Citta’ della scienza: coltivare la conoscenza o perire

Scritto da:     Tags:  ,     Data di inserimento:  14 marzo, 2013  |  Nessun commento
14 marzo, 2013
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Le indagini proseguono a proposito del rogo che ha distrutto la Città della Scienza di Napoli, e come si dice in questi casi: lasciamo che le autorità facciano il loro lavoro. A chi resta a guardare, o meglio a riflettere su quello che è successo, probabilmente un pensiero (tra i tanti) gira nella testa. Che il movente sia la vendetta di qualche isolato, o un’azione dimostrativa da parte della criminalità organizzata, la grande novità del Novecento, e pure di questi anni, è che la conoscenza inizia a dare fastidio.

In realtà è sempre stata pericolosa. Per questa ragione nei secoli passati era confinata in pochi luoghi, e tramandata come prezioso ingrediente che non doveva vedere la luce del sole, né finire nelle mani del popolo. Tutto era immutabile, e non c’era verso di cambiare l’andazzo se non si prendevano in mano i forconi, e si marciava verso il Palazzo.
Adesso quell’ingrediente è in giro, e tutti possono usarlo purché lo desiderino. Ci sarebbe molto da dire a proposito della scarsa attitudine (non solo italiana) a farne buon uso. E anche della sua efficacia: conoscere la differenza tra barocco e rococò, o essere in grado di distinguere Plotino da Platone non impedisce a certa gente di lavorare per la camorra.

La Città della Scienza era la scommessa di una realtà urbana che in un certo periodo storico è stata una delle capitali d’Europa, assieme a Parigi e a Londra. Pochi erano a conoscenza della sua esistenza, e del lavoro che provava a fare, in mezzo a difficoltà d’ogni genere. Ma a qualcuno forse non è sfuggito il rischio che si correva permettendo a questa struttura di svolgere il suo lavoro. Solo chi non ha mai avuto alcuna curiosità, o ama lo status quo, fatica a comprendere come una prospettiva differente possa agire su una persona, e indurlo a riflettere, a cambiare. O a provarci almeno.

La conoscenza ha questo potere: stuzzica la mente, infiamma la testa, d’un tratto l’individuo si rende conto che c’è un diverso modo di vivere e di affrontare la realtà. Con l’impegno, la passione, la determinazione. Niente menefreghismo, né indolenza o furbesca abilità ad adattarsi ai voleri del più forte. In quel luogo si inoculavano all’interno di un organismo sfibrato e disilluso come la società napoletana, anticorpi capaci alla lunga di creare delle persone migliori. Perché la repressione dei reati è vitale; ma se non si cambia la testa delle persone, se non si rilasciano al suo interno i semi del dubbio per imparare a guardare a sé e agli altri in modo nuovo, la partita è persa.

Alcuni hanno compreso questi rischi e sono intervenuti nel solo modo che conoscono: con la distruzione.
Altri probabilmente sono rimasti alla finestra, criticando anzi la spesa della Città della Scienza ritenuta inutile, perché ben altri sono i problemi di Napoli. Certo. Ma se non si inizia a coltivare la conoscenza, come si risolvono i problemi di quella città?

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