Senza accessibilita’ e informazione non c’ e’ coinvolgimento: Italia muoviti!

Scritto da:     Tags:  , , , , , , , , , , , ,     Data di inserimento:  23 gennaio, 2013  |  Nessun commento
23 gennaio, 2013
khbRRcryYs240_180_75_0

Visite: 817

Senza accessibilità e informazione non c’è coinvolgimento: Italia muoviti!

“La Repubblica riconosce e tutela il diritto di ogni persona ad accedere a tutte le fonti di informazione e ai relativi servizi, ivi compresi quelli che si articolano attraverso gli strumenti informatici e telematici. È tutelato e garantito, in particolare, il diritto di accesso ai servizi informatici e telematici della pubblica amministrazione e ai servizi di pubblica utilità da parte delle persone disabili, in ottemperanza al principio di uguaglianza ai sensi dell’articolo 3 della Costituzione”. L’accessibilità come punto di partenza per dialogare con i cittadini, la legge Stanca parlava chiaro già nel 2004: aprire la rete e i servizi della PA a tutti gli utenti, eliminando gli ostacoli tecnologici e promuovendo progetti di alfabetizzazione digitale in modo da agevolarne l’accesso effettivo al web. A distanza di quasi sette anni, Enti e Istituzioni stanno ancora lavorando per rimuovere quegli impedimenti che garantiscano indistintamente quel diritto d’accesso: ne abbiamo parlato con Claudio Forghieri, direttore di Smart City Exhibition.

Il maggiore coinvolgimento dei cittadini ha bisogno di una PA tecnologicamente accessibile, nei linguaggi e nei contenuti, ma soprattutto dal punto di vista tecnologico: nonostante la normativa a riguardo, la PA italiana è in ritardo cronico. Quali sono, a tuo parere, i maggiori ostacoli verso l’usabilità totale?
Il problema sta nella velocità. La tecnologia si muove con un passo rapido, evolve continuamente individuando nuove soluzioni, paradigmi comunicativi, modalità di accesso alle informazioni e ai servizi. Noi vorremmo normare tutto questo, e il passo della legge è necessariamente più lento, spesso inadeguato. Si parte da un principio completamente condivisibile – la ricerca della massima accessibilità della PA – ma lo si attua con strumenti che purtroppo non sono adeguati, ovvero norme cavillose. Credo che una volta definiti i principi, il maggiore ostacolo verso l’accesso siano la consapevolezza e la formazione del personale pubblico e delle imprese fornitrici di servizi ICT. È su questo che si dovrebbe lavorare ancora di più, anche se molto è stato fatto.


Molte singole istituzioni si stanno muovendo, alcune anche molto bene: in generale come appare la situazione italiana?

Il quadro generale non è tanto fosco come sembra. Da quando uscì la prima normativa sull’accessibilità molte cose sono migliorate, specie nella sensibilità delle PA. Però, ad esempio, il fatto che le linee guida italiane siano rimaste immobili per tanti anni è stata una cosa molto negativa. E poi pesa il fatto che sostanzialmente non ci siano “pene” per chi se ne infischia dell’accessibilità. Unisci le due cose, norme vecchie e superate più sanzioni inesistenti e avrai lo spazio di manovra per ritornare indietro di dieci anni in termini di qualità dei servizi on line della PA. Per fortuna tanti funzionari e dirigenti pubblici sono invece sensibili a questi temi a prescindere dalla normativa, e dobbiamo riconoscere che il Formez, la Funzione Pubblica e, in parte anche il vecchio CNIPA hanno fatto un buon lavoro. Vedremo se avranno i mezzi per continuare a organizzare attività di sensibilizzazione… Lo scopriremo dopo le elezioni.

L’alfabetizzazione informatica diffusa dei cittadini è il presupposto essenziale per la società tecnologica moderna. Parlare di inclusione digitale comporta una riflessione sul livello di alfabetizzazione digitale degli italiani: cosa ne pensi?
Quali sono i progetti più interessanti sviluppati in questo senso dalla PA italiana? 
Siamo messi male. Se confrontiamo i dati sull’uso della rete da parte delle famiglie con gli altri paese europei abbiamo la conferma che siamo un popolo di ignoranti digitali. E questo incide su molteplici piani: l’uso dei servizi online, la partecipazione democratica online, la capacità di informarsi a prescindere dalla televisione, la capacità di fare business con le nuove tecnologie, ecc. ecc. Progetti come “Pane e Internet” della regione Emilia Romagna dovrebbero essere avviati in tutto il paese. Però occorre anche ribadire che purtroppo in Italia sembra che l’accesso alla rete sia ancora una cosa per pochi eletti. Se si gira un po’ all’estero si scopre che anche nei paesi del terzo mondo basta entrare in un bar per essere connessi, al massimo devi chiedere la password per il wi-fi al barista. Noi continuiamo a mantenere normative assurde in nome della sicurezza nazionale, per mascherare piccoli e grandi interessi industriali. È penoso che il nostro Parlamento in tutti questi anni non sia riuscito a superare questa cosa, rende subito l’idea di quanto il tema della libertà di accesso sia rilevante nell’agenda politica nazionale. Infatti il dibattito politico di questo periodo tocca solo marginalmente questi temi, -sich – e l’Agenda Digitale italiana resta per ora un insieme di buoni propositi.


Che ruolo possono svolgere, in tutto questo processo, le scuole e il mondo dell’istruzione?
La scuola italiana, rispetto alle tecnologie e alla rete, è un buco nero. Ci sono sicuramente insegnanti bravi e preparati anche su questi temi, ma sono eccezioni soggettive e il sistema scolastico nel complesso non ha le competenze e i mezzi per rappresentare il motore della digitalizzazione del paese. È una cosa molto preoccupante, i nostri giovani imparano ad usare la rete per contaminazione diretta fra pari, non con un percorso scolastico compiuto. Questo significa due cose: la prima è che se uno vive in una condizione di digital divide culturale probabilmente ci resterà; la seconda è che i ragazzi tenderanno ad essere più smanettoni che consapevoli di ciò che stanno facendo, di ciò che c’è dietro ai servizi, ai social network, ai download, all’e-commerce, ecc. Quindi, al momento il ruolo che svolge la scuola è molto debole, e francamente non vedo grandi spiragli per il futuro. Invece gli insegnanti per primi dovrebbero essere quelli che usano la rete per integrare le proprie lezioni, che cercano i video su Internet per arricchire di contenuti e stimolare gli studenti, che si presentano in aula con il portatile o il tablet e proiettano le lezioni. Sia ben chiaro, alcuni già lo fanno, non sono tutti uguali, però la scuola nel suo complesso, come sistema, certo non spinge con forza in questa direzione. E se andiamo a vedere la situazione delle aule informatiche, o l’uso che viene fatto delle lavagne interattive – dove ancora funzionano – beh, appare piuttosto chiaro che c’è molto lavoro da fare per il futuro ministro dell’Istruzione …


Nel “decreto Crescita 2.0” appare per la prima volta il concetto di Comunità intelligente, che si fonda sul concetto di reti di relazioni centrate sulla persona. Di fatto viene data per assodata l’inclusione digitale da parte dei cittadini: cosa si può fare per permettere che questo accada?
Mi pare che molte cose le abbiamo già dette sopra. Il tema della comunità intelligenti e delle smart city rappresenta una sfida che va letta con un arco di tempo più lungo di quello delle legislature. Occorre sviluppare una visione lucida verso cui tendere e orientare le politiche urbane e più complessivamente del territorio. In questo contesto il concetto di cittadino “incluso” è fondamentale. E con questo termine va inteso non solo l’accesso ma anche la capacità di intervenire direttamente nell’erogazione dei servizi, nella loro definizione, nella gestione del territorio e nei processi che portano alle scelte delle amministrazioni. Una delle cose più interessanti che si stanno registrando in questo periodo in molti paesi, è come i cittadini “connessi” ora tendano ad auto-organizzarsi e ad intervenire laddove le amministrazioni non siano presenti. Un esempio emblematico sono alcune associazioni di città – come Camina, Haz Ciudad a Città del Messico o il Toronto Urban Repair Squad – che vanno dipingendo piste ciclabili e marciapiedi laddove l’amministrazione comunale ha previsto solo strade per autovetture. O i gruppi che a Los Angeles posizionano creative panchine di legno da mettere nelle fermate dei bus per permettere agli anziani di sedersi. La rete amplifica, mette in comunicazione queste esperienze e fa circolare rapidamente le informazioni essenziali per moltiplicare le azioni sul territorio.Però bisogna che alla rete si possa accedere facilmente e a basso costo, e che tutti i cittadini siano in grado di sapere come usarla consapevolmente. Se questo concetto entrasse nelle agende dei nostri politici e amministratori saremmo già a buon punto.

Lascia un commento


Ti potrebbe interessare anche: