Nomophobia e FIDIGITAL: siamo tutti smartphone-dipendenti?

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15 gennaio, 2013
Generazione smartphone: senza siamo persi?

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La generazione degli “smartphone-dipendenti” è tutta intorno a noi, perché siamo proprio noi ad averla creata. Il problema, ormai, tocca questioni sociali di assoluta valenza e va ben aldilà di uno studente che a scuola perde il filo perché piegato sul suo Galaxy S3, o della cassiera del supermercato che, subissata dalle notifiche del suo iphone (ce n’è una, di diversa intensità sonora, a seconda che siano mail, post, tweet o sms!), magari sbaglia a “passare” il nostro caffè sul lettore ottico.

E’ un po’ come quando uscì il fenomenale Tamagotchi, ve lo ricordate? Li, però, la dipendenza finì prestissimo perché la funzione era una sola, così come il livello di interesse. Oggi, gli smartphone e i tablet, che ormai hanno sorpassato i pc semplicemente perché, molto più comodi, sono sempre accesi e non hanno bisogno di una postazione o, comunque, di una postura (un portatile non possiamo usarlo camminando, mangiando un cornetto o addirittura correndo, uno smartphone si, passate in qualsiasi palestra per rendervene conto), fanno parte di noi. Come un paio di jeans, anzi di più. Perché di jeans ne abbiamo due, tre, “enne” paia, di smartphone uno solo.

Ecco che allora si parla di nomophobia, intesa come la paura di rimanere senza il proprio smartphone. Negli Stati Uniti è riconosciuta come vera e propria patologia, e ci sono addirittura dei programmi di recupero in appositi centri di riabilitazione. Di fatto, la nomophobia nasce dal terrore che la batteria si scarichi (siate sinceri, avete tutti un carica-batterie da auto, vero?), fatto che per molti professionisti può anche far rima con perdita di business. Il tutto, comunque, è figlio soprattutto del bisogno umano, in netta crescita, di essere sempre connessi e collegati alla rete internet e ai social network.

Non è, comunque, l’unico aspetto rilevante che gli studiosi di sociologia mettono in risalto, perché la moda del momento si chiama FIDGITAL, termine inventato dal New York Times che sta ad indicare in modo specifico quelle persone che vivono il rapporto con il proprio smartphone in modo morboso. Secondo l’inchiesta, il 50% dei ragazzi tra i 18 e i 29 anni, al mattino, apre gli occhi è rivolge il primo pensiero allo smartphone, controllando se è stato taggato su Facebook o se qualcuno ha ritwittato un suo cinguettio. Lo fate anche voi?

Se si, controllate il vostro grado di dipendenza da smartphone con un semplice metodo, sperimentato peraltro negli Usa su mille studenti universitari dal Center for Media & the Public Agenda (ICMPA) e chiamato TheWorldUnplugged. Prendete la sim card, mettetela su un altro cellulare (tanto è la, nel cassetto della roba vecchia) e lasciate perdere lo smartphone per 24 ore. Se sopravvivete, siete dentro i limiti di accettazione. Altrimenti, cari FIDGITAL, datevi una bella regolata.

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