Programmi elettorali, #agendadigitale, Osservatori

Scritto da:     Tags:  ,     Data di inserimento:  26 gennaio, 2013  |  Nessun commento
26 gennaio, 2013
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Ho letto con molta attenzione il Rapporto “Osservatorio sulle politiche per il digitale”.

Ne apprezzo l’intendimento. Ce ne fossero altri in Italia che si dedicano a questa attività esprimendo livelli di eccellenza.

Proprio seguendo questo spirito, vorrei evidenziare le mie osservazioni per aiutare gli estensori a precisare meglio alcuni aspetti della ricerca.

D’altronde gli stessi estensori ne parlano come di un lavoro in progress.

Il vantaggio di chi vi scrive è quello di aver dedicato una parte importante della propria vita anche all’attività politica (Parlamentare, ViceSindaco di una grande Città ecc.ecc.).

Per mia fortuna da un pò di tempo, senza rimpianti, faccio altro ma, conosco ancora i miei polli.

Il limite della ricerca è quello , nella individuazione degli indicatori, di assecondare l’arretratezza culturale di TUTTI i soggetti politici (chi più chi meno) nel concepire l’Agenda Digitale.

La digitalizzazione del nostro Paese, non è la digitalizzazione della Pubblica Amministrazione.

Nell’uso delle tecnologie I.T. l’impresa Italiana (98% del tessuto industriale è sotto i 10 dipendenti) è arretrata quanto la Pubblica Amministrazione, forse di più.

È il Paese nel suo complesso ad essere “digitalmente” arretrato.

Perdiamo competitività perché il mondo è Internet oriented, mentre noi pensiamo di ritornare alla lira e alle svalutazioni competitive, o pensiamo all’industria del ‘900 e all’occupazione stabile e garantita per sempre.

Continuiamo a pensare al digitale con la cultura del secolo scorso. Al massimo “digitalizziamo l’esistente”.

Ho criticato la Legge “Agenda Digitale” approvata dal Parlamento perché è una sorta di autoriforma della Pubblica Amministrazione. Così non si applicherà mai e non darà mai frutti.

L’Osservatorio non propone indicatori sulle politiche proposte nei programmi elettorali per far si che la società italiana (i distretti produttivi italiani, il commercio, l’istruzione, ecc.) si innovi (Internet oriented).

Prevengo l’obiezione: siccome i Partiti non lo propongono (nessuno, siamo tutti ai distretti del ‘900 e a pensare di salvare l’industria di base) non consideriamo questo aspetto. Francamente no io giudico la cultura “digitale” di un Partito in base alla sua capacità di far pervadere tutte le sue proposte dalle Tecnologie della conoscenza.

L’Osservatorio potrebbe essere ancor di più utile se evidenziasse questi limiti. L?osservatorio non può essere neutrale.

Quindi vi propongo di adottare un indicatore sul grado di “vision” del destino del Paese grazie all’IT. Società, produzione, cultura, Pubblica Amministrazione ecc..

Io voto chi mi propone una visione del futuro dove Internet è preponderante in quanto “Tecnologia della conoscenza”. La PEC mi interessa scarsamente.

La seconda osservazione attiene la descrizione di alcuni indicatori.

Smart city non è solo la qualità della vita. Ormai, associato al termine intelligenza, la definizione di città Smart riguarda la capacità/volontà di condividere in modo virtualizzato conoscenza per generare valore economico e sociale in una comunità urbana.

Il termine “Alfabetizzazione digitale” andrebbe associato a “digital divide”. Un Paese non può “limitarsi” alla infrastrutturazione (cosa in sé non disdicevole-ironia); un Paese promuove l’uso consapevole del web, sollecita la cultura wiki, l’uso del crowdsourcing. Pensate agli immensi benefici non solo sociali, ma anche economici. conseguenti all’adozione delle culture della condivisione. Su questo terreno le PMI italiane soffrono di un divide culturale infinito, per questo muoiono.

I benefici economici e sociali delle piattaforme di cloud computing riguardano la società intera. È la virtualizzazione della conoscenza. Ciò vale anche per gli open data che non possiamo ridurre al “dato pubblico” e alla trasparenza.

Pensare all’open data come “all’alleanza per la trasparenza” mi fa sorridere. È una forma di “giustizialismo digitale”.

Le startup non vanno associate solo al digitale (anche se trasversale a tutto). È il limite e l’errore di Agenda Digitale, non ripetiamolo ancora.

Infine i programmi dei singoli aspiranti parlamentari non vanno associati a quelli delle formazioni politiche.

Antonio Palmieri è bravissimo, ma non è il PDL. Stefano Quintarelli candidato con Monti è molto più competente e bravo, ma non è Monti.

Forse è più rilevate, in questo triste deserto rappresentato dalla cultura politica italiana in materia di Internet e reti, monitorare la qualità, competenza (sulla base delle proposte) fatte da singoli candidati “influencers”.

Gente come me non vota più i Partiti, vota persone e competenze.

Così come proposta la griglia dell’Osservatorio non mi convince. I singoli non rappresentano la volontà di un Partito.

Naturalmente, come ben sapete sono a vostra disposizione.

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