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L’Agenzia per l’Italia Digitale e le Comunita’ intelligenti: l’agenda digitale e una strategia da rivedere

Lo statuto c'è, l'agenzia anche: ma questa agenda digitale continua a non convincere
7 minuti di lettura

Adesso che lo Statuto è stato approvato, l’Agenzia per l’Italia Digitale entra in piena operatività. Tra le prime incombenze, quella di avviare le attività sul capitolo delle “comunità intelligenti”, con diversi punti ancora da chiarire ed elevati rischi di fallimento.

Smart City, Smart Community e Comunità Intelligenti

Con l’approvazione dello Statuto possono essere avviate le attività di impostazione in carico all’Agenzia per l’Italia Digitale. Tra queste una delle più strategiche e più controverse è quella relativa alle “Comunità Intelligenti” (a cui è dedicato l’art.20 della legge “sull’Agenda Digitale”).

Strategica perché include l’area delle “smart city” e delle “smart community”, uno dei principali nodi dello sviluppo delle città, dei territori, dei diritti di cittadinanza, e controversa perché non si basa su definizioni chiare ed esplicite, il che è particolarmente rischioso in un ambito relativamente “nuovo”, che ha bisogno, invece, di chiarezza e definizioni semplici ma univoche.

Chiarezza necessaria anche perché il concetto di “smart city” si è intossicato in Italia di estremizzazioni tecnologiche fino a confondere il mezzo (le tecnologie digitali) con il fine (lo sviluppo del territorio, la qualità della vita dei cittadini), puntando così alla digitalizzazione (in buona parte inutile, se non dannosa) dell’esistente. Estremizzazioni chiaramente dettate dalle spinte degli operatori di mercato e dall’impreparazione della politica e delle amministrazioni. Estremizzazioni che, nelle intenzioni, l’Agenda Digitale (e in particolare l’articolo 20 già citato) vuole eliminare.

Ma per raggiungere questo risultato è utile completare o rivedere alcuni punti, ed in particolare quelli che attengono

  • all’oggetto stesso della norma (cosa sono le comunità intelligenti);
  • alla logica di azione (cosa si deve intendere per “piano nazionale delle comunità intelligenti”);
  • al sistema di governance (in che modo l’Agenzia per l’Italia Digitale può svolgere un ruolo di indirizzo e monitoraggio del “piano nazionale”, insieme ad un “comitato nazionale”).

 

Cosa sono le Comunità Intelligenti

Non esiste nessuna definizione. “Comunità intelligenti” è verosimilmente una traduzione di “smart community”, ma l’introduzione del neologismo non è accompagnato da una definizione.

Non nella legge. L’unico indizio è nel Bando Smart City pubblicato dal Miur (Decreto Direttoriale 5 luglio 2012 n. 391/Ric.): La Smart Community, quale riferimento per l’individuazione delle aree di ricerca e delle traiettorie di sviluppo, va intesa in senso ampio rispetto alla definizione di agglomerato urbano di grande e media dimensione, e si riferisce al concetto di città diffusa e di comunità intelligente (anche attraverso l’aggregazione di piccoli comuni ovvero sistemi metropolitani) nelle quali sono affrontate congiuntamente tematiche riferibili alle sfide sociali emergenti cioè tematiche socio ambientali, quali mobilità, sicurezza, educazione, risparmio energetico o ambientale.

Non aiuta nemmeno la pubblicazione dell’ex-DigitPA “Architetture per le comunità intelligenti”, in cui, all’interno di un approccio molto tecnologico, si definisce una sorta di equivalenza tra i concetti di smart city e smart community, e di conseguenza tra smart city e comunità intelligenti. Le comunità intelligenti sono così considerate come “luoghi o contesti territoriali”. Non un insieme di persone.

Naturalmente, se non si risolve questa questione, nessuna azione è possibile.

Per rimanere coerenti all’unico indizio che abbiamo, e associare così il concetto di comunità intelligente a quello di “tematiche affrontate congiuntamente”, allora dobbiamo assumere anche che l’identificazione stessa di una comunità possa cambiare a seconda della prospettiva tematica rispetto alla quale viene considerata. E per questa via, possiamo anche identificare questo modello di analisi come quello attraverso cui definire, per ciascun territorio, la governance utile, e i livelli di amministrazione opportuni (area municipale, area vasta territoriale/provinciale, area regionale), ciascuno identificato rispetto ai sottosistemi che è in grado (o ha necessità) di gestire in autonomia. Il modello di “comunità intelligente” così definito potrebbe essere uno degli elementi quale basare la riforma dell’assetto territoriale, con il riordino o l’eliminazione delle province.

L’alternativa è altrimenti di costituire un nuovo organo territoriale in sovrapposizione con gli esistenti. Ma se questo è il modello, se la centralità è delle attività che si svolgono sul territorio, ecco che le comunità intelligenti non possono che definirsi puntualmente e “dal basso”.

Tornando alla definizione, necessaria e urgente. Tra gli emendamenti presentati al Senato e respinti, promosso dalla società civile, ce n’era uno in cui ci si preoccupava di introdurre una definizione di “comunità intelligente”:”per comunità intelligente intendiamo una comunità che opera in presenza e in rete, in grado di dar luogo ad opportunità dirette di partecipazione attiva e di governance per affrontare tutte le tematiche del territorio allo scopo di migliorarne la qualità della vita. Unacomunitàcostruita sia come struttura connettiva (aperta, consapevole e finalizzata), sia come struttura adattiva, capace di generare dati e conoscenza e di far evolvere i propri comportamenti. In relazione al territorio, le comunità intelligenti identificano l’ambito in cui si esplicano la capacità di governo e i livelli di aggregazione amministrativa opportuni (area municipale o comunale, sistema metropolitano, area vasta territoriale/provinciale) rispetto alle tematiche gestibili in autonomia.

Comunità intelligenti come insiemi di persone con esigenze condivise. In più, presentando un legame esplicito tra queste esigenze, tra le tematiche da “affrontare congiuntamente” e le forme di organizzazione e governo. Una definizione già condivisa da associazioni, università, cittadini, imprese. Perché non partire da questa?

 

Ilpiano nazionale delle comunità intelligenti” (PNCI)

Anche il “PNCI” non è meglio specificato nella legge, e quindi va definito in modo coerente con il modello di approccio che qui si propone. È evidente che interpretarlo come “piano dettagliato di attuazione” è un errore.

La via è allora di costruirlo come un documento strategico sui principi di sviluppo delle “comunità intelligenti”, per chiarire le policy, gli indirizzi a cui ispirare la crescita delle comunità. E per identificare esigenze e azioni coerenti per lo sviluppo di un piano nazionale di alfabetizzazione digitale.

Il monitoraggio di un piano di questo tipo si deve quindi spostare sul livello strategico, così che sia utile a verificare l’efficacia degli strumenti governativi (bandi, finanziamenti, incentivi) rispetto ad un percorso di crescita che dinamicamente e continuamente deve preoccuparsi di adeguare esigenze e comportamenti.

 

Il Comitato Tecnico e il sistema di governance

Lo sviluppo delle comunità intelligenti è chiaramente un fenomeno complesso che non coincide con le iniziative di digitalizzazione. Non si tratta di applicare standard e tecnologie, ma di favorire una crescita del Paese a partire dalla ricchezza delle sue comunità.

In questo senso il modello di governance che viene descritto nella legge è chiaramente inadeguato: un’Agenzia che ha il compito di favorire l’attuazione delle strategie nazionali, che può valutare la qualità dello sviluppo delle comunità e determinarne l’accesso ai finanziamenti; un Comitato tecnico (quasi del tutto composto da esponenti delle pubbliche amministrazioni) che definisce, di fatto, il modello a cui le comunità devono attenersi scrivendo lo “Statuto delle Comunità Intelligenti” e le “linee guida” per il loro sviluppo.

Una scelta centralistica e semplificatoria evidentemente inapplicabile. Un sistema di governance buono solo per l’informatizzazione di un ente centrale, senza alcun legame con il lavoro visionario sulla necessità di promuovere la crescita dei territori a partire dalle loro esigenze e specificità che ha guidato le attività del gruppo di lavoro della Cabina di Regia.

In queste condizioni, il fallimento è molto probabile. Nell’auspicio che il Parlamento riprenda subito (come priorità) in mano la legge per cambiare profondamente alcuni punti e completarla, l’Agenzia ha comunque dei margini di manovra per ridurre il rischio di fallimento, ad esempio:

  • istituire una “Consulta permanente” in cui siano presenti i diversi stakeholder (cittadini, imprese, università, …)  e che lavori insieme al Comitato Tecnico;
  • dotarsi di strumenti e modalità di progettazione partecipata, da applicare già allo Statuto delle Comunità Intelligenti e al Piano Nazionale delle Comunità Intelligenti, oltre che per la valutazione del percorso intrapreso da ciascuna comunità e che garantisca l’effettivo coinvolgimento dei cittadini sul territorio.

Azioni che non solo possono ridurre i rischi di un approccio altrimenti scorretto, ma che aprono l’Agenzia alla possibilità di trarre vantaggio e valore dalla ricchezza di competenze e di esperienze che sono già sul territorio. E che sono la linfa fondamentale delle comunità intelligenti.

Foto del profilo di Nello Iacono
25 anni di esperienza in campo tecnico, gestionale e manageriale. Consulente, Formatore e autore di diversi articoli e libri sui temi dell'organizzazione, del management, delle competenze e dell’innovazione dall’ICT, è attualmente partner di P.I.CO. Srl – società di consulenza organizzativa, e consulente Ricerca e Sviluppo del CATTID – Università La Sapienza– Roma. Da anni promuove iniziative in campo nazionale sui temi dell'innovazione ed è attualmente Vicepresidente dell'Associazione Stati Generali dell'Innovazione, di cui è anche fondatore.

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