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Monti twitta che fa pena e B. e’ l’anti-twitter

Monti twitta che fa pena e B. e’ l’anti-twitter
5 minuti di lettura

«Non puoi pensare di sbarcare su Twitter e dettare tu il gioco. Devi prima capire come funziona, conoscere le usanze della casa. È il problema che ha avuto Monti, già di per sé abituato a piegare gli strumenti alle sue necessità, e non viceversa. Non dico che deve rivolgersi a un esperto, perché anzi la spontaneità premia, ma dev’esserci da parte sua una presa di coscienza.
Deve capire le regole del gioco. È come Il Castello dei Destini Incrociati di Calvino. Bisogna sapere come funzionano le cose per esprimersi».

A parlare è Stefano Bartezzaghi, sì proprio lui, l’autore di quel Bartezzaghi, il mega-cruciverbone irrisolvibile (o quasi) che si trova alla fine di ogni Settimana Enigmistica, a degna chiusura della bibbia italiana dei rompicapo.
L’enigmista più celebre d’Italia è anche appassionato di social network, oltre che di lingua italiana. A ben pensarci non può che essere così: chi si interessa delle forme del comunicare non può certo snobbare quella che si realizza sui social network.

In particolare, ha rilasciato un’intervista per il quotidiano Italia Oggi proprio sull’uso di Twitter da parte dei politici italiani.
Il suo giudizio sui tweet dell’ex premier Mario Monti è spietato: «Il suo disagio nello sbarco su Twitter rispecchia un più generale disagio come candidato. Mettersi in gioco non è mai stato il suo mestiere. Non s’intende di comunicazione perché non ne ha mai fatta, e non a caso il suo inglese non è proprio buonissimo».

Domanda. Dall’iniziale disagio, però, Monti è passato a una fase di forte esaltazione.

Risposta. Evidentemente qualcuno – forse i suoi assistenti Casini e Fini, come li ha definiti Vittorio Feltri sul Giornale – gli avrà detto: «Devi lasciarti andare un po’». E lui si è lasciato andare troppo. Invece di allentarsi la cravatta si è messo il giubbotto di pelle con le borchie. E sono arrivati il «Wow!!» e le faccine. Il fatto è che non tutti funzionano su Twitter. In particolare, i vip pensano che, una volta sbarcati sul social network, saranno loro a determinare il piano del discorso, senza capire che Twitter è già un piano del discorso. Che non ti riconosce necessariamente quel credito iniziale.

D. Non c’è solo Monti. Ormai non passa giorno che non sbarchi un politico su Twitter. L’esordio di Passera è stato promettente. Tanto che @nomfup, alias Filippo Sensi, vicedirettore di Europa e «sindaco» di Twitter, ne ha sottolineato la buona frequenza di tweet (anche se molti sono stati cancellati), l’interazione e i toni usati. Altri sbarchi di politici, però, sono piuttosto risibili.

R. Tutta la campagna elettorale sarà fortemente caratterizzata dall’uso di Twitter. Facebook in questo senso non ha funzionato, perché richiede aggregazione e altri tempi. I nostri politici sono abituati a convocare i giornalisti per dire una battuta, che poi verrà interpretata in otto modi diversi, come i versetti del Vangelo. A questo scopo Twitter è perfetto. Perché veloce, immediato, spiritoso. Ma non è come andare alla tv. Twitter non è neutro, le persone ti rispondono. Il social network riduce le distanze e se non sei preparato rischi delle brutte figure. Su Twitter bisogna essere accurati e precisi. In fondo è come stare in mezzo al traffico: puoi essere il ministro Tal dei Tali, ma il clacson te lo suonano lo stesso. Come avrà dovuto accorgersi anche il Papa (@Pontifex).

D. Il Papa che chissà quanti tweet di protesta avrà ricevuto dopo aver definito le nozze gay una ferita alla pace. Peraltro quando l’ha detto era appena sbarcato sul social network.

R. La Chiesa è sempre stata legata alle comunicazioni di massa. E però il messaggio omofobo su Twitter difficilmente passa, perché il social network è un mezzo di apertura, non chiusura. Così è molto più interessante un Gianfranco Ravasi (@CardRavasi) che twitta testi sacri, dando quindi delle suggestioni, piuttosto che le prese di posizione ideologiche di Benedetto XVI.

D. E Berlusconi?

R. Lui è l’anti-Twitter, la prolissità fatta persona. Non a caso teme il social network. Nel Dna del berlusconismo il punto più alto è la tv – anche se il Cavaliere in passato ha saputo fare uso innovativo dei manifesti elettorali. Ma solo in tv può sforare di venti minuti, come l’altra sera a Otto e mezzo. Sulle nuove tecnologie Mediaset non è mai stata una grande protagonista. È difficile per Berlusconi recuperare terreno su una piattaforma che è all’opposto del suo modo di fare. E infatti non stiamo vedendo un’inondazione di Berlusconi in rete. Per fortuna.

D. Chi sono i più bravi su Twitter? Qualche nome?

R. Certamente Enrico Mentana, che è abituato a un linguaggio tagliente e veloce, twitta solo quando ha qualcosa da dire e sempre in modo chiaro. Tra i politici, invece, uno dei migliori è Andrea Sarubbi. Responsabile con il suo #opencamera da Montecitorio del più avanzato, e rivoltoso, esperimento di diretta Twitter. D’altronde è la sua identità. Prima di Twitter io Sarubbi non sapevo neanche chi fosse. Mi ha sempre colpito poi la capacità di comunicazione di Pippo Civati, che rimbalzando tra blog, Facebook e Twitter riesce a trasmettere, con semplicità, discrezione e senza spiritosaggini, posizioni che guardacaso sono di apertura, pur essendo lui un funzionario di partito. Dà l’idea di uno che ci è nato dentro Twitter.

D. Anche Matteo Renzi twittava bene. Ma è scomparso dopo aver perso le primarie.

R. C’è ancora, sebbene twitti molto poco. Ma è tornato a una comunicazione istituzionale, quella del sindaco che mette al corrente dei progressi fatti. Io questa sua mossa l’ho trovata apprezzabile. Dà l’idea di uno che non vuole necessariamente immischiarsi in tutto. La sua assenza, però, è significativa quanto la presenza. Se Renzi ora sta zitto, di sicuro c’è sotto qualcosa. Vedremo se con l’avvicinamento a Bersani farà campagna su Twitter per il Pd. Io credo che a un certo punto tornerà. Del resto, la continuità ossessiva non è sempre necessaria. Stare su Twitter è già una comunicazione. Certo, se Renzi iniziasse a fare come Fanfani, che ogni tanto spariva e poi tornava, tanto che alla fine Montanelli lo soprannominò «Il rieccolo», allora sì, farebbe un po’ ridere.

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