Aziende / Blogger / E-government / Innovazione / Marketing

Domanda ‘retorica’ d’Innovazione

Domanda ‘retorica’ d’Innovazione
4 minuti di lettura

Non è certamente in gioco la vita delle persone (o forse si, in qualche modo), eppure la spesa pubblica in tecnologia continua a soffrire di cattive e ataviche abitudini all’impegno non ottimale dei fondi, per usare un eufemismo perbenista. E’ una riflessione che ormai molti di coloro i quali sono coinvolti in progetti eGov fanno su base quasi quotidiana, da anni. La recente spending review introduce però qualche elemento di novità interessante all’articolo 19 del DL n. 95/2012:

“se l’esercizio delle funzioni fondamentali è legato alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, i comuni le esercitano obbligatoriamente in forma associata secondo le modalità stabilite dal presente articolo, fermo restando che tali funzioni comprendono la realizzazione e la gestione di infrastrutture tecnologiche, rete dati, fonia, apparati, di banche dati, di applicativi software, l’approvvigionamento di licenze per il software, la formazione informatica e la consulenza nel settore dell’informatica”.

La prima reazione è stata di sicuro interesse, da parte mia e qualche amico che commentava questa ‘prima’ dello Stato italiano. Finalmente: laddove la spesa non sia destinata a amministrazione caratteristica ad esempio di un comune, la acquisizione, progettazione e/o realizzazione di strumenti ICT per espletare funzioni specifiche come ad es. gestire il territorio va realizzata in forma aggregata, garantendo economie di scala. Personalmente ho affrontato il tema varie volte nella mia storia professionale, sbattendo sempre il muso nella competitività malsana tra enti, personaggi della politica locale  o anche peggio. Questo articolo fa riflettere sullo stato delle cose post spending review e lascia intuire – con grande amarezza per qualunque osservatore con coscienza civile –  quanto invece nei fatti la PA affronti da decenni i temi dello sviluppo socio-economico (meglio chiamarlo progresso) senza voler o saper condividere idee, processi, costi. Si tende a condividere più modelli di sviluppo esogeni che percorsi innovativi endogeni sostenuti da idee e tecnologie innovative, che stimolino PA e imprese a tendere al meglio. Si può fare vera innovazione sotto la spinta della spesa pubblica? Mah. Eppure anche i 40enni di oggi non saranno nativi digitali, ma sono pur sempre generazione di ‘condivisori compulsivi’, condividono anche ciò che il prossimo non vuole sapere di loro. Invece la classe dirigente di questo paese è ultrasessantenne e le mancano voglia, capacità e coraggio di innovare in un sistema in cui ne trasparenza ne dinamicità fanno comodo…

Il punto è che in Italia si è continuato per decenni a non voler imporre determinati metodi di risparmio oltre le sole norme sugli appalti, lasciando perdurante libero sfogo a sacche di pochezza invece che alla creatività. Si suppone… per tutelare le storiche piaghe clientelari, altrimenti non si giustificherebbe il lento diffondersi nelle PA di norme sane come le decertificazioni, l’identità digitale e altri strumenti di cultura operativa digitale. In un periodo di crisi della spesa pubblica, sarebbe quantomeno opportuno oltre che auspicabile.
Mi spiego meglio. Se non impongo a un tal Comune di cambiare approccio culturale, rivedere i processi con creatività, usare una piattaforma monitorabile e trasparente per effettuare acquisti e vendere servizi digitali, assumere personale, reperire consulenti qualificati o assegnare appalti, di fatto lascio libero il campo al consueto malaffare del locale partitello della caciotta spartita. Meglio sentirsi obbligati a innovare, ottimizzare e condividere. Gli interventi legislativi recenti lasciano ben sperare, ma c’è sufficiente cultura per cambiare davvero? Su eGovernment e ICT siamo ancora al metodo d’acquisto di materiali e servizi che si verifica da decenni sulla spesa sanitaria. Cerchiamo invece di accelerare e tendere a standard scandinavi. Ad oggi, se il dirigente responsabile ha cultura digitale, ed è evento raro, bene, altrimenti soldi pubblici bruciati e disservizi assicurati in copiose quantità (e spesso aziende dall’etica traballante che invece di accettare sfide di R&D  grazie alla spesa pubblica, si ‘specializzano’ nel piazzare banali CMS a prezzi da sistema di controllo di missili terra-aria).

L’unico effetto della non imposizione a livello normativo di talune metodologie e tecnologie è stato quello di lasciare sempre le inefficienze cosi come sono, senza incentivare ulteriormente quelle reti di enti che per cultura propria di alcuni territori lavorano sulle economie di scala, generando processi virtuosi di sviluppo locale. Oltre ad incentivare tali modelli culturali nella spesa pubblica, la PA incrementerebbe il tasso d’innovazione e renderebbe florido il mercato ICT sul piano qualitativo perché anche tra le aziende occorre affinare le qualità di produzione e l’innovazione stessa. La PA può essere più ‘esigente’, ma per farlo deve incamerare risorse nuove e di maggiore qualità sul piano della cultura digitale. Non mi dilungo a citare i cattivi ne ad elogiare i buoni, deve essere la norma quella, smettiamola di meravigliarci della normalità.

Foto del profilo di Nicola Christian Rinaldi
Nato a Napoli nel 1971, Laureato presso la School of Oriental and African Studies di Londra nel 1995 frequenta poi il King’s College - sempre a Londra – per un Master interdisciplinare in Mediterranean Studies. Rientra in Italia nel 1998 – dopo oltre 15 anni di esperienza accademica e professionale tra Lussemburgo, Bruxelles, Parigi e Londra – e consegue una borsa di studio MIUR per un Master interdisciplinare in Modelli di Complessità. In oltre 20 anni, sin dalle prime esperienze professionali dei primi anni '90 presso le Istituzioni Europee nel G.D. del Lussemburgo, si occupa con continuità di sviluppo dei tecnologie new media e di strategie di valorizzazione della conoscenza, ricerca applicata ed efficienza delle strutture organizzative, di concept design e innovazione di prodotto e processo. Dal 1996 a più riprese si è occupato di progetti di eGovernment, eBusiness e Quality of Service (design & delivery), di comunità virtuali e social media in ambito pubblico e privato. Oltre a gestire proprie aziende dei settori internet (www.advenio.it e www.i-sud.it) e educazione (www.littlegenius.it). Cultore di storia, lingue, culture orientali e mediterranee è appassionato studioso di organizzazioni sociali, spirituali e civili, postmodernismo e meridionalismo, sistemi di conoscenza e teorie della complessità, elementi del sapere che ricombina nell’attività professionale. Negli anni opera in aziende pubbliche e private in qualità di Temporary Manager, occupandosi di sviluppare strategie d’innovazione, agendo su Qualità, Ricerca, Web, Sistemi informativi e Progetti internazionali (Programmi quadro UE). Ha frequentato accademicamente e professionalmente personaggi come Edward de Bono, Anthony Giddens, Sudipta Kaviraj, Alexander Pyatigorsky e Edward Said, filosofi, psicologi e orientalisti di cui ha assorbito la forte propensione al pensiero speculativo. Dal 1990 Pubblica storie a carattere surrealista in lingua francese e gestisce vari blog e social network sotto pseudonimi fino al 2008, quando Facebook comincia a monopolizzare il tempo online. Conosce le lingue francese, inglese, italiano e spagnolo. Investe attraverso fondi di microcredito in microimprese femminili in Asia, centro-America e Medioriente. La sua prima pubblicazione è L'Innovazione Integrata Ed. Maggioli (www.ibs.it/code/9788838774690/cipollini-claudio/innovazione-integrata.html)

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>