How to bite the Data Market!

Scritto da:     Tags:  , , ,     Data di inserimento:  8 marzo, 2013  |  Nessun commento
8 marzo, 2013
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Non avrei mai immaginato anche solo due anni fa, quando di opendata se ne faceva davvero poco, di poter vedere quello che sto vedendo da qualche mese a questa parte. Miracolosamente e con molta fatica siamo riusciti a metterci a lavorare con continuità e coordinamento all’assetto digitale del paese. Se adesso siamo arrivati ad interrogarci sul valore dei dati per i cittadini e per le imprese è solo grazie tantissime persone diverse che, all’interno e all’esterno delle istituzioni, hanno contribuito a una prima cultura del dato pubblico.

Anteporre la cultura alla tecnologia non è un semplice vezzo. Ma questo più che un disaccordo è un fraintendimento. Molto del lavoro di pubblicazione di un datastore non c’entra affatto con le soluzioni tecnologiche. Prevede un riassetto e un ripensamento dei processi amministrativi, impone un’analisi dettagliata di cose/come pubblicare per veicolare in modo adeguato le informazioni “liberate” come opendata, definisce strumenti normativi per accedere a queste informazioni in maniera tempestiva e organizzata. Questo perché la trasparenza, come concetto cardine del nuovo assetto amministrativo dell’ecosistema paese, può creare sviluppo etico ed economico solo se la tecnologia a supporto dei dati viene accompagnata dalla cultura e dalla comunicazione del dato stesso. Ecco perché preferisco sempre far vedere cosa ci si può fare con i dati, piuttosto che raccontarlo e basta. Poi se sei bravo riesci anche a far vedere come si può fare trasparenza a partire dagli opendata, piuttosto che raccontarlo e basta.

La diffusione di questa cultura dipende ora  dalla creazione di una domanda per i dati pubblici che sia basata sulle esigenze espresse dei cittadini e su una nuova alleanza tra enti pubblici ed aziende. Questo coordinamento ha lo scopo di rinforzare il tessuto amministrativo ed istituzionale, permettendo di espandere l’innovazione civica al di fuori della nicchia ecologica dove è nata e da dove (grazie al lavoro di figure professionali diverse) continua a trarre energie creative e partecipative. Idee interessanti ne sono uscite a Roma. La primavera 2013 degli opendata italiani potrebbe profumare di OpenDataInstitute.

Ma come costruire il sistema anglosassone dell’ODI? Un ecosistema adeguato per favorire lo sviluppo di aziende e startup deve essere un ecosistema adattato alle esigenze di business. E questo lo chiarisce molto bene e chiaramente Gigi Cogo

Prima considerazione: non siamo a Chicago, dunque ragioniamo da europei, con la cultura e con le competenze digitali dei cittadini e delle aziende europee.
Seconda considerazione: le nostre aziende non rischiano e non sono nemmeno incentivate a rischiare.
Terza considerazione: la creatività non è sufficiente, deve essere accompagnata da un modello di business (che ancora non vedo)

La data value chain non verrà saldata finchè non riusciremo a colmare le lacune che ci separano dalla domanda per i dati pubblici. Le lacune sono anche nella capacità di investimento e nella capacità di fare profitto. Come non essere d’accordo? Credo che spingere l’immaginazione sia proprio la sfida che questo gradino ci impone per salire verso uno step successivo. E alcune idee di canalizzazione del business sono interessanti e sono sicuro che daranno sorprese nel corso dell’anno. Ma come comunicare in modo semplice la possibilità di costruire un prodotto basato sui dati, e che magari abbia anche mercato? Cercando l’esempio più lontano all’attenzione del mondo opendata. Questa settimana mi sono letto “DataJujitsu- the art of turning data into product” di DJ Patil. E’ veramente interessante e lo consiglio a tutti. Mi ha fatto ragionare sul fatto che prima di pensare ai modelli bisogna provare a immaginare un mercato all’interno del quale quei modelli possano funzionare.

Allora ho immaginato di voler lavorare sul mercato dei dati immobiliari. Noi dobbiamo costruirlo e abbiamo bisogno di chi raccoglie dati e crea servizi. Non spenderò tempo a dirvi dove si fa e come ne sfruttano il valore per convincervi che possa essere un buon mercato. Poi ho immaginato una startup italiana con tutte le carte in regola per definirsi tale e che decide di investire su questo mercato. L’ho trovata!! Poi ho pensato come comunicargli il modello assistenza-impresa dell’ODI in UK. Come gli spieghereste i benefici di essere “aperti” ai dati? Come gli mostrereste che i dati possono aiutarli a migliorare il loro prodotto e nel contempo creare il mercato nel quale questo prodotto può crescere?

Buon esperimento mentale.

 

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