Tecnologia: noi e la gente

Scritto da:     Tags:  , , ,     Data di inserimento:  5 aprile, 2013  |  Nessun commento
5 aprile, 2013
nonnadigitale

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Le persone e la tecnologia. O forse dovremmo dire: noi (quelli che si interessano di questi argomenti perché ci lavorano assieme, o ne sono appassionati), e loro (che invece ne hanno una conoscenza superficiale). Come incontrarci?

Da anni questi argomenti sono dibattuti da esperti o semplici divulgatori. La questione appare peregrina solo se non ci si rende conto di quello che sta accadendo. Come credo di aver già affermato, la rivoluzione che stiamo vivendo ha abbandonato università e centri di ricerca e, per fare un esempio scemo, manderà a casa il mio giornalaio, con tutta probabilità. O condurrà alla chiusura la mia libreria preferita. Indurrà la mia banca a chiudere parecchie filiali, e le Poste a dire addio a un bel numero di uffici: se è possibile riscuotere un assegno con l‘iPhone, ho davvero bisogno di tutte quelle sedi sparse in giro per il Paese?

Tutto nasce da questo: l’entusiasta (divulgatore o esperto che sia: noi insomma), occupa la parte privilegiata della linea del fronte. Per fortuna o capacità (oppure entrambe), ha capito che cosa stava accadendo e si è dato da fare. Adesso si trova nel posto giusto al momento giusto. La maggior parte delle persone, per sfortuna o scarse capacità (oppure: ha priorità tali da non poter far altro che stare a guardare), è rimasta imprigionata nel ruolo di spettatore. Quando infine i cambiamenti iniziano ad assumere le sembianze di una rivoluzione, ne sono o sgomente oppure addirittura terrorizzate. Perché alla fine, non so se è chiaro: saltano i posti di lavoro. La gente finisce col restare a casa perché (come ha scritto qualcuno), il suo lavoro adesso lo svolge meglio un software.

Qui possiamo scindere il problema in due filoni (sto semplificando, e me ne scuso). Il primo: le nuove generazioni non hanno molto da perdere ma parecchio da imparare. Come tutti, si capisce.

Il secondo filone sono le persone che perdono, o perderanno qualcosa perché la tecnologia le rimpiazza. Che lingua parlare a tutti costoro?

“Spiegare” la tecnologia significa svolgere, distendere quello che appare (o è) difficile o intricato.

Quindi:

Parliamo italiano, grazie. Succede raramente. Ci sono interi settori che pare abbiano il terrore della sobrietà e della chiarezza. Non parlano una lingua, ma una specie di gergo per pochi iniziati. La parola usata per dividere, separare, rendere l’ascoltatore confuso e suddito. Non si tratta solo della Pubblica Amministrazione; chi segue con una certa costanza Pionero sa che la creatura (vale a dire: la PA) inizia a muoversi bene. Le resistenze sono fortissime, ma queste si palesano proprio quando il vento cambia. Il medesimo vizio esiste nella comunicazione delle aziende, e di quanti dovrebbero spiegare e illustrare che cosa succede.

Al diavolo le specifiche. Dimmi che ci posso fare. Ancora adesso buona parte della comunicazione aziendale a proposito dei gingilli tecnologici si basa sulle specifiche. I “muscoli” insomma; ma che ci faccio? L’uomo della strada che se ne fa? Deve litigare con le obliteratrici della metro, davvero la sera si appassiona alla velocità di clock?

Non mostrarmi solo quello che perdo. Dire che questo dispositivo “cambierà la vita” è retorica. Buona parte delle persone restano affascinate da certe parole quando tutto gira più o meno bene. Poi, avviene il patatrac. Affermare che il termine crisi è “opportunità” va bene se sono uno dei bravi e fortunati che ha cambiato vita nel momento giusto. Per tutti gli altri è una pernacchia. Che ci faccio con un’opportunità se ho perso il lavoro? Il sugo? Detto questo, il progresso, il mondo che gira e migliora, deve essere qualcosa che tocco e di cui sento quasi il profumo. Buona parte degli individui vuole chiarezza, e comprendere. Per essere parte di qualcosa, e partecipare; perché quando questo non accade, arriva la paura.

Lo Stato sociale. Qui casco nell’utopia. Lo Stato sociale è quell’organismo che spiega cosa posso guadagnarci, in un periodo di transizione cattivo come questo. Parla la mia lingua. Mi sta accanto. Sa usare le reti sociali per incontrare le persone. E poi le incontra sul serio però. Sa che conoscenza, cultura e apprendimento non sono costi, ma investimenti, e questi devono incontrare le persone, non disperdersi in rivoli di sprechi, illeciti e “amicizie”.

Come si vede, si tratta di concetti talmente ampi che possono essere liquidati come farneticazioni, e forse lo sono. Ma credo che tutte abbiano un filo rosso che le lega: l’individuo. La tecnologia riporta al centro di tutto la persona, non solo quello che è, ma che può diventare se inserita nel giusto contesto, e le sono fornite i mezzi adatti.

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