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Social network: l’e-commerce che latita e le strategie dei marchi di lusso

Whatmakeslovetrue.com è ula nuova idea basata sull'amore social di Tiffany
2 minuti di lettura

Dove eravamo rimasti? Ah si, alle aziende che ancora non sanno bene come usare i social network. Anzi che li usano proprio poco. L’argomento tira perché siamo tutti consumatori e tanti di noi, direttamente o indirettamente, pure produttori (di prodotti o servizi, cambia solo il modus operandi ma non il concetto).

Detto che secondo un report di Casaleggio Associati i social media ritenuti più efficienti dalle aziende sono in ogni caso Facebook, Youtube (il video è pubblicità diretta), Twitter e Google+, quel che colpisce è l’obiettivo che le aziende cercano di raggiungere attraverso i social. Che è semplicemente un passaparola funzionale alla diffusione di contenuti online: non a caso il 72% (ma che non siamo a 100% non è un po’ paradossale?) di chi fa e-commerce è presente su un social network. Evidentemente, il restante 28% (quasi 3 su 10) pensa che basti un sito, per creare business on line.

Non solo: appena il 59% del panel totale utilizzi i social come canale di comunicazione e promozione, ossia creando offerte personalizzate per i fan, aggiornando i video, puntando sulle occasioni speciali e i concorsi a premi. Nel c0mplesso, insomma, solo il 54.6% delle aziende che vendono abitualmente online ha una presenza sensata sui social network: il che conferma le difficoltà oggettive, in generale, che il tessuto imprenditoriale, anche orientato al web, ancora hanno coi social.

Eppur il tutto stona con l’interessante inchiesta di Logotel sui brand di lusso e le strategie digitali: l’e-commerce  di alta gamma è salito a 6.2 miliardi di euro, con una crescita tre volte superiore allo shopping reale e la prospettiva di toccare gli 11 miliardi nel 2015. La domanda è: se “must” come Burberry e Dior spopolano su Facebook e Twitter, perché la catena di negozi a prezzi popolari non capisce il business evidente preferendo mantenere l’investimento sui canali standard?

Un dilemma che comunque Logotel tratta ampiamente, rispondendo a interrogativi ricorrenti tipo “su cosa bisogna puntare?” e “qual’è il giusto posizionamento digitale del brand di lusso?” “Bisogna prestare attenzione ai rischi che si corrono prendendo con leggerezza questa strada“, risponde Nicola Favini, direttore generale di Logotel, che da anche una lista di elementi fondamentali dai quali non può prescindere una corretta strategia digitale: tecnologiacontenuti e customer experience.

Esempi concreti, servono esempi concreti non paroloni. Eccoli: Tiffany ha creato whatmakeslovetrue.com, uno spazio digitale che propone un originale approccio sull’amore, attraverso consigli alle coppie, la segnalazione dei luoghi più romantici di New York e la raccolta di spot a tema progettati dagli stessi consumatori. Questo è usare un social network con cognizione di causa.

Come fa anche Ermenegildo Zegna, un classico dell’abbigliamento di lusso italiano:  il sito Made to Measure, vincitore di un premio Awwward, unisce il racconto dell’italianità del “su misura” alla possibilità per il cliente di prenotare appuntamenti sartoriali. Valore aggiunto nei contenuti, e i social assumono un senso. Beni di lusso o di largo consumo, probabilmente, fa poca differenza. Perché Internet non fa differenze ed è molto democratica in tal senso.

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