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Memorie dal sottosuolo: tra doppini e cloache, disservizi e worse practices

Memorie dal sottosuolo: tra doppini e cloache, disservizi e worse practices
6 minuti di lettura

Il 25  marzo ho compiuto il mio ventennio online. Nel 1993 a Londra, avevo 22 anni, cominciai a pubblicare su una BBS articoletti sul tema della globalizzazione.
All’università avevamo dozzine di terminali e sistemi a disposizione, per ricercare nei meandri delle libraries universitarie, per elaborare le proprie ricerche, scrivere testi e… yes, dopo le 19, si spegnevano le luci e scattava l’ora di Wolfestein 3d.
C’era da sentirsi male a giocarlo sui propri 486 o primi pentium a causa della scarsità di RAM (4mb ‘costavano un rene’) e poca capacità di macinare numeri lato grafica, i 25 FPS erano una chimera. Invece all’università avevamo a disposizione PC supercarrozzati e reti che anche con i primi deathmatch in multiplayer non davano la nausea da video col singhiozzo.
La rete interbibliotecaria era sistema integrato dal ‘90, controllata in remoto dal centro ICT della Senate House e da una società privata di Oxford. Sì, in remoto aggiornavano i database, patchavano il sistema e a mia memoria non mi è mai capitato di trovare un terminale di ricerca bibliotecaria rotto. Semmai erano affollati.
Arriviamo al 1998, anno in cui lasciai una buona posizione professionale a Londra e presi la via dell’Europa del Sud per amor patrio. Una strana “scimmia” sentimentale che appartiene a chi si stufa della globalizzazione e cerca rifugio nella semplicità di una vita più “sottosviluppata” e circondata da meno puteolenti McDonald e cipolla fritta. Riconoscere un senso civico avanzato nel mondo anglosassone è corretto, ma i valori di fondo della mia vita non erano quelli del quieto vivere, al freddo e all’umido. Civismo avanzato, che non faceva per me, povero napoletano mannaro a Londra. Fino al pentimento di questi tempi.

Per anni gli strali dell’esecutivo britannico, di ogni colore, mi avevano riempito la quotidianità di tecniche di prevenzione dello skill shortage, città cablate e servizi digitali. Se pensiamo che oggi lo skill shortage in Europa lascia vacanti quasi 1.000.000 di posti di lavoro (http://www.eskills-monitor.eu/foresight-2/) in un momento di crisi in cui il digitale potrebbe produrre cchiù PIL pe tutti, direi che alla lungimiranza britannica occorre sempre dare credito, anzi sfruttarla positivamente invece di subirla.

Erano gli anni Novanta, il mio è un amarcord, in cui la politica e il sistema universitario esplicitavano una visione strategica e trentennale dell’economia e della società che si stava formando.
Facevo il consulente anche in quegli anni post-universitari a Londra, occupandomi di New Media e ICT.
Perché raccontare una storia personale? Ebbene, perché nella settimana appena passata ho vissuto il contrappasso di quanto vissuto negli anni ‘90 e ho preso irreparabilmente coscienza di quanto si sia ampliato il gap digitale tra il nostro paese e l’Europa del Nord. La storia personale serve solo a dare l’idea della prospettiva da cui osservo quanto accade nella mia esperienza imprenditoriale italiana.
Lo confermano le statistiche OCSE e EUROSTAT, ma mi preoccupa il vivere nel quotidiano d’impresa questa realtà fatta di scarsa connettività (o banda mai larga), burocrazia satanica, inettitudini e incompetenze diffuse.
Quindi dico che da quando ho deciso di avviare attività in Italia dopo gli anni con le startup coi soldi altrui tra il 1999 e il 2002, in realtà sono sceso nel “sottosuolo” del fare impresa in Italia.
Ho vissuto negli ultimi tempi la tragedia della banda larga nei distretti industriali e del monopolio de facto sul rame che arriva nelle nostre imprese. 5 aziende che in un modo o nell’altro mi vedono coinvolto nella loro attività come socio, partner o consulente hanno avuto le linee dati e fonia morire causa allagamenti delle condotte in cui passano i cavi (o peggio, quando il provider candidamente comunica uno “spillover fognario”).

I cavi, insomma, non stanno in santa pace nel sottosuolo fisico né psichico di un paese in cui il concetto di manutenzione è poco ‘tedesco’ e molto ‘africano’ (con tutto il rispetto per entrambe). La manutenzione per noi è un “pregare animista” che non accada nulla, è il famoso fatalismo dello SLA. Racconto senza nomi e cognomi una storia d’imprese nella capitale del paese (city ancora troppo poco smart rispetto agli antichi splendori), quel paese che in alcune classifiche OCSE come quella sul rispetto dei contratti (2011) si posiziona agli ultimi posti, dopo il Gabon.

Cosa accade? Accade che le linee dati e fonìa nella provincia della capitale e in molte sue aree periferiche (e non solo) vanno giù e non vengono ripristinate come da SLA, in un rimpallo di responsabilità tra il monopolista del doppino in rame e il provider che, in queste condizioni, non trova altro di meglio da fare che azzerare il ticket della chiamata tecnica ciclicamente ogni 24 e a discapito del cliente che spesso spende per quelle DSL centinaia di euro/mese per una banda misera. Eppure,  probabilmente con una procedura batch (e qualche voce dall’antro dei provider conferma), azzera ciclicamente il ticket in modo da emettere regolare fattura, senza applicazione degli SLA. Una follia legale ed economica che non fa bene a nessuno, insegna una cattiva prassi ai lavoratori delle aziende che subiscono il disservizio, a quelli del provider che non sanno risolvere problemi tutto sommato elementari per riallineare una DSL, bonificare un doppino o rimappare le porte di un router, insegna che i contratti in Italia o non si fanno o sono inutili perchè nessuno fa da garante, ecc. E infatti ieri ho inoltrato la denuncia all’AGCOM. Cosa accadrà? Non lo so, so che il tema della banda larga è diventato uno sfottò tra imprenditori di alcuni distretti industriali.

  • Il paese muore economicamente e culturalmente con queste prassi anti-produttive da parte dei big player della connettività.
  • Le aziende possono rimanere isolate dal mondo per giorni anche nella capitale d’Italia senza che il provider onori il contratto.
  • I doppini adattati a veicolo DSL viaggiano anche per 10km prima di arrivare a una centrale a Roma Sud, come ho saputo 2 giorni fa, tra fogne che esondano e squadre di manutenzione ridotte all’osso o inesistenti dato che i tempi di ripristino arrivano anche a 1 settimana.

Dove eravamo rimasti in tema di agenda digitale e banda larga? Eravamo rimasti agli anni di chiacchiere inconcludenti dell’ultimo decennio, in cui si è foraggiata la TV digitale che serve a pochi e non la banda larga che serve a tutti. C’è ancora tanto da fare, e per farlo occorre azzerare molte bad practices (moltissime) e abitudini ancor peggiori, riaprire le aziende del settore all’ingresso di professionalità nuove insieme a una cultura dei provider totalmente rinnovata sul tema delle politiche di servizio. Non basta cablare, bisogna riformare e mettere sotto garante le società di telecomunicazioni.
Prima che sia troppo tardi. Ed oggi, non è certo troppo presto. Eppure era ora di rilanciare la competitività delle imprese sul piano globale, difficile in questo ecosistema di utilities e burocrazia fallaci.

Foto del profilo di Nicola Christian Rinaldi
Nato a Napoli nel 1971, Laureato presso la School of Oriental and African Studies di Londra nel 1995 frequenta poi il King’s College - sempre a Londra – per un Master interdisciplinare in Mediterranean Studies. Rientra in Italia nel 1998 – dopo oltre 15 anni di esperienza accademica e professionale tra Lussemburgo, Bruxelles, Parigi e Londra – e consegue una borsa di studio MIUR per un Master interdisciplinare in Modelli di Complessità. In oltre 20 anni, sin dalle prime esperienze professionali dei primi anni '90 presso le Istituzioni Europee nel G.D. del Lussemburgo, si occupa con continuità di sviluppo dei tecnologie new media e di strategie di valorizzazione della conoscenza, ricerca applicata ed efficienza delle strutture organizzative, di concept design e innovazione di prodotto e processo. Dal 1996 a più riprese si è occupato di progetti di eGovernment, eBusiness e Quality of Service (design & delivery), di comunità virtuali e social media in ambito pubblico e privato. Oltre a gestire proprie aziende dei settori internet (www.advenio.it e www.i-sud.it) e educazione (www.littlegenius.it). Cultore di storia, lingue, culture orientali e mediterranee è appassionato studioso di organizzazioni sociali, spirituali e civili, postmodernismo e meridionalismo, sistemi di conoscenza e teorie della complessità, elementi del sapere che ricombina nell’attività professionale. Negli anni opera in aziende pubbliche e private in qualità di Temporary Manager, occupandosi di sviluppare strategie d’innovazione, agendo su Qualità, Ricerca, Web, Sistemi informativi e Progetti internazionali (Programmi quadro UE). Ha frequentato accademicamente e professionalmente personaggi come Edward de Bono, Anthony Giddens, Sudipta Kaviraj, Alexander Pyatigorsky e Edward Said, filosofi, psicologi e orientalisti di cui ha assorbito la forte propensione al pensiero speculativo. Dal 1990 Pubblica storie a carattere surrealista in lingua francese e gestisce vari blog e social network sotto pseudonimi fino al 2008, quando Facebook comincia a monopolizzare il tempo online. Conosce le lingue francese, inglese, italiano e spagnolo. Investe attraverso fondi di microcredito in microimprese femminili in Asia, centro-America e Medioriente. La sua prima pubblicazione è L'Innovazione Integrata Ed. Maggioli (www.ibs.it/code/9788838774690/cipollini-claudio/innovazione-integrata.html)

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