Librerie tra analfetismo, analogico e poca fantasia: il caso Venezia

Scritto da:     Tags:  ,     Data di inserimento:  6 aprile, 2013  |  Nessun commento
6 aprile, 2013
Quartiere_degli_Elementi_Palazzo_Vecchio_n02

Visite: 1357

L’altro giorno ho scritto questo partendo da un fatto locale e l’ho esteso ad un’analisi più ampia relativamente alle librerie che a Venezia stanno irrimediabilmente chiudendo.

La libreria Goldoni a Venezia chiude. Lì ci ho trovato un libro curiosissimo sulle rune e un eccellente libro di Massimo Introvigne: se cerchi (cercavi) “cose” strane era lì che andavi. Anche alla Toletta (ancora aperta, per fortuna!) ricordo con orrore gli esborsi di denaro per portare a casa libri [...].

Oggi, acquisto su amazon, su bookrepublic, su simplicissimus [...]

Sono, quindi, colpevole della chiusura delle librerie?

[...]

Recentemente Alberto Mingardi si è chiesto se il libro sia o no una merce, e affronta il discorso dal punto di vista “di mercato” entrando nell’ambito dei prezzi e accennando alla mefitica legge Levi [...].

Questo significa “mercificare la cultura”? Può darsi. Ma meglio che la cultura sia un commercio vivo, piuttosto che un reperto da museo

Ora: la Libreria Mondadori ha chiuso tempo fa, la Goldoni chiude e le altre non se la passano bene, ma mi spiace leggere appelli in cui scrittori come Tiziano Scarpa ammettono con vergogna di rifornirsi “su internet” o di consiglieri comunali preoccupati della situazione e ipotizzano aiuti e sostegni… il punto qual’è? Se nessuno legge più, i libri per chi sono? Magari tra gli accaniti lettori ci sono molti ambientalisti che lamentano dello spreco della carta? Stiamo parlando di luoghi, di esercizi commerciali, di “cultura”?

Stiamo parlando, sempre e comunque di un Paese con il 70% di analfabetismo di ritorno e di un 46% di non-lettori: in pratica stiamo messi (quasi) peggio di quando Manuzio iniziò a stampare… 1494

Di seguito poi ripercorrevo un po’ il percorso di Venezia e delle librerie che da metà del ’400 abbondavano in città, fino ad arrivare al prodigioso Manuzio che installò un’impresa in un mercato saturo, nel quale però riuscì a primeggiare. Come? [...]

L’impresa di Manuzio nasceva a Venezia perché Bessarione aveva da poco donato il suo fondo e dato il principio alla Marciana; c’era Bembo e tanti altri e comunque erano personaggi che facevano della docta varietas il cardine del loro studio e della loro azione. Erano gli anni in cui a Venezia erano nati e vi lavoravano i fratelli Bellini preparando il terreno a tipi interessanti come Aretino, Sansovino, Tiziano, Robusti. In tutto questo il sistema era sostenuto da un commercio molto diffuso e le scoperte erano un elemento fondamentale per aprire nuovi mercati e nuovi monopoli.

Cioè: lui comprende che a fronte di un selezionato pubblico di studiosi, è necessario fornire degli strumenti che corrispondano alle esigenze di un utenza sì raffinata, ma allo stesso tempo esigente in termini di “uso e consumo”:

A lui si deve l’imposizione del formato in ottavo e l’introduzione di nuovi caratteri proposti da Griffo. Una parte del bellissimo Q di Luther Blisset (oggi Wu Ming) fa riferimento proprio a quel periodo e racconta le vicende relative al Beneficio di Cristo: è chiaro, quindi, che le librerie che oggi piangiamo erano anche delle stamperie, delle piccole case editrici.

Quindi:

  • diversificazione del prodotto
  • soluzioni tecniche innovative
  • aggregazione di una Comunità con l’Accademia Aldina
  • recupero di opere classiche per produzione di opere innovative come l’Hypnerotomachia Poliphili
  • integrazione con il mercato esistente

Il punto è che Manuzio agiva in una Città che si faceva forte di un’economia ricchissima perché basata su un monopolio, e da quando quel monopolio è crollato, anche la città di Venezia ha iniziato il suo declino. Allora era il pepe, ora bisognerebbe far emergere il sale del buon senso. Su questo mi chiedo:

perché a Venezia non si sia recuperato il passato incentrandolo sul digitale. Un esempio che cito spessissimo è quello di Smuuks che si definiscono “stampatori digitali”: il Milione proposto da loro è un gioiellino!

[...]un luogo che si batte per abbassare l’IVA per gli ebook al 4% e se ne frega della concorrenza di Amazon e Google, perché fornisce ai grandi editori gli scrittori che ha scovato e pubblicato per prima.

Di seguito mi auguravo di creare, partendo proprio dal digitale, una rete di scambio tra librerie e biblioteche e ricostituire una comunità di lettori…

Ma perché uno legge? Come si diventa lettori? Lo si diventa perché si è principalmente curiosi.

Da questo presupposto dovrebbero avanzare le idee e le proposte intervenendo giustamente sul caro affitti (ma come per ogni attività produttiva, del resto) ma anche evitando sussidi o sgravi che andrebbero a sostenere le stesse pratiche che hanno portato a questa situazione. Ripetere le stesse azioni per ottenere effetti diversi è da folli e proporre alla piccola libreria di poter tenere in un angolo la macchinetta del caffè o le bottigliette di acqua significa iniettare un virus, un veleno.

Faccio un esempio concreto.

Anche le edicole sono in crisi. I giornali non si vendono. In ogni città è stato permesso di vendere altri prodotti come i souvenir; bene: progressivamente le edicole si sono trasformate in bancarelle di souvenir dove poteva capitare di acquistare anche un giornale. A Venezia, quindi si è corsi ai ripari con controlli a raffica, perché i negozi di souvenir protestavano, verificando la percentuale di souvenir in vendita nelle edicole. Io immagino che nel giro di un paio d’anni la stessa cosa si potrà ripetere per le librerie e i bar, qui a Venezia come in qualsiasi altra città.

Quindi, già rispetto a quanto scrivevo, più che un plateatico alle librerie per dare un aperitivo, un’Amministrazione può favorire la collaborazione tra una libreria e il bar vicino come con qualsiasi altra attività, dando agevolazioni ai plateatici o alle imposte sui rifiuti qualora si avviassero delle attività coordinate. L’obiettivo non è quello di aggredire eventuali liberalizzazioni, ma sfruttare queste per semplificare aggregazioni di attività diverse che potrebbero essere complementari

Perfetto un post della Libreria Marco Polo che punta tutto sulla Comunità:

Che soluzioni restano nell’immediato? L’unica soluzione che vedo è quella che passa attraverso la comunità: non il Comune come organo di gestione e amministrazione della cosa pubblica locale ma la comunità stessa, i tanti individui, enti , aziende che costituiscono questa città e che facciano propria la causa delle librerie (perchè di librerie qui sto parlando ma il ragionamento potrebbe valere per altre attività).

perché alla fine di ogni discorso, la domanda a chi si indigna per le chiusure delle librerie è la seguente: quanti libri leggi in un anno?

Incredibilmente si scopre che i bimbi e i ragazzi leggono molto di più delle generazioni adulte, allora conviene iniziare a rivedere le librerie per loro più che per noi adulti che non leggiamo più.

 

immagine tratta da “festina lente

Lascia un commento


Ti potrebbe interessare anche: