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E-democracy e spazio pubblico, come si prendono le decisioni “nel tempo della rete”

E-democracy e spazio pubblico, come si prendono le decisioni “nel tempo della rete”
5 minuti di lettura

Con il successo elettorale del Movimento Cinque Stelle è tornato alla ribalta il tema della e-democracy, della democrazia rappresentativa e diretta e della modalità con cui si prendono le decisioni per la comunità “nel tempo della rete”.
Su questi temi si è scritto molto ma credo sia utile una riflessione su tre punti, in particolare:

  • perché il dualismo rappresentativa-diretta esula dall’utilizzo della rete;
  • come le modalità di e-democracy possono favorire l’affermarsi dell’open government;
  • perché è necessario disporre di spazi pubblici in rete.
E-democracy, democrazia rappresentativa e diretta

L’utilizzo dell’ICT e quindi della rete per le pratiche democratiche, (dunque la pratica dell’e-democracy) è senz’altro una delle opportunità ed evoluzioni più interessanti che la società della conoscenza può perseguire. La rete può amplificare e rendere possibile la partecipazione dei cittadini, sia permettendo loro una informazione organica e tempestiva, sia consentendo di contribuire alle decisioni con sforzi e costi ridotti, e quindi, da questo punto di vista, più facili da fornire (per i cittadini) e da recepire (per chi si pone dal fronte di chi lancia le iniziative).

In questo senso l’e-democracy non è che l’esercizio democratico attraverso l’ICT, e non ha nessuna implicazione circa la pratica di una democrazia rappresentativa o diretta.

Infatti, le “parlamentarie” del Movimento Cinque Stelle hanno permesso di designare i candidati parlamentari, e quindi costruire una base di consenso per l’esercizio successivo della democrazia rappresentativa, tramite le elezioni politiche. Stessa cosa per la scelta del candidato sindaco, e di qui la differenza tra altre modalità di scelta (pensiamo alle primarie del centrosinistra) è nel mezzo utilizzato (classiche votazioni su schede cartacee piuttosto che votazione in rete) oltre che nei requisiti minimi per le candidature (con l’esigenza di mostrare un numero fissato di sostenitori o meno).

Il tema dell’esercizio pieno della democrazia, nel caso delle votazioni elettorali, non può pertanto che essere legato al processo di candidatura, che deve essere rispettoso delle pari opportunità di partenza, senza discriminazioni sociali, etniche, di genere, di idee e in grado di favorire il merito, limitando il peso delle pratiche di cooptazione e di pressione da parte di chi ha posizioni di potere.

Questo è il punto e questo è il luogo delle critiche, non certo il fatto che poi la votazione avvenga o meno in rete.

Anzi, chi si propone di rendere possibile solo in rete il processo di votazione e quindi la pratica democratica di votazione, deve allo stesso tempo assicurarsi che nessuno per questo ne sia escluso, mettendo in atto tutte le iniziative possibili perché il processo non sia riservato ad una elite, consistente ma esclusiva ed escludente.

L’e-democracy e l’open government

Un passaggio fondamentale per lo sviluppo democratico è legato alla realizzazione dell’open government con le sue caratteristiche fondamentali di trasparenza, collaborazione, partecipazione.

Qui il tema chiave è come passare dalle consultazioni volontarie su alcune proposte legislative e su alcuni provvedimenti (vedi il caso dell’agenda digitale) alla messa a sistema di un processo di partecipazione efficace.

Su questo fronte le sperimentazioni e le iniziative sono tantissime, ma la sistematicità e l’inserimento organico nelle procedure amministrative e legislative è ancora da realizzare.

Non è un problema di piattaforme abilitanti per il processo decisionale partecipativo, e recentemente, alle varie possibilità offerte dal wiki, dall’Ideascale e dal noto LiquidFeedback si è affiancata l’iniziativa italiana Airesis, di cui si attende a giorni una nuova  versione. È, piuttosto, importante definire come intervenire nell’ordinamento nazionale e locale per prevedere un sistema organico di partecipazione. Per far questo deve essere definito, ad esempio:

  • che la partecipazione in rete acquisisca un valore formale, in modo che, ad esempio, le proposte di legge di iniziativa popolare possano essere realizzate, sostenute e formalizzate interamente in rete;
  • che, a seconda delle caratteristiche di importanza, i disegni di legge e i decreti legge (oltre che le delibere regionali-comunali) prevedano passaggi preliminari di consultazione partecipativa obbligatori, con meccanismi di votazione che identifichino gli emendamenti da recepire (in rete, ma non soltanto);
  • che la discussione sempre attiva e attivabile sulla rete entri sistematicamente nelle pratiche di confronto con le istituzioni, anche cambiandole, e che dalle istituzioni sia vista come una risorsa importante per acquisire proposte, idee, esigenze, e come piazza permanente di istanze di cui tener conto e a cui rispondere, oltre che come luogo di consultazione multistakeholder sempre aperto, anche per avviare iniziative non governative.

La rete quindi come opportunità enorme per amplificare la partecipazione alla vita politica. Per realizzare compiutamente la democrazia e l’open government.

L’alfabetizzazione alla partecipazione e gli spazi pubblici in rete

Questi obiettivi sono perseguibili in Italia solo se, però, si superano due grandi problemi:

  • la scarsa partecipazione attuale degli Italiani alle attività partecipative sulla rete;
  • la scarsità di spazi pubblici in rete.

Andiamo per ordine.

Anche il primo Rapporto sul Benessere Equo e Sostenibile realizzato da Istat e CNEL, afferma che l’utilizzo di Internet si attesta solo il 54% della popolazione italiana, ben 16 punti sotto la media europea. E il digital divide vede sfavoriti soprattutto il Mezzogiorno, gli anziani, le donne e le persone con bassi titoli di studio.

Utilizzare Internet non significa essere in grado di partecipare attivamente alle pratiche democratiche in rete, ma ne è certamente condizione necessaria.

In queste condizioni non è realizzabile nessuna iniziativa di e-democracy e di open government. L’esclusione di metà della popolazione è inaccettabile per qualsiasi pratica democratica. Esclusione che è di fatto più elevata del 46% che non navigano in rete, perché la partecipazione necessita di una vera e propria alfabetizzazione specifica, che da questo punto di vista non è solo digitale ma ha come tema la capacità di partecipare attivamente ai processi decisionali. E quindi integrando meccanismi di partecipazione in rete e in presenza.

Di qui l’impellente necessità di avviare rapidamente un programma nazionale di alfabetizzazione digitale articolato territorialmente.

Il secondo problema è legato agli spazi pubblici in rete.

Fino ad oggi non si è posta l’esigenza di prevedere degli spazi di discussione per favorire la crescita delle comunità territoriali.

Gli spazi di solito nel nostro Paese nascono intorno a delle iniziative specifiche, su piattaforme spesso proprietarie, senza un’attenzione specifica per stimolare e gestire il dibattito, il confronto. Ma se vogliamo davvero mettere a sistema la partecipazione, abbiamo anche bisogno che questa sia una preoccupazione pubblica, in modo da costruire piazze di confronto alternative a quelle private.

Piazze pubbliche, dove non sia necessario pagare l’accesso con i propri dati.

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Foto del profilo di Nello Iacono
25 anni di esperienza in campo tecnico, gestionale e manageriale. Consulente, Formatore e autore di diversi articoli e libri sui temi dell'organizzazione, del management, delle competenze e dell’innovazione dall’ICT, è attualmente partner di P.I.CO. Srl – società di consulenza organizzativa, e consulente Ricerca e Sviluppo del CATTID – Università La Sapienza– Roma. Da anni promuove iniziative in campo nazionale sui temi dell'innovazione ed è attualmente Vicepresidente dell'Associazione Stati Generali dell'Innovazione, di cui è anche fondatore.

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