Quando e’ pragmatico occuparsi dei diritti umani

Scritto da:     Tags:  ,     Data di inserimento:  3 gennaio, 2013  |  Nessun commento
3 gennaio, 2013
timcookapple

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Fino a qualche anno fa le condizioni di lavoro nelle fabbriche cinesi rappresentavano la notizia meno interessante che si potesse incontrare sui media; e lo è pure adesso, a meno che non riguardino quelle che producono i nostri prodotti preferiti. Non tutti quindi, solo alcuni: i più conosciuti, che permettono di colpire con sufficiente forza l’attenzione sia dei media, che dei lettori (o telespettatori). Amazon per esempio, nicchia allegramente perché non è molto “cool”, o non lo è come Apple. E quindi le viene concessa una certa “libertà di manovra”.

Le organizzazioni umanitarie hanno colto al volo l’occasione: cioè usare soprattutto il nome di Apple per i loro scopi. Questo ha spinto Cupertino a modificare la sua strategia su certi temi, a comunicare. Con la lettera di Tim Cook ai dipendenti; il rapporto sulle condizioni di lavoro all’interno delle aziende con le quali Apple collabora. E altro ancora.

Perché diavolo lui, e gli altri membri del consiglio di amministrazione, non ci hanno pensato prima?

La risposta è di una semplicità sconcertante: Apple è un’azienda, e come tale deve essere guidata con spirito pragmatico. Prima ci si occupa dei prodotti, perché c’è la Borsa da soddisfare, gli azionisti, un consiglio di amministrazione al quale rendere conto. E questi sono soggetti che hanno scarso interesse ed entusiasmo per certi argomenti. Quando ci si rende conto che il marchio, e le vendite, possono essere intaccati da una certa condotta, o da una politica fatta di omissioni, si passa all’azione. Di solito questo non avviene mai prima.

Si cura ogni dettaglio nella comunicazione quando si deve lanciare sul mercato un nuovo prodotto; perché non basta esserci, occorre vendere, far parlare di sé, e produrre trazione. E sono poche le aziende tanto abili nel marketing, da riuscire a ottenere grandi risultati spendendo poco, rispetto alla concorrenza.

Questo è l’ambiente nel quale Apple e Steve Jobs si sono mossi con rara perizia. Però il mondo gira, e tutto questo non basta più: non perché sia necessario meno pragmatismo (gli investitori vogliono denaro: sempre), ma perché diventa indispensabile declinarlo in nuove modalità. Una di queste prevede un’attenzione inedita a cosa succede nelle fabbriche dove si producono i propri prodotti. E gli Apple Store hanno rappresentato un’occasione d’oro per gli attivisti dei diritti umani, che hanno utilizzato quel palcoscenico luminoso per imporre a tutti noi qualche interrogativo non peregrino sui dispositivi che utilizziamo.

Amazon o Microsoft (che assemblano i loro prodotti presso Foxconn, esattamente come Apple) sono trattati in maniera diversa? È vero, ma fa parte del gioco. Se sei tra i numeri uno, devi accettare di essere nel mirino, e imparare semmai, ad adeguarti in fretta al vento che cambia. Perché è un bel vento, porta con sé concetti come “rispetto” e “dignità”.

Certo, sarebbe bello se le aziende non fossero costrette ad agire sotto la pressione dell’opinione pubblica. Però questo dimostra come i gingilli elettronici se usati cum grano salis possono rivelarsi utili se dietro di essi ci sono degli individui con la testa al posto giusto.

Se vogliamo che le cose cambino, siamo noi che ci dobbiamo muovere.

 

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