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Wi-fi pubblico: a che punto siamo?

Wi-fi pubblico: a che punto siamo?
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Connettività del territorio: un tema caldo per la PA italiana, nonostante il minore appeal mediatico negli ultimi tempi. Al di là di spending review e tagli alla finanza pubblica, le reti wifi continuano a essere un obiettivo degli enti locali, come testimoniano alcuni dei progetti che raccoglieremo in un nuovo speciale di Egovnews.it e Pionero, che vuole autoalimentarsi con esperienze anche fornite dai nostri lettori. A introdurre il tema è Franco Sacerdotti, esperto del settore che ha collaborato alla realizzazione dei progetti WiFi di alcuni comuni capoluogo del centro nord Italia.

1. Negli Stati Uniti si sta parlando di una super rete wifi che copra l’intero territorio nazionale: in Italia il wifi pubblico è ancora lontano da essere presente in tantissime città. Quali sono i principali ostacoli allo sviluppo della rete?
Premetto che con il termine WiFi stiamo parlando della tecnologia a 2,4 GHz oramai diffusa sulla larga maggioranza dei dispositivi cellularipalmari e portatili. I vantaggi di tale standard de facto sono evidenti a chiunque abbia esigenze di connettersi fuori casa.
Ci sono però 3 svantaggi dovuti alla natura intrinseca della tecnologia:
1) è una frequenza libera quindi soggetta a interferenze. Impossibile quindi garantirne le prestazioni;
2) è un servizio discontinuo (a macchia di leopardo) e il roaming è problematico, quindi inadatto ad essere usato in mobilità (es. su un autobus);
3) la banda disponibile pur essendo superiore a quella fornita dall’attuale tecnologia di telefonia cellulare è limitata, quindi si è soggetti a saturazione delle celle (viene suddivisa tra gli utenti che navigano simultaneamente).

Tali limitazioni rendono problematica la costruzione da parte degli operatori privati di un modello di business forte (chi paga esige prestazioni!), a meno di non basarlo su servizi in sinergia. Il Pubblico per contro è limitato negli interventi da un aspetto normativo. Semplificando all’estremo, il Codice delle Comunicazioni Elettroniche (D.Lgs. 259/2003) dice che un ente pubblico NON deve erogare direttamente il servizio, e che eventuali finanziamenti pubblici a un operatore(salvo che esso sia una società controllata dall’ente) possono essere configurabili come aiuti di Stato. In sintesi, il servizio è molto popolare tra gli utenti e sicuramente caratterizza bene una città smart. Il fatto che tipicamente venga proposto agli utenti in maniera gratuita (qui un fraintendimento del termine “Free” che può significare sia libero che gratuito) lascia aperta la questione di chi abbia interesse o possa finanziarlo. Questo è a mio avviso l’ostacolo principale alla diffusione, sia in Italia che all’Estero.


2. Con il progetto free WiFi si è fatto molto, in termini di usabilità e accessibilità: permangono numerose problematiche tecnologiche: cosa dovrà fare chi sarà chiamato a governar nei prossimi cinque anni su questo tema?

Il progetto Free Italia WiFi è stato un eccellente apripista specialmente per quel che concerne la federazione delle reti della pubblica amministrazione (es. utilizzare la stessa login e password su reti diverse). Dal punto di vista usabilità, il più grosso miglioramento è venuto con un primo consolidamento interpretativo del DL 144/2005, la notissima legge Pisanu, in base al quale gli utenti non devono essere identificati ma identificabili. All’atto pratico questo ha permesso l’utilizzo delle SIM cellulari italiane – associabili ad un documento di identità – per l’assegnazione delle password via sms, in sostituzione alla assegnazione manuale prendendo la fotocopia del documento di identità stesso. Rimane il problema di alcune tipologie di SIM straniere che vengono rilasciate senza identificare l’utente. Successivamente, dal 1° gennaio 2011, per effetto del Decreto Legge 225 del 29 dicembre 2010 viene modificato il comma 1 e abrogati i commi 4 e 5 della legge Pisanu. Tra gli effetti vi è nominalmente il completo superamento dell’obbligo di identificazione degli utenti, ma rimangono gli obblighi generali di cooperazione con le forze dell’ordine (sanciti dal Codice delle Comunicazioni) che inducono gli operatori a continuare a farlo in via cautelativa.

Notizia recentissima del 14 Febbraio, l’Autorità Garante della protezione dei dati personali ha confermato che gli esercenti pubblici possono mettere liberamente a disposizione degli utenti la connessione WiFi ed eventualmente PC e terminali di qualsiasi tipo. Si rimane però in attesa di un consolidamento interpretativo in quantoil Codice delle Comunicazioni fa una netta distinzione tra reti pubbliche e reti private (art. 25 “Autorizzazione generale per le reti e i servizi di comunicazione elettronica“) e impone di avvalersi di soggetti autorizzati al fine di fornire l’accesso a reti di telecomunicazione aperte al pubblico.
Se dovessi consigliare degli interventi normativi al fine di diffondere la tecnologia, suggerirei al legislatore di:
1) spingere a un’armonizzazione di tutta la normativa esistente che permetta scelte chiare alla luce degli obblighi (o non obblighi) d’identificazione, delle responsabilità di cooperazione con le forze dell’ordine e dell’utilizzo di reti private per servire il pubblico.
2) più importante, concertare con l’unione Europea un meccanismo per il co-finanziamento delle reti WiFi urbane da parte degli Enti pubblici, permettendo così di erogare un contributo agli operatori disposti a integrare tali interventi nel loro modello di business.
3. Come progetti sviluppati dalle amministrazioni pubbliche possiamo dire di rientrare almeno nella media delle altre nazioni comunitarie europee?
Il WiFi è una tecnologia di accesso alla rete. Guardando alla realtà del Nord Italia, la gran parte dei capoluoghi di provincia si sono attivati per garantire il servizio, con risultati altalenanti in termini di diffusione della rete. Quello che ci pone indietro rispetto in particolare al Nord Europa a mio avviso non sono però i rubinetti ma gli acquedotti ovvero l’infrastruttura di distribuzione. Dov’è la fibra ottica? Non mi ci dilungo perché il gigantesco divario digitale che caratterizza il nostro paese merita un articolo a sè.


4. Bar, ristoranti, amministrazioni locali, uffici pubblici ed esercizi commerciali mettono a disposizione degli utenti risorse gratuite di connettività: come possono,o devono, integrarsi queste reti con quelle pubbliche?

In attesa di un consolidamento interpretativo, per fornire un servizio di navigazione WiFi aperto al pubblico nel rispetto del Codice delle Comunicazioni:
1) occorre avvalersi di soggetti autorizzati all’offerta di servizi ISP o WISP (art. 25 “Autorizzazione generale per le reti e i servizi di comunicazione elettronica”) al fine di fornire l’accesso a reti di telecomunicazione aperte al pubblico.
2) è sconsigliabile l’utilizzo di reti aziendali o domestiche (es. fornire ai clienti la password della propria rete WiFi / ADSL). Oltre ad essere in conflitto con il Codice, tale utilizzo è a volte oggetto di specifico divieto contrattuale e comporta responsabilità del titolare della rete in caso di comportamenti scorretti o illegali da parte degli utenti.
Ai privati che vogliano integrarsi con le reti pubbliche, consiglio quindi di rivolgersi a fornitori che garantiscano tale integrazione. Se invece qualsiasi obbligo d’identificazione cadesse, ovviamente qualsiasi fornitore autorizzato ad erogare il servizio andrebbe bene (di fatto non ci sarebbe più il problema di federare le reti).


5. Alcuni operatori primati sostengono la concorrenza sleale dei WiFi pubblici: cosa ne pensa di questa posizione?

Un operatore TLC che abbia una sua offerta nativa di navigazione cellulare ovviamente preferisce che gli utenti sfruttino la propria rete. Devo dire però che spesso l’approccio è miope in quanto un’offerta di navigazione WiFi, se federata con la rete pubblica, sarebbe invece ben integrabile con il modello di business dell’operatore. Qualche anno fa sono stato a Losanna dove per prima cosa, viste le tariffe di traffico dati in roaming del mio operatore telefonico, mi sono informato in albergo su eventuali aree WiFi per controllare la posta. “Certamente, Monsieur. C’è in ogni stanza e anche in una serie di aree della città indicate dalla cartellonistica”. Arrivato in stanza, con carta di credito, ho acquistato 8 ore di navigazione ed ho cominciato a navigare con costi inferiori e prestazioni maggiori rispetto alla chiavetta UMTS. L’operatore era SwissTelecom e non credo che abbia fatto tale scelta per perderci.

Foto del profilo di Simona Silvestri
Giornalista pubblicista, appassionata di scrittura e di tutto quanto ciò che riguarda i media e la comunicazione, nomade per necessità, curiosa per natura. Laureata in Scienze della Comunicazione all'Università degli Studi di Perugia, quando non scrivo di tecnologia e innovazione mi occupo di economia, sociale e cultura.

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