La maturita’ degli Open Data. Cosa faranno da grandi?

Scritto da:     Tags:  ,     Data di inserimento:  14 marzo, 2013  |  Nessun commento
14 marzo, 2013
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Il 23 febbraio scorso, appassionati,  studiosi e professionisti di differente estrazione che si occupano in diverso modo di Open Data si sono confrontati, non solo in Italia ma in tanti altri paesi Europei , in una serie di eventi diffusi sul territorio che ha visto il passaggio decisivo del tema verso una fase di piena maturità. Quelli che fino a ieri si potevano considerare come incontri tra “addetti ai lavori”, appassionati e “smanettoni”, sono apparsi come momenti di confronto ed analisi multidisciplinari e trasversali tra molti settori professionali  della società della conoscenza.

La sorpresa della numerosa partecipazione all’iniziativa di Roma, è stata rafforzata dalla multidisciplinarietà degli interventi nelle diverse tappe che si sono svolte da Venezia, a Bari, a Bologna e in tante altre città italiane. Un ottima sintesi della giornata romana è stata curata da Agora Digitale. Nel rimandarvi al materiale pubblicato sul sito per una esaustiva analisi, alcuni importanti evidenze sono emerse prepotentemente. Una tra tutte, come ha sostenuto l’amico e collega Sergio Agostinelli in chiusura di mattinata della tappa di Roma

“…gli Open Data hanno stanno attraversando la transizione da una fase adolescenziale all’età adulta…”

 

 

La domanda ora sorge spontanea: quanto durerà questa fase di transizione? E’ diventato un tema davvero maturo per la società italiana nelle sue diverse articolazioni? Dal policy maker, all’associazionismo, alle corporazioni che in vario modo ancora rappresentano interessi consolidati nel sistema Italia,  sono davvero pronti e sensibili al pieno dispiegarsi di questa “pratica amministrativa” e, aggiungo, “comportamentale”? Perché di questo si tratta, a mio modesto parere; capire fino in fondo i benefici ed i vantaggi che i “Dati Aperti” portano sull’agire quotidiano di tutti gli strati delle società contemporanee. Non solo le Amministrazioni Pubbliche, ma anche le imprese, le Organizzazioni non governative, i diversi soggetti che a vario titolo gestiscono dati e informazioni che riguardano fenomeni economici e sociali misurabili e certificabili puntualmente.

Stando alle iniziative dell’ ISTAT, di tante Regioni e Comuni italiani che hanno meritoriamente avviato progetti di apertura del patrimonio informativo publico si direbbe che molti dirigenti e amministratori hanno intuito i potenziali benefici non solo per la collettività, ma anche per le organizzazioni che gestiscono; ma come emerge dalla periodica e meritoria analisi condotta dai colleghi di www.dati.gov.it le Amministrazioni centrali sono ancora assenti  su progettualità che riguardano gli Open Data ed i Big Data pienamente fruibili.

E’ solo il caso di ricordare che l’art. 9 del Decreto Legge 179/2012 rende obbligatorio ogni dato prodotto e pubblicato da una PA, diffonderlo come Open Data con tutte le caratteristiche che ormai gli si riconoscono (licenze aperte, formati, ecc). Ed è in questa direzione che salutiamo con favore l’avvio delle attività del gruppo di lavoro dell’Agenzia per l’Italia Digitale per la definizione delle linee guida nazionali per dati di tipo aperto.

Le tappe italiane dell’International Open Data Day hanno dimostrato che l’intersettorialità degli interventi e delle testimonianze ci hanno fatto capire che la fase di maturità degli Open Data è ormai iniziata. Questa sensazione è avvalorata, inoltre, dalla crescente  partecipazione di numerose Camere di Commercio al progetto nazionale di apertura delle banche dati nazionali (Starnet, Movimprese, ecc) gestite dal sistema camerale www.opendataimprese.it; il progetto vuole rappresentare la piattaforma unica di condivisione e catalogazione dei dati gestiti e pubblicati dalle diverse CCIAA presenti sul territorio. Dalla iniziale partenza presso la CCIAA di trapani l’adesione si è ampliata a diverse realtà territoriali, soprattutto al sud Italia come si può vedere dalla mappa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E’ questa la principale novità rispetto alle analisi svolte dal portale nazionale www.dati.gov.it . Le Camere di Commercio più sensibili sul tema dei dati aperti sono, in controtendenza rispetto ad altre PA, quelle del nostro mezzogiorno. Si va da dalle CCIAA di Potenza, a quella di Lecce, passando da Benevento, Chieti  ad UNIONCAMERE regionali del Friuli V. Giulia e quella Calabrese.

Una conoscenza diffusa del territorio e delle sue dinamiche economiche e sociali che non può che contribuire al crescente movimento nazionale sensibile al riutilizzo delle informazioni prodotte a livello locale. Certo, ancora molta strada è necessario compiere, soprattutto con riferimento all’ampiezza ed alla tipologia dei dati resi “Open”, ma è opportuno segnalare comunque questo trend di crescita in aree che soffrono storicamente di scarso dinamismo “conoscitivo”.

Tornando all’incipit ed alla domanda iniziale, cosa faranno da grandi gli Open Data in salsa italiana? I contest, le iniziative di valorizzazione dei dati sono in aumento, ma rimane la domanda che i genitori di questi giovani figli si pongono: si ma quanto mi costa farti crescere? Sarò ripagato dagli investimenti necessari? Questo aspetto non è eludibile; ne hanno fatto ampio riferimento) l’amico Gianfranco con un bel post su Innovatori PA, il nostro instancabile coordinatore scientifico Gigi nel suo blog affrontando i modelli di business  e la catena del valore del paradigma degli Open Data, prendendo spunto tra l’altro, dalla presentazione all’Ambasciata Americana di Roma dell’esperienza della citta di Chicago sugli Open Data (vi suggerisco di leggerveli). Prima ancora Alfonso ha rappresentato nel suo blog tutte le sue perplessità nel trascurare la componente (tecnologica?) interoperabilità semantica dei dati. Consiglio caldamente di leggervi con attenzione

Chi mi conosce, sa che è uno degli approfondimenti che più mi appassiona di questo modello di “conoscenza aperta”, essenzialmente per impegno professionale e percorso formativo. In particolare credo utile approfondire le ricadute in termini economici e sociali sul territorio, sulle comunità locali cui la disponibilità di dati deve essere prevalentemente rivolta. Nel recente passato ho espresso le mie perplessità  sulla effettiva misurabilità  degli investimenti in un progetto di Open Data; mi sembra, a distanza di mesi, un fatto ormai superato dai recenti provvedimenti normativi sull’ “open by default”, su cui non torno per brevità. Rimane la necessità di elaborare un modello/metodologia di valutazione dei progetti Open Data circa i benefici interni alle PA ed esterni sugli utenti (cittadini e imprese) che portano con se.

Non vorrei scomodare modelli econometrici o metodi di analisi input/output, alla Leontief per capirci, ma la valutazione d’impatto degli Open Data va spostato, per elaborare metodologie credibili nel tempo, su analisi di carattere macroeconomico sull’interdipendenza settoriale di investimenti in beni e servizi di differente natura. In questo caso, torna utile quindi rispondere alle seguenti domande che l’introduzione di progetti Open Data comporta: come valutare l’aumento di concorrenza nei mercati oligopolistici? come misurare i benefici per la riduzione delle asimmetrie informative? Quanto e come è misurabile l’impatto sociale di un nuovo servizio creato grazie ad una nuova app basata su dati aperti? Risposte non facili, ma ci torneremo.

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