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La verita’, ti prego, sulla par condicio…

La verita’, ti prego, sulla par condicio…
8 minuti di lettura

Quando abbiamo pensato a questo articolo non avevamo certo previsto tutto quello che sarebbe successo:  l’idea era di fare una breve ricostruzione dell’istituto della par condicio – cos’è, come è regolata, a chi e cosa si applica – aggiungendo, magari, qualche nota di costume. Ma in questo mese – chè tanto è durato il periodo di gestazione – è accaduto di tutto: l’idea originaria è stata rivista e si è arricchita, strada facendo, come una eterna tela di ‘Penelope’ fatta e disfatta, di input e idee, che ruotano, tutte, intorno al concetto originario: ma questa par condicio, cos’è, poi, in realtà?

Secondo la definizione tratta da Wikipedia It, per ‘pari trattamento’ si intendono quei criteri adottati dai mass-media nel garantire un’appropriata visibilità a tutti i partiti e/o movimenti politici.

La definizione contiene già il pomo della discordia, quell’elemento scatenante di critiche e sproloqui che negli ultimi giorni si è rivelato la vera chiave di tutto l’impianto: non la parità di condizioni, ma, bensì l’uso di uno strumento di comunicazione mass-mediatico.

Ché, se ci rientri, sei perduto.

Ma andiamo con ordine.

Partiamo dalla tanto vituperata legge, quella che, nell’ottica di alcuni, pone ‘gli ostacoli’: perchè è da essa, volenti o nolenti, che si ricavano le definizioni fondamentali, le metodologie, gli effetti e le sanzioni. Di par condicio si occupano una serie di norme, variamente distribuite tra numerosi testi, con differenti destinatari: l’attuale disciplina si basa sulle previsioni della legge 10 dicembre 1993, n. 515  recante la “Disciplina delle campagne elettorali per l’elezione alla Camera dei deputati e al Senato della Repubblica” e la legge 22 febbraio 2000, n. 28 contenente le “Disposizioni per la parità di accesso ai mezzi di informazione durante le campagne elettorali e referendarie e per la comunicazione politica”. Quest’ultima, come si intuisce dalla rubrica, disciplina l’intera comunicazione politica, non limitata, quindi, al periodo elettorale.

Il sistema, pur nell’impianto generale dell'”accesso ai mezzi di informazione“, prevede una disciplina specifica per le emittenti radio-televisive pubbliche, le emittenti radio-televisive private, nonché giornali e quotidiani. All’interno delle prime, soprattutto, vengono poi disciplinate le varie ipotesi in essere (comunicazione politica in genere, messaggi autogestiti, programmi d’informazione, messaggi politici elettorali, etc..)

Dalla lettura del testo, è evidente che la legge nasce con particolare attenzione verso l’emittenza televisiva, secondo la consapevolezza diffusa che la TV è un medium insostituibile: la televisione, infatti, è il mass medium più diffuso, in grado di raggiungere milioni di persone e spostare altrettanti voti, ma anche di compromettere l’elezione di un politico, con del giornalismo d’inchiesta o con una campagna mediatica montata ad arte.

Come si legge  nello stesso sito AGCOM

chiamate ad applicare la normativa sono, per la RAI, la Commissione parlamentare di vigilanza e, per le televisioni e le radio private, l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, che si avvale dei Comitati regionali per le Comunicazioni / Comitati regionali per i servizi radiotelevisivi, per quanto riguarda l’emittenza radiotelevisiva locale

La verifica del rispetto dei ‘tempi’ assegnati è affidata ad un Osservatorio dedicato, istituito presso l’Università di Pavia, misura settimanalmente le durate degli interventi dei politici durante i telegiornali e nelle tribune politiche.

In occasione delle consultazioni elettorali, la Commissione e l’Autorità emanano distinti regolamenti applicativi delle disposizioni normative:  a questa tornata, il provvedimento del 4 gennaio 2013 per la prima e, esclusivamente per le elezioni politiche. la deliberazione 666/12/CONS per l’AGCOM.

La normativa regolamentare distingue fasi e soggetti: nella prima, che va dalla data di convocazione dei comizi elettorali alla presentazione delle candidature, il ‘soggetto politico‘ è colui che è componente del parlamento uscente (anche Europeo); nella seconda, che va dalla data di presentazione delle candidature al giorno di chiusura della campagna elettorale , ‘soggetto politico‘ diviene la coalizione e ogni lista di candidati alla nuove elezioni.

Questa prima distinzione consente di capire, già da ora, come molta della campagna informativa fatta  dopo il 24 dicembre 2012 – data della pubblicazione in G.U. dei due d.P.R. di convocazione dei comizi elettorali – sia stata fatta in violazione delle regole sulla par condicio. Cosa che non stupisce, non solo sulla base dell’eterna domanda “chi controlla il controllore” – commistione politica tra controllore e controllato – non solo per la disinformazione (spesso voluta) sulla questione, anche per le molte, troppe situazioni che sfuggono alla ‘censura’ degli organi di controllo, più orientati, salvo sorprese, a calmierare le manifestazioni più tradizionali.

E sulla rete? che succede su internet?

Mentre in TV e sui giornali – vale persino per la comunicazione istituzionale – si sta attenti, cronometro alla mano, a non far parlare un secondo di più un candidato rispetto ad un altro, sul web corrono veloci analisi di sentiment e volumi (una delle tante qui), ma lo scettro spetta agli ipotetici sondaggi “aggiornati”  mascherati con metafore (le più famose:  conclave e corse di cavalli) o, le ancora più ardite interviste a sondaggisti che non si tirano certo indietro nello snocciolare dati più o meno mascherati.
L’art. 8 della legge 28/2000 che si occupa del “Sondaggi politici ed elettorali”, in realtà, dispone che “nei quindici giorni precedenti la data delle votazioni e’vietato rendere pubblici o, comunque, diffondere i risultati di sondaggi demoscopici sull’esito delle elezioni e sugli orientamenti politici e di voto degli elettori, anche se tali sondaggi sono stati effettuati in un periodo precedente a quello del divieto”. Se, dunque, lo scopo del divieto è quello di evitare l’influenza che questi sondaggi hanno sugli elettori, di certo, conformemente a questa tesi, la diffusione di tali dati non fa che aumentare tale possibile influenza, compreso il fattore “suggestione” dovuto alla segretezza e al “modus wikileaks” con cui vengono pubblicizzati – facilmente intuibile anche senza scomodare famosi studiosi di comunicazione.
A nostro avviso, che la par condicio non si applichi alla rete è  evidente dalla lettura della l. 28/2000, oltre che dall’art. 1 della deliberazione ACGOM, le cui disposizioni “si applicano su tutto il territorio nazionale nei confronti delle emittenti che esercitano l’attività di radiodiffusione televisiva e sonora privata e della stampa quotidiana e periodica“.
Quindi, la vetustà della legge lascia la rete fuori dal campo di applicazione della par condicio, nonostante internet possa essere definito un mass-media.
Ma i sondaggi restano il nodo della vicenda, come dimostrato anche dalla vicenda PoliticApp di SWG, applicazione a pagamento nata per diffondere sondaggi elettorali. AGCOM, infatti, ha ritenuto che “l’applicazione realizzata dalla SWG, nei termini in cui viene pubblicizzata, rende accessibile – previo il pagamento di un prezzo contenuto – il risultato dei sondaggi ad un pubblico potenzialmente molto vasto, con inevitabili effetti di diffusione incontrollata dell’informazione. Questa circostanza configura quindi un’oggettiva violazione del divieto imposto dalla legge sulla par condicio“.

Decisione ulteriormente rafforzata delle dichiarazioni del Presidente Cardani, sulla necessità di regole per il web:

È necessario che ci sia una normativa per il web, che non c’è. Al momento tutto ciò che avviene su Internet non è sottoposto alla nostra giurisdizione.

La storia che si ripete, verrebbe da dire.
Secondo la teoria dell’Autorità nel citato comunicato stampa del 6 febbraio, la disposizione dell’art. 8 non fa alcun riferimento alla piattaforma trasmissiva attraverso la quale avviene la diffusione. La censura, pertanto, potrebbe colpire anche strumenti neutri, come il ‘nostro’ Twitantonio? A nostro avviso no, perchè non solo siamo fuori dell’ambito applicativo della legge, ma, soprattutto, non siamo in presenza di una app dedicata – ai sondaggi, nel caso che ci interessa – ma di uno strumento polifunzionale che sfrutta la potenza della rete e dei social network.

Decisioni di tale natura rendono le valutazioni estremamente complesse: chi come noi crede che la par condicio non si applichi al web e tanto meno a delle app che, nello specifico, sono destinate ad una esigua fascia di pubblico potenziale, considera comunque un paradosso che ‘la scure’ non possa colpire l’uso ‘libero’ fatto su Facebook, divenuto una vera e propria bacheca elettorale – già usato, per esempio, dalle Iene per promuovere in tal modo servizi ‘censurati’ in tv. Com’è facile immaginare, il ‘gusto del proibito’ ha reso virale il video, molto di più che se fosse semplicemente passato in video.

Probabilmente è necessario un nuovo assetto normativo, che sostenga un inevitabile cambiamento culturale nel Paese: che molto sia lasciato all’improvvisazione, si appalesa, sintomatico, nella vicenda che ha visto al centro dell’attenzione mediatica ‘Girlfriend in a coma’, l’ultimo lavoro dello scrittore e giornalista inglese Bill Emmott, ‘censurato’ dal Maxxi, la cui Presidente Giovanna Melandri ha preferito non proiettarlo in quanto “iniziativa che può essere letta secondo connotazioni politiche, nell’imminenza della competizione elettorale“.

Siccome siamo in una democrazia liquida, orizzontale e dunque capita spesso di avere risposte dirette su Twitter piuttosto che attraverso una PEC, il 13 febbraio scorso (“in tempi non sospetti”, aggiungiamo) abbiamo fatto una domanda – delle tante in mente – direttamente allAGCOM tramite l’account twitter

per capire quali fossero davvero le regole…                                                                            

A questa domanda, nessuna risposta ad oggi è stata data.
Ma intanto l’AGCOM sanziona le TV per altro…
E nel giorno di silenzio elettorale provate a sbirciare le bacheche Facebook dei candidati o la timeline di Twitter dei politici…sono tutti lì, anche se ‘il web non sposta un voto’ (cit.).

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