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I social network come la stampa: ogni insulto rischia la diffamazione aggravata!

Occhio ai post e ai tweet: dopo l'ultima sentenza choc sono tutti a rischio diffamazione aggravata?
2 minuti di lettura

Tana libera tutti? No, anche i social network rischiano di perdere la loro libertà – sempre che l’abbiano mai avuta – e l’ultima sentenza del Tribunale di Livorno in merito è emblematica, visto che crea un clamoroso precedente e rischia di imprigionare ancor di più l’idea di base che una piazza telematica dovrebbe avere. La libertà d’espressione. Già a rischio su Twitter, se è vero che il caso Riotta ha inaugurato tutta una serie di conseguenze per le quali ogni cinguettio è passibile di denuncia per diffamazione, se offensivo.

La siepe dei social network non è così esclusiva, quindi. E seppur l’oceano normativo sia vasto e complesso, l’esperienza di Rossella Malanima, 26enne livornese che, dopo un licenziamento, si è scagliata contro il suo ex datore di lavoro su Facebook, con offese e insulti piuttosto spiccati, arrivati all’evitabile “sei un albanese di m…“, evidentemente riferendosi alla nazionalità dell’ex capo, e che ha finito per beccarsi una condanna di diffamazione aggravata.

La diffamazione a mezzo stampa è regolamentata dall’articolo 595 del codice penale, il quale si riferisce all’offesa dell’atrui reputazione comunicando con una molteplicità di persone. Nel caso specifico, la difesa della ragazza aveva puntato proprio sulla discrepanza tra organo di stampa e social network (“il pubblico ministero ha messo sullo stesso piano la capacità di diffusione e di danno all’immagine di un social network a quella di un giornale oppure di una televisione“), uscendone però sconfitta, seppur – grazie al rito abbreviato – in maniera minore rispetto alla condanna iniziale (multa di 3.000 euro a fronte dei circa 10 mila iniziali).

La sostanza è che equiparando la risonanza di un articolo – su carta o web – a un singolo pensiero su un social network, il rischio è di creare una serie di appigli normativi ai quali chiunque, sentitosi preso in causa, potrà aggrapparsi per imbastire denunce. In realtà, sia per Facebook che per Twitter, non si può con certezza desumere che ogni volta un soggetto si senta toccato nella sua sensibilità o reputazione, allora scatti la diffamazione.

Ma questo limite da che cosa è costituito? Dai criteri di verità, pertinenza e continenza del post o del tweet: nonostante siano ben delineati a livello giuridico, il problema è che i social network, per come sono concepiti, hanno una portata ben superiore a qualsiasi mezzo di comunicazione, sia esso cartaceo, web o televisivo. Non è che da adesso in poi ogni provocazione – e sui social si parla di attualità e quindi si fa polemica, a volte anche spinta – finirà col rischio di una denuncia? Chiediamo aiuto agli esperti, in attesa di leggere le motivazioni della sentenza che riguarda Rossella Malanima. E magari, poi, sarebbe interessante sapere se la protagonista utilizzerà ancora Facebook…

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