimento, per regalarlo alla collettività.

Ora, tornando alle Invasioni Digitali, come fare affinché Italia.it possa nutrirsi della stessa energia?

Come mettere a sistema i centinaia di pionieri capaci di invadere pacificamente la penisola?

Come non disperdere questo immenso patrimonio?

Come possiamo istituzionalizzare un movimento nato fuori dai palazzi che sarebbero preposti a fare ciò che invasioni digitali organizza?

Come comunicare all’estero che in Italia abbiamo questo patrimonio culturale che viene gestito con spontaneità, competenze ed entusiasmo?

Badate bene che non dico che il Governo o Italia.it debbano rifare invasioni digitali: replicare il modello all’interno della Pubblica Amministrazione sarebbe troppo costoso e sarebbe di certo diverso. Meno creativo ed efficace di sicuro.

Ma è certo che un pò di dialogo tra istituzioni e invasori sarebbe opportuno.

Perchè non aprire conversazioni con chi è attivo sul territorio e lasciare circolare l’aria? Perché, ma l’ho già detto in mille modi, ci obblighiamo a spendere infinite risorse in comunicazione top down quando a disposizione un abbiamo un modello diverso?

Basta chiedere a chi ama l’Italia per avere proposte concrete e realizzabili.

Nel mentre gli esempi del Canada o dell’Australia, tanto dibattuti al BTO, rimangono sempre fuori dai confini…

Che fare?

Dare un patrocinio istituzionale a Invasioni Digitali sarebbe già un bel segnale. E dare ampia visiblità mediatica al progetto è il minimo.

Vorrei spazi collettivi per valorizzare chi riesce davvero a raccontare le mille anime del belpaese con i suoi tesori nascosti.

Perchè gli invasori se lo meritano. Anche l’Italia.

Lascia un commento