Occupazione digitale, open data, agenda digitale: l’Europa chiama ma in Italia abbiamo esempi da seguire

Scritto da:     Tags:  , ,     Data di inserimento:  12 marzo, 2013  |  Nessun commento
12 marzo, 2013
La grande coalizione del lavoro digitale aspira a creare 1 milione di posti di lavoro

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Mentre l’opinione pubblica disquisisce su quale sia la strategia migliore a livello digitale per un’Italia che si barcamena tra statuti di Agenzie create sei mesi fa e ancora non operative, Conclave e nuovo (impossibile?) Governo e recessione costante, l’imbeccata giusta arriva dal fronte europeo, fermo restando che spesso basta guardare in casa nostra per scoprire eccellenze pubbliche che funzionano.

Partiamo dal principio: il lavoro c’è, bisogna andarselo a prendere nel digitale. Lo ha chiaramente affermato la Commissione Europea lanciando la “grande coalizione per il lavoro digitale“: in occasione della conferenza sul tema che si terrà a Bruxelles il prossimo 4-5 marzo, durante la quale la Ue spingerà per realizzare un partenariato forte con i player privati, Neelie Kroes ha comunque lasciato intendere che è a livello di startup e di possibilità innovative, che serve attentamente riflettere.

Si tratta di occupazione digitale, quindi:  pare infatti che nel corso del 2013 in Europa non saranno occupati un milione di posti di lavoro disponibili legati all’economia digitale perché mancano le competenze sufficienti per ricoprirli. Da qui l’appello della commissione europea e dei Digital champions dei vari paesi a raccogliere energie, risorse e idee per colmare questo gap.

Chiaramente la Commissione chiama a rispondere i vari Governi – e qui, ahinoi, torniamo all’agenda digitale e tutte le sue difficoltà – puntando su 4 temi chiave, ovvero formazione innovativa, mobilità, certificazione delle competenze e startup.

Come mostrato di recente dal portale Dati.gov.it, secondo cui i dataset resi disponibili nel nostro Paese tra marzo 2012 e febbraio 2013 sono 4833, in Italia la situazione digitale è problematica ma in costante evoluzione. Il senso è questo: siamo indietro, proprio come nell’alfabetizzazione digitale, visto che ad esempio la Gran Bretagna aveva liberato lo stesso numero di data set 24 mesi fa. “C’è anche da dire che cresciamo più velocemente di loro, con un aumento dei dati aperti disponibili pari al 10% mensile. E’ questione di tempo, ma li raggiungeremo”, si fa speranzoso Salvatore Marras, responsabile eGov e OpenGov di Formez PA.

Voltando la testa alle buone di casa nostra, balza all’occhio quello che stanno “combinando” a Bologna, dove una sorta di rivoluzione digitale è in corso: sono ben 111, i progetti che associazioni, onlus, liberi professionisti, piccole imprese e istituti scolastici hanno realizzato partecipando al bando dell’Agenda Digitale di Bologna.

Questo sarebbe, in teoria, il vero senso della pubblica amministrazione digitale: ideare e riconoscere progetti che, seguendo le linee dell’Agenda Digitale (internet come diritto, coinvolgimento della cittadinanza e Smart cities), portino a un rapporto più diretto tra il cittadino e la pubblica amministrazione. Aldilà di numeri, cifre, polemiche. La strada ci sarebbe anche, peccato la conoscano solo in pochi proprio perché manca una strategia unica ed efficace.

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