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Un libro e’ ancora per sempre. Ma fino a quando?

Un libro e’ ancora per sempre. Ma fino a quando?
4 minuti di lettura

A dar retta ai catastrofistici profeti del digitale avremmo dovuto assistere alla fine della carta già anni or sono e, come nella più manichea delle lotte, i byte già da tempo avrebbero dovuto spazzare via ogni residuo, briciola, traccia di fibra bianca.
E poi ci sono i giornalisti… nonostante ciò non si sia concretamente realizzato, è il loro mestiere scrivere coccodrilli e annunciare imminenti cataclismi: mediaticamente è certo più interessante una fine (al massimo un inizio), ma certo una civile convivenza no!

E invece è proprio quello che accade per esempio tra libri e ebook… una civile convivenza.
Un recente studio del Pew ha scoperto che, anche se le vendite di e-reader crescono rapidamente, i giovani vanno in libreria più di quanto si possa pensare e i libri di carta popolano ancora scaffali di casa e comodini.
Anche il più fanatico lettore di e-book non se la sente proprio di derubricare la carta dalla lista dei mezzi di comunicazione contemporanei.
Interessante a riguardo l’infografica tratta da Mashable elaborata da TeachingDegree.org.

Certo cosa diversa è per il mondo dell’informazione: giornali e riviste di carta subiscono molto di più la concorrenza del digitale, più economico più veloce.
Per esempio Newsweek, uno dei più celebri newsmagazine statunitensi, diffuso in tutto il mondo e con edizioni in diverse lingue, da questo mese di gennaio ha smesso di stampare la sua edizione di carta. A partire dal 2008 è stato colpito molto duramente dalla crisi della carta stampata, cercando in vario modo di cambiare il suo pubblico e resistere alla crisi: il risultato è stato un profondo fallimento, con un numero di copie vendute in edicola sceso, negli Stati Uniti, a poche decine di migliaia (ma gran parte della diffusione avviene tramite gli abbonamenti).
L’amministratore delegato di Newsweek ha dichiarato: «Ci siamo liberati dalle costrizioni della carta». Un trionfalismo che puzza di bruciato, come se la carta fosse un male da estirpare e il digitale la panacea contro ogni fallimento dell’economia 1.0.
Certo pubblicare o produrre in digitale dà la possibilità di abbattere notevolmente costi e tempi, questo è l’unico vero incontestabile plus. Per il resto, come sempre, dipende da quello che si ha in mente – consapevolmente – di fare.
Cercare solo di evitare perdite e cali di fatturato invece di investire e immaginare nuovi modelli di business che non nascano per forza dalle ceneri di quello precedente non sa affatto di vittoria e di successo, ma piuttosto di una corsa ai ripari.
Come dice Steve Yelvington nel suo blog

killing its print component, it’s not a victory of digital success over dead-tree failure. It’s a symptom of a broader problem with the publication’s business. Online-only is an escape plan, not a success track.
This is not to say there won’t come a time when killing print makes positive business sense. But I’m not seeing that now. Consider Newhouse curtailing print frequency in many of its markets. It’s not killing print outright; it’s cutting costs. And it’s opening the way for competition. 

Un esempio per tutti il New York Times.
Un terzo dei suoi lettori vive al di fuori degli Stati Uniti. Dei 2 milioni di abbonati paganti (stampa e digitale) circa il 10 per cento vive al di fuori degli Stati Uniti. 70 corrispondenti a tempo pieno lavorano in città e paesi al di fuori degli Stati Uniti. Non certo economico.
I paesi da cui proviene più traffico al sito nytimes.com sono naturalmente quelli di lingua inglese (Stati Uniti seguiti da Canada, Regno Unito e Australia), ma il traffico da iPhone viene, dopo gli Usa, da Cina, Canada, Corea del Sud e Giappone.
Cosa vuol dire?

Leverage that expensive investment in high-quality journalism by exposing it to lots more people, at a very small marginal distribution cost.

Produci una sola volta e bene, ma mostra e distribuisci ciò che hai fatto al maggior numero di persone possibile.

Vi ricordate poi la fine del Daily, il quotidiano di Murdoch nato esclusivamente per iPad il 2 febbraio 2011 e chiuso miseramente nel dicembre scorso?
Come non è sufficiente eliminare la carta per creare un nuovo modello di business, così andare solo sul digitale non è la garanzia che se ne stia creando uno nuovo.

La strada è innovare, innovare in tutti i sensi: sapersi immaginare qualcosa di nuovo, saper rinunciare ai macroscopici fatturati di un tempo perché con tutta probabilità non torneranno, saper preparare una società alle sfide del futuro, saper produrre una tecnologia sempre più interattiva.
Come per esempio i display flessibili Youm, i cui prototipi sono stati presentati al Ces 2013 da Samsung.
O il PaperTab (nell’immagine di copertina), una sorta di iPad fatto di carta elettronica con display pieghevole.
Se dovesse accadere, come ha sostenuto il ricercatore di Intel Ryab Brotman, che “entro 5-10 anni molti computer, dagli ultrabook ai tablet, assomiglieranno a dei fogli di carta stampata a colori”, allora per la carta stampata la musica potrebbe cambiare… in un nostalgico requiem ma ricco di promesse.

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