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Internet, la politica e il demiurgo

Internet, la politica e il demiurgo
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L’interesse della politica nei confronti della rete è quanto mai elevato. I politici, fatte rare eccezioni, in realtà utilizzano la rete come broadcast dei loro programmi, meno come strumento di confronto con i cittadini. Proprio su questo tema vengono criticati e additati di essere retrogradi, di non saper utilizzare lo strumento e di nascondersi dietro a “war room” che usano la loro faccia per fare propaganda.

Le critiche, normalmente, partono dal presupposto che Internet è una cosa diversa e che non può essere utilizzato come mass media, che così facendo non otterranno mai risultati degni di nota. Poi vai a vedere l’esito delle Primarie del PD e scopri che il più digitale di tutti, quello applaudito per l’utilizzo della rete, ne esce sconfitto. E ancora ti meravigli e ti domandi, ma come? E ancora. Vedi un politico dato ormai per “estinto” che, in poco più di un mese con una roadmap stretta di presidio dei media tradizionali non è solo riuscito ad avere copertura nel mainstream ma anche a diventare popolare in rete (secondo PolisMeter, Berlusconi assieme a Grillo è il più performante dei politici in rete). Assurdo?

Quello che stiamo osservando in questa campagna elettorale è la conferma che la rete è solamente uno strumento e che essa si adatta all’utilizzo che ne viene fatto dalle persone. Pertanto se l’approccio alla rete è unidirezionale, ed i dati medi di engagement (che difficilmente superano l’1% secondo Social Bakers) – per dirne una – sembrano proprio dimostrarlo, la rete sarà l’ennesimo media nel marketing mix politico.

Internet, la rete, prende la forma che gli utenti ne danno e non, come molti vorrebbero far credere, modifica i comportamenti degli utenti. Pur avendo enormi potenzialità rispetto ai media tradizionali, se un utente è generalmente passivo, la rete e i social media resteranno strumenti di fruizione e non di creazione. Tutt’al più essa diventerà uno strumento di personal branding e di esibizionismo ma non potrà mai incidere sul cambiamento del paese. Proprio le primarie del Movimento 5 Stelle ne sono la riprova. Su un bacino di circa 250.000 simpatizzanti, una pagina Facebook con oltre 1 milioni di like e un account twitter con numeri decisamente importanti, il voto è stato espresso da poco più del 10%. Il PD, viceversa, ha catalizzato 4 milioni di votanti attraverso canali tradizionali. Dato maggiormente interessante se si considera che le primarie M5S erano gratuite, quelle del PD chiedevano 2 euro per esercitare il voto.

Invertire questa situazione è possibile, ma non semplice. Significa fare in modo di incentivare un altro uso della rete. Per poterlo fare è d’obbligo uscire da questo modello autoreferenziale in cui la rete è quasi l’unica arena per far conoscere la rete. L’agenda digitale, con l’articolo Manzi 2.0, avrebbe potuto costituire quella strada. Tuttavia qualcuno ha ritenuto non fosse necessario e, probabilmente, continuerà a pensarlo.

 

Foto del profilo di Simone Favaro
Da oltre 10 anni collabora con imprese, personaggi pubblici e associazioni nella gestione della propria immagine. In rete sin dai primi anni 90, ha contribuito alla creazione del Medialab presso la Facoltà di Scienze della Comunicazione presso l’Università degli Studi di Trieste ed è stato autore di articoli su comunicazione e nuovi media per Punto Informatico. E’ stato co-fondatore dell’Associazione Italiana per lo Sviluppo di Scienze della Comunicazione (2000), prima associazione nazionale specificatamente dedicata al corso di Laurea, co-organizzatore dei Meeting Nazionali di Scienze della Comunicazione (2000-2003), promotore di VenetoIN, Business Network degli utenti LinledIN del Veneto (2008). Attualmente scrive per SNID magazine, rivista del master in Social Network Influence Design del Politecnico di Milano e tiene corsi e seminari su social media e comunicazione presso università pubbliche e private in Turchia.

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