Open data, una visione prospettica

Scritto da:     Tags:      Data di inserimento:  8 aprile, 2013  |  Nessun commento
8 aprile, 2013
opendata

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Il tema degli open data sta prendendo sempre più piede nella PA. E porta con sé aspettative, tendenze e strategie. Per capirne qualcosa di più abbiamo fatto alcune domande a Francesco Minazzi, giurista digitale e membro attivo di Spaghetti Open Data, un movimento che ha come obiettivo il rilascio di dati pubblici in formato aperto, in modo da renderne facile l’accesso e il riuso.

1) Poco tempo fa c’è stato a Bologna il primo raduno di Spaghetti Open Data: come si è evoluto il gruppo dal 2010, l’anno in cui è nato?

Spaghetti Open Data è nato come una comunità virtuale, luogo d’incontro tra “smanettoni” e funzionari pubblici, interessati al rilascio dei dati pubblici che compongono la c.d. “Public Sector Information”, ma è diventato molto di più: ha raggiunto quota 535 iscritti, che potremmo definire cittadini democraticamente attivi. In particolare dopo il primo raduno di Bologna a gennaio 2013 ed in concomitanza con l’accresciuta diffusione del fenomeno open data in Italia, la comunità ha acquisito nuovi partecipanti, con le più diverse competenze: informatici, statistici, giornalisti, giuristi, funzionari pubblici, economisti, la cui qualifica tuttavia assume rilevanza esclusivamente in subordine allo status principale di cittadino votato alla partecipazione.

La mailing list di SOD (questo l’acronimo usato come sigla della comunità) su Google Gruppi costituisce, infatti, un ottimo esempio applicativo della dottrina dell’open government : la partecipazione presuppone, innanzitutto, l’essere cittadini consapevoli e volenterosi, prima che l’essere esperti in un determinato campo per fornire le proprie capacità alla causa pubblica.

Il gruppo si è, pertanto, evoluto ampliando sempre più la portata dell’intelligenza collettiva che lo compone, sorretta da internet quale fattore abilitante, travalicando le sue stesse origini: nonostante il nome, gli open data non rappresentano più il leitmotiv delle discussioni (che ormai, peraltro, vengono aperte quasi ogni uno-due giorni con argomenti nuovi).

Anche in ragione dell’eterogeneità delle competenze degli iscritti e, di conseguenza, delle idee che si plasmano, si affrontano ulteriori altri temi relativi al fenomeno della democrazia partecipativa o collaborativa.

Valga come esempio quanto verificatosi a Bologna in occasione del raduno. In modo del tutto spontaneo, durante l’hackathon si è aggiunta una track non prevista da cui è nato Twitantonio: uno strumento di democrazia partecipativa che usa i dati dei politici, ma non è di per sé open data. I componenti del gruppo non sono interessati solo al rilascio dei dati, ma anche a innovare metodologie, strumenti, applicazioni, tools, processi decisionali e produttivi.

In definitiva, personalmente vedo SOD come un laboratorio, dove con un po’ di fantasia può intravedersi la direzione delle future democrazie.

2) Lo scorso 18 marzo è entrato in vigore l’art. 52 del CAD, che specifica che i dati pubblicati da PA senza esplicita licenza si intendono rilasciati come tipo aperto. Pensi che questo possa aiutare la diffusione degli open data in Italia?

L’entrata in vigore dell’articolo 52 del Codice dell’Amministrazione Digitale era un evento molto atteso dalla comunità open data italiana, perché riveste giustamente notevole importanza per la loro diffusione, introducendo il principio dell’open by default.

Per la precisione, dal 18 marzo 2013 tutti i dati già pubblicati e quelli che saranno d’ora in avanti pubblicati dalle Pubbliche Amministrazioni assumono la veste di dati aperti, secondo la definizione di apertura che dà l’articolo 68 del CAD stesso, ossia in formato non proprietario,  tecnologicamente neutro, gratuitamente e soprattutto non soggetti a limitazioni di copyright. A meno che, all’atto della pubblicazione, non vengano assoggettati ad una specifica licenza più restrittiva, come prevista dal D. Lgs. 36 del 2006 (attuativo della direttiva UE sul riuso dei dati pubblici).

Tuttavia, non c’è da allarmarsi. Innanzitutto, l’adozione di tale licenza deve essere espressamente motivata, sulla base delle linee guida fornite dall’Agenzia per l’Italia Digitale; in secondo luogo, il D. Lgs. 36 del 2006 è comunque finalizzato a favorire il riuso e la circolazione dei dati, perciò la licenza ivi prevista non è restrittiva allo stesso livello del diritto d’autore.

E’ evidente che una simile previsione, che consente l’estrazione dei dati già disponibili e privi di apposita licenza, facilita l’operato di imprese, associazioni e cittadini che di quei dati vogliano fare uso: l’incertezza circa l’esistenza di diritti di privativa della PA sui dati era evidentemente un ostacolo allo sfruttamento dell’informazione pubblica.

A ciò si aggiunga che a breve dovrebbe essere pubblicato in Gazzetta Ufficiale il c.d. “Decreto Trasparenza”, ovvero il Decreto Legislativo di riordino di tutte le norme vigenti in tema di trasparenza della Pubblica Amministrazione, che, seppure presenti qualche pecca e ampi margini di miglioramento, darà un altra spinta verso l’apertura dei dati pubblici.

Queste due novità legislative rappresentano la nascita di un primigenio quadro organico della trasparenza, sul quale deve continuarsi a lavorare: sono norme immediatamente prescrittive ed operanti, di cui può, quindi, pretendersi l’applicazione. Confido, pertanto, anche nell’iniziativa di qualche privato e qualche avvocato, che potrebbe lanciare su queste basi le prime cause-pilota contro le Pubbliche Amministrazioni inadempienti ai nuovi obblighi. L’approccio agli open data finora, infatti, si è incentrato e concentrato essenzialmente nella buona volontà di alcuni amministratori illuminati e nell’attività di pressione esercitata dalle associazioni; manca, tuttavia, un elemento indefettibile dell’ordinamento italiano, che ha sempre contribuito nel nostro paese ad indirizzare l’operato della macchina pubblica, cioè lo sviluppo di un orientamento giurisprudenziale sulla materia. Insomma, bisogna portare i dati aperti anche in tribunale.

3) E’ sempre più evidente la necessità di una strategia nazionale per gli open data. Se dovessi immaginare una roadmap sull’argomento, quali pensi che sarebbero i passi da compiere?

Serve una strategia nazionale e, probabilmente, anche europea, sebbene l’Unione Europea sta già puntando molto sui dati aperti.

E’ facile notare, però, una mancanza di coordinazione ed una diversità operativa nel settore. Basti confrontare Gran Bretagna e Italia. Il primo è un paese che ha adottato principalmente un approccio top-down, in cui le politiche di openness vengono predisposte dagli organi di governo; mentre nel nostro paese prevale l’atteggiamento bottom-up, provenendo dai cittadini le istanze di apertura dei dati, cui segue l’accettazione della PA sollecitata.

Pur rispettando le singole esperienze, potrebbe rivelarsi utile mostrare una visione unitaria a livello europeo.

Guardando all’Italia il discorso non muta. Si è fatto di più negli ultimi nove mesi in tema di dati aperti, che nei due anni precedenti ed oserei dire nei dieci anni precedenti: non dimentichiamo che la direttiva europea sul riuso dei dati pubblici è del 2003, il nostro paese l’ha recepita solo nel 2006, lasciandola comunque inattuata. Siamo in grave ritardo, nonostante fossimo in anticipo.

Si rilevano, tra gli altri, due problemi. Da un lato, una carenza culturale, dovuta al fatto che gli italiani vivono un parziale analfabetismo digitale (al di là del digital divide tecnico), sicché la tematica dei dati aperti rimane ancor oggi un argomento di nicchia in mano ad un manipolo di pionieri: non a caso SOD sarà presente al Festival del Giornalismo di Perugia, proprio perché i giornalisti rappresentano una delle categorie che potrebbe grandemente beneficiare della disponibilità del patrimonio informativo pubblico.

Dall’altro, la mancanza di coordinamento dall’alto tra le amministrazioni coinvolte, testimoniata, quale esempio tra tutti, dall’infografica reperibile sul portale nazionale dei dati italiani: è sufficiente notare la diversità di licenze utilizzate dalle Pubbliche Amministrazioni per il rilascio.

L’Agenzia per l’Italia Digitale sta mostrando i primi segni d’interesse per la problematica ed anche il Decreto Trasparenza si preoccupa di citare l’omogeneità del progetto sul territorio nazionale, quindi è avvertita l’esigenza di non lasciare tutto al caso ed ai particolarismi.

Gli interventi auspicabili? Una strategia nazionale politica ed economica sui dati aperti, una legge quadro statale sull’open government, in cui si inscrivano le singole leggi regionali pertinenti  (alcune già esistenti in tema di open data e open source) e soprattutto investire nell’ammodernamento culturale del cittadino, prima che dello stato.

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