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Il suicidio di Swartz: per un’etica e una grammatica dell’informazione (1)

Il suicidio di Swartz: per un’etica e una grammatica dell’informazione (1)
5 minuti di lettura

Sconosciuto ai più, Aaron Swartz è diventato protagonista di titoli di apertura di pagina su molti giornali generalisti soltanto quando è morto. Non ho memoria di aver mai letto articoli tanto ampi sugli stessi giornali in occasione di una delle tante iniziative di Swartz per la libertà (e di proposito non aggiungo alcun complemento di specificazione). Questa non è una novità: soltanto pochi fortunati geni vengono scoperti dai più quando sono ancora in vita e a volte è soltanto un colpo di fortuna che permette alle loro opere di sopravvivere ed essere diffuse: ringrazieremo in eterno Max Brod per non aver eseguito la disposizione dell’amico Franz Kafka, che gli aveva chiesto di distruggere tutti i suoi manoscritti.

Ecco, per farsi una prima idea di chi era, il discorso di Aaron Swartz dopo la vittoria nella battaglia contro Sopa

[youtube http://www.youtube.com/watch?v=gl0vHBsapBc?rel=0]

Ma queste sono cose note e dinamiche conosciute, ancorché contestabili, nel grande mare dell’informazione (di quasi tutta l’informazione, che non significa soltanto giornali, tv, radio e siti internet “tradizionali”, ma anche social network, blog e passaparola: il confine si sta dissolvendo). E così non mi interessa focalizzare l’attenzione su quanti conoscessero davvero Swartz prima di leggere la notizia del suo suicidio e perché soltanto l’altro ieri, due giorni dopo la morte, sia diventato qualcuno che fa notizia. No, mi interessa invece capire che cosa stia accadendo all’informazione in movimento che caratterizza la nostra epoca, mi interessa capire come i “giornalisti” (sempre che la parola abbia ancora un senso) siano riusciti ad adeguarsi a questi rapidi spostamenti e agli arricchimenti che ogni notizia riceve mentre si muove , mi interessa capire quanto contrasto – tanto o poco lo vedremo – ci sia fra l’atteggiamento della maggior parte dei giornalisti (che fatica continuare a usare questa parola!) e ciò che Swartz pensava sulla circolazione della conoscenza, mi interessa capire come sia possibile recuperare un’etica e una grammatica dell’informazione (senza pretese di mettere bollini di qualità a chicchessia).

Per parlare di questo utilizzerò un pretesto legato proprio alla notizia del suicidio di Swartz, un articolo apparso su Repubblica che è stato al centro, domenica scorsa, di molte discussioni e di ancor più polemiche. Non è uno j’accuse contro l’autore, che ha soltanto commesso un errore (e chi non ne fa?), ciò che importa è quello che è accaduto intorno a quell’errore. E per errore in questo caso non si intendono una data o un indirizzo, bensì un giudizio su Aaron Swartz che è mille miglia lontano dalla sua personalità e un tono complessivo dell’articolo che poco si addice al dramma di un suicidio, di qualsiasi suicidio. La frase più infelice era sicuramente questa: “Aaron è morto suicida come un divo del rock: e come tanti, troppi smanettoni depressi come lui, entusiasti delle macchine e con la testa nelle nuvole, nei mille cloud che custodiscono i nostri dati e le nostre vite”.

In questa prima parte dell’analisi parleremo soprattutto di grammatica. Nella tarda mattinata e nel pomeriggio di domenica – non ho gli screenshot ma molti utenti di Facebook mi sono testimoni e quasi tutti i passaggi sono elencati nei commenti a questo status di Arianna Ciccone, accessibile anche da chi non è iscritto al social network – l’articolo, che era comparso a pagina 16 dell’edizione cartacea di Repubblica, è stato prima pubblicato su Repubblica.it, poi è stato tolto dal sito, poi modificato e poi ripubblicato integralmente (chiedo scusa per eventuali imperfezioni nella ricostruzione: sono dovute alla mia memoria, ma non spostano una virgola di ciò che sto dicendo).

Il comportamento della redazione è sintomo di una discussione che sicuramente c’è stata in quelle ore e che è stata stimolata anche dalle discussioni sui social network (ho linkato Facebook, ma su Twitter c’è stata la medesima animazione e poi è anche partita un’iniziativa eccezionale, un tributo a Swartz di persone riunite dall’hashtag #pdftribute che è stato probabilmente il miglior “articolo” – spero che le virgolette presto possano cadere – scritto in questi giorni su Aaron). Questo è stato un aspetto positivo, tuttavia lo possiamo considerare tale soltanto perché viviamo in un periodo ancora infantile dell’informazione su internet. Se questa informazione fosse matura, nessuno potrebbe e dovrebbe stupirsi che scambi di opinioni sui social network influenzino il comportamento di chi scrive su altre piattaforme. Ed è stato positivo anche che Angelo Aquaro, l’autore dell’articolo, abbia retwittato critiche anche pesanti che gli sono arrivate.

Un aspetto negativo del caso Repubblica – Swartz emerge dai continui cambiamenti dell’articolo sul sito internet del giornale. Non è ancora stato accettato quello che a mio parere dovrebbe essere un postulato di internet, ossia che gli sbagli vanno corretti ma devono essere comunque visibili. L’errore di grammatica (parlo di grammatica di internet) non consiste tanto nella modifica dell’articolo (durata qualche ora, forse meno) quanto nel fatto che a un certo punto si sia sentito il bisogno di cancellare l’articolo e successivamente sia stato pubblicato depurato di alcune frasi, senza che fosse in alcun modo possibile (a meno di non averla salvata prima) l’accesso alla versione originale. Non soltanto e non principalmente perché quella versione era immortalata sul giornale di carta, bensì perché internet è un ambiente che stimola conversazioni, dibattiti e intrecci. E conversazioni, dibattiti e intrecci non possono essere privati di parte del materiale intorno al quale si svolgono. Che poi, a volerla dire tutta, a me e a tutti coloro che rientrano nella mia rete sociale quell’articolo non è piaciuto, ma chi potrebbe escludere che qualcuno non fosse d’accordo con toni e contenuti dell’articolo originale?

But all of this action goes on in the dark, hidden underground.
It’s called stealing or piracy, as if sharing a wealth of knowledge
were the moral equivalent of plundering a ship and murdering its crew.
But sharing isn’t immoral — it’s a moral imperative. Only those
blinded by greed would refuse to let a friend make a copy.
Aaron Swartz

 (1. continua)

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Foto del profilo di Carlo Felice Dalla Pasqua
Carlo Felice Dalla Pasqua è il responsabile della redazione internet del Gazzettino dopo essere stato cronista di giudiziaria e capo della redazione di Treviso del quotidiano cartaceo, oltre che corrispondente locale dell’Ansa e del Corriere dello Sport. È appassionato di rugby, del quale scrive fin da quando era giovane. Membro della Online News Association, ha curato vari blog sull’evoluzione dei mezzi di comunicazione, fra cui Reporters e Se una notte d’inverno un giornalista. Ha pubblicato di recente il saggio “Il giornalista fantasma” per 40k.

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