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Facebook o non Facebook? Quando papa’ paga per non entrare sui social

Il contratto anti Facebook è servito: che senso ha?
2 minuti di lettura

Le domande sono tantissime: al posto suo lo avreste fatto? Ha senso? Perché arrivare a un “contratto simile”? I social network – nella fattispecie Facebook – sono arrivati addirittura al loro paradosso oppure siamo noi che non li comprendiamo per quello che sono “programmati”?

La storia americana del padre di Boston che, tramite apposito contratto pubblicato sul suo blog, ha convinto la figlia a non accedere a Facebook per 5 mesi è un qualcosa che porta a dividere, invece che unire. Proprio il contrario di quello a cui tendono i social network. Ma il male non sta nel tempo passato su Internet. Non sempre, almeno. Solo in alcuni casi, e solo se, come per tutte le cose, il troppo stroppia andando a invadere il buonsenso.

Partiamo dalla storia che ha dell’assurdo ma neppure tanto, considerando che negli States va molto di moda il pagamento genitoriale “per” ottenere una rinuncia dai figli. I termini del contratto ideato da Paul Meier, dirigente di una società del Massachussets, sono semplici. Io ti pago, tu non accedi al social. Cinque mesi di astinenza, ma “bonifici” differiti altrimenti è troppo semplice. La prima rata da 50 dollari sarà pagata il 26 aprile e il saldo non prima del 26 giugno. E, ovviamente, la password sarà in mano a papà, che potrà pure cambiarla a suo piacimento per impedire accessi furtivi.

C’è anche un titolo, per il contratto. Si chiama “Facebook Deactivation Agreement“. Ma, soprattutto, c’è il mistero che circonda la vicenda perché la vera motivazione non è spiegata. Ossia: quanto stava Rachel su Facebook? Perché Paul ha ritenuto di dover arrivare a tanto? Qualcuno, addirittura, pensa che sia stata la stessa teenager, ad approfittare della sua “noia” e “perdita di tempo” per il social network proprio per spillare soldi al paparino.

Quindi? Quale sarebbe il senso? Ce lo spiegano diverse ricerche internazionali secondo le quale sarebbero addirittura il 61%, gli over 18 che decidono di prendersi una pausa di riflessione da Facebook. Qui francamente viene da sorridere: pausa da riflessione da cosa? Dall’eccesso di post? O di aggiornamenti di stato?

Si potrebbe aprire un dibattito sul corretto uso dei social network (Twitter, Google + e Instagram compresi) che forse non avrebbe mai fine: in realtà, il problema principale sta nel come e dove si usa. Fonte di informazione quotidiana e di contatto, allora si. “Socialpatia” con ansia dal sapere tutto di tutti, allora no. Di sicuro, pagare per vietare non sembra un buon modo per far capire la differenza a un figlio.

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