Email Print Twitter Facebook Google LinkedIn
in evidenza / Informazione / Marketing / Strategia

Caso Vividown vs Google: depositate le motivazioni della sentenza di assoluzione per Big G

Caso Vividown vs Google: depositate le motivazioni della sentenza di assoluzione per Big G
2 minuti di lettura

Caso Vividown vs Google, sono state finalmente depositate le motivazioni della sentenza con cui lo scorso dicembre sono stati assolti i tre manager di Google Italia dall’accusa di violazione della privacy.

Nel febbraio 2010 David Carl Drummond, ex presidente del cda e legale di Google Italy, George De Los Reyes, ex membro del cda di Google Italy e Peter Fleischer, responsabile policy Google sulla privacy per l’Europa erano stati condannati in primo grado per la diffusione in Rete di un filmato in cui un giovane studente disabile di Torino veniva vessato e malmenato da un gruppo di compagni di scuola. Il video, caricato su Google l’8 settembre 2006, rimase cliccatissimo nella sezione “video più divertenti” fino al 7 novembre, quando fu rimossso.
Liberati dalle accuse di diffamazione, in 1° grado i dirigenti di BigG subivano una condanna a 6 mesi di reclusione (con pena sospesa) per violazione della privacy.
Nelle motivazioni pubblicate nella primavera del 2010 il giudice Oscar Magi riteneva il gigante californiano responsabile – perlomeno ai fini della legge sulla tutela dei dati personali – dei contenuti caricati dai suoi utenti sulla piattaforma Google Video, dichiarando inoltre che “la Rete non può essere una sconfinata prateria dove ‘tutto è permesso”.

Lo scorso 21 dicembre, però, i giudici della prima sezione penale della Corte d’Appello (collegio Malacarne-Arienti-Milanesi) hanno assolto i tre manager “perché il fatto non sussiste” e anche un quarto responsabile di Google che era imputato per diffamazione, accusa già caduta in primo grado, accogliendo così la linea difensiva degli avvocati Giulia Bongiorno, Giuseppe Vaciago e Carlo Blengino secondo cui Google non aveva, in base all’ordinamento, alcun obbligo né di controllo preventivo sui contenuti caricati in Rete né informativo in relazione al trattamento dei dati personali.
“Google non è stato considerato titolare del trattamento dei dati – aveva commentato Oreste Pollicino, avvocato e professore associato di diritto comparato presso l’Università Bocconi di Milano – ma ha semplicemente eseguito le decisioni relative al trattamento del dato dell’unico responsabile, che è il soggetto che ha caricato quel video sulla piattaforma di Mountain View”.

Le motivazioni della sentenza depositate ieri, oltre a dichiarare l’“impossibilità effettiva e concreta di esercitare un pieno ed efficace controllo sulla massa dei video caricati da terzi, visto l’enorme afflusso di dati”, confermano le linee della difesa e degli esperti che si pronunciarono contro la sentenza di 1° grado, ma quel che più conta è che ravvisa in un controllo preventivo il rischio di un restringimento della libertà di espressione.

Demandare a un internet provider un dovere-potere di verifica preventiva appare una scelta da valutare con particolare attenzione in quanto non scevra da rischi poiché potrebbe finire per collidere contro forme di libera manifestazione del pensiero.

Non può non vedersi come l’obbligo del soggetto web di impedire l’evento diffamatorio imporrebbe allo stesso un filtro preventivo su tutti i dati immessi in rete, che finirebbe per alterarne la sua funzionalità.

Email Print Twitter Facebook Google LinkedIn

Cosa ne pensi?

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato. Campi richiesti *

Puoi usare questi HTML tags e attributi: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Lost Password

Register