Open government e l’utopia del progresso

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5 gennaio, 2013
digital divide

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Spesso, come tutti, mi trovo a viaggiare con la mente a rivivere fisicità e idee appaganti. Rivivo luoghi antichi con impressioni moderne, diciamo postmoderne, preferisco. Sono un meridionale radicale, figlio di una città arcaicamente antica come Napoli da parte di madre (qualche famoso scrittore la paragona a una Babilonia sopravvissuta al tempo), e di un luogo tristemente famoso per una delle stragi dimenticate del risorgimento da parte di padre; Pontelandolfo, un comune ora piccolo del beneventano, ma che fu centro d’eccellenza nei secoli passati, nonostante non se ne porti neppure memoria nei libri di testo.

Con voli pindarici o poche ore di macchina, ritorno spesso tra le montagne del Matese verso cui si inerpica Pontelandolfo, tra una manciata di ‘indigeni’ ormai atterriti e abbandonati dalla storia, tra case diroccate e gente sostanzialmente depressa. Quei pochi sopravvissuti prima alla strage, poi all’emigrazione che venne dopo l’unità d’Italia. Eppure questa è una zona in cui, alle Forre del Titerno e alle Marmitte dei Giganti, sin dal Trentino vengono pochi sconosciuti a fare rafting. E’ zona di streghe, fattucchiere, cabala e Janare. Di popoli sanniti e delle Forche Caudine tanto care ai romani.

Anche stavolta arrivo in una delle contrade facendomi strada tra un gregge di pecore e il buon vecchio pastore (pastore al pomeriggio, perché al mattino zappa la terra) Pasquale, 80 anni e tante storie raccontate davanti al camino, galleggiando soavemente su fiumi di vino. Mi chiedo se poi ha mai aperto il conto in banca di cui ha sempre avuto paura. Poi tra me e me penso che forse fa bene a tenere quei pochi spicci nella casetta del pastore maremmano, sono più sicuri, proventi di agnellini, ceci e le caciotte della moglie. E’ pomeriggio, i monti e le valli splendono e dalla contrada dove sono vado a prendere un caffè in uno dei pochi bar rimasti nella piazza centrale del paese, fulcro di tutto il gossip. Mi dicono che è caduta la giunta comunale e la mia fantasia si scatena, la gioia emerge e l’ingegno s’aguzza d’esperienza col mondo digitale. Finalmente, quell’ultimo avamposto di giovani rimasti qua, pure loro in attesa di un posto in qualche fabbrica che non c’è, potranno dare sfogo alla loro verve civile, prendere responsabilità amministrativa e traghettare sto paese ex ricco e famoso (nel ‘700 aveva una Università…) verso il proprio futuro.

Già ho fatto un bel balzo in avanti, tanto è semplice e diritto di tutti prendere in mano il proprio destino coi mezzi che abbiamo oggi.  Siamo già oltre la fine del mondo, d’altro canto. Riunisco nella mia mente i giovani più brillanti e competenti e decidiamo di creare una lista civica. Sul sito del Ministero degli Interni effettuiamo la procedura di pre-candidatura e appare evidente che occorre raccogliere firme. Bene, nell’era dell’identità digitale e tutti i soldi messi nella carta d’identità elettronica, legge permettendo, si organizza una DEM a qualche centinaia di concittadini e si chiede di aderire e sottoscrivere la lista e il programma che abbiamo co-creato sul sito del movimento locale. Un gioco da ragazzi, finalmente e in poche ore abbiamo adesioni e programma partecipato senza fare i questuanti tra le contrade più o meno abbandonate e le montagne. Organizziamo bar camp per le contrade giusto perché qui l’ADSL è una chimera (un recente studio seguito dal sottoscritto per conto della CCIAA, eseguito da Retecamere con la collaborazione tecnico-scientifica del CNR la dice lunga), per spiegare agli anziani contadini e pastori, come al medico e al prof universitario, cosa intendiamo per rilanciare il territorio e fare economia senza ‘sporcarlo’, ma valorizzandolo, ravvivando gli antichi telai che Padre Pio regalò ad una parente negli anni ’30 e mettendo in commercio le vantere (tessuti locali simili a quelli andini) online per finanziare un museo della civiltà contadina. Su Facebook sono parecchie migliaia le persone di prima, seconda e terza generazione che segnalano il paese tra i propri ‘likables’.

E allora giù di piano di sviluppo, censimento del patrimonio locale, naturale e culturale, architettonico e museale. Campagna advertising su quel target via Facebook ed ecco che ci piombano addosso centinaia di contatti che chiedono come visitare il luogo di nascita dei nonni, come acquistare quel fantastico olio monocultivar (ortice) che assaggiarono 20 anni fa dai parenti. E fondi, arrivano fondi, alcuni di loro mandano via paypal donazioni perché capiscono il progetto. Questo paese, nel giro di 72 ore si è dato una prospettiva di sviluppo, dal toccare il fondo a rivivere un entusiasmo millenario, forse ci mancava da quando quegli esuli senesi lo fondarono alla fine del 1200 per fuggire alle diatribe tra guelfi e ghibellini, trovando soavi quelle colline più del Chianti e non volendo avere nulla a che fare con la violenza fisica e delle idee.

 

Viaggia la mia mente incontinente, verso quello che oggi questo e altre 8000 piccole comunità italiane avrebbero il diritto di essere. Se in questo paese la classe dirigente fosse altra, se la banda larga non fosse ladra, se miliardi di euro di investimenti in egov e innovazione della PA avessero fruttato anche solo al 10%.

Squilla il cellulare (a volte prende anche qui), è un amico valdostano cui racconto il motivo perché, sovrappensiero, ho risposto dopo tanti squilli. Mi dice d’aver vissuto lo stesso film e che suo cugino, un ragazzotto della provincia bellunese, non se la passa molto meglio di noi. Viviamo un’utopia o la desiriamo?

L’Italia da quando è nata ha paura del progresso, figuriamoci cosa stanno pensando di quello digitale i blocchi di potere; troppa trasparenza ammazza le radici del potere all’italiana, nella sua forma arcaica e assolutamente nostrana. L’agenda digitale, sulla carta eccellente, è stata partorita a dimensione neurone di topolino, crescenza 2.0. Una sorta di formaggio fresco di latte crudo?

Eppure, sappiamo cosa e dove abita la verità nel 2013 e dove stanno le utopie e le forze ed energie nuove di questo paese. Ora andiamo a svegliarla dal torpore dell’essere, noi non vogliamo certo la Città del Sole, ci basta che le nostre terre e la nostra gente non soffrano per l’indolenza e l’abuso di potere di pochi vecchi dementi arroccati tra le mura di un castello spesato da noi, con guitti e donnine spesate da noi. Questa deficienza digitale della sovrastruttura la diamo al gatto.

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