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Sotto il velo delle cose

Sotto il velo delle cose
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Qualche settimana fa Ernesto Belisario ha scritto una breve e interessante riflessione su un tema core del movimento opendata: che rapporto c’è tra “essere trasparenti” e “fare opendata”.

La questione riporta molto indietro rispetto al lavoro fatto fin’ora: molto è stato detto su quello che è stato fatto, e molto è stato fatto di quel che si è detto. E’ chiaro che la trasparenza priva di strumenti efficaci rimane un discorso vuoto e che l’opendata come pratica amministrativa non sempre punta, per definizione, alla creazione di un tessuto di governance condivisa. Allora dobbiamo considerare le questioni separate? O dobbiamo pensare che le due pratiche siano coestensive? E se si, su quali basi?

Per capire che tipo di realtà sociale vogliamo costruire dobbiamo anche riservarci una buona dose di immaginazione e curiosità su come costruirla. Quando Maurizio Napolitano sostiene che per aprire i dati occorra comunicazione, più che tecnologie e leggi, ha ragione almeno su un punto: senza un adeguato sfondo concettuale si rischia di chiamare la stessa cosa in molto modi, e questo è ciò che rende indeterminata la relazione tra “essere trasparenti” e “fare opendata”. In breve, non possiamo capire quale “fare opendata” ci rende trasparenti. Un problema semantico insomma, ma dalle forti ricadute pragmatiche. Come muoversi? L’argomento di Ernesto è il seguente:

Sia “aperti” che “liberati” hanno il limite di essere solo un attributo del termine “dati”; ciò implica riconoscere alla pratica degli Open Data il carattere di eccezionalità. Per la serie: la gran parte dei dati detenuti dalle PA è “chiusa” e “ostaggio” di Enti poco trasparenti e, solo in alcuni casi, ci sono gli Open Data; si tratta, quindi, di ipotesi residuali e – spesso – poco rilevanti.
Per cambiare davvero gli Open Data devono uscire dal ghetto delle eccezioni e diventare la regola: ecco perché il problema non è solo terminologico ma è relativo alla modernità del sistema amministrativo, ai diritti e libertà civili, alla modernità dell’intero sistema-Paese.
Pertanto, avremo recepito davvero la dottrina degli Open Data quando saremo “Open by default” e sarà obbligatorio il principio per cui tutte le PA devono pubblicare i dati di cui sono titolari, in formato aperto e senza restrizioni che ne limitino il riutilizzo, con poche e tassative eccezioni.”

La soluzione che i dati diventino per regola aperti presuppone un ripensamento ed un reingegnerizzazione del sistema amministrativo nel suo complesso (ripetuto fino alla nausea). A tutti gli effetti l’opendata, incorporato all’interno del paradigma dell’open government, non ha come obbiettivo solo quello di mostrare in modo neutro lo stato dell’arte della nostra società, poiché quello che essi veicolano “is not pure, neutral knowledge that simply represent the governing reality” [Lemke]. Al contrario, i dati devono promuovere principi di trasparenza e responsabilità nei governi e permettere agli individui di pensare la propria vita come guidata da scelte responsabili (e condivise).

Questo però dovrebbe essere un’effetto della diffusione aperta dei dati pubblici, più che un suo presupposto di partenza. Se così non fosse: avremmo recepito la dottrina dell’opendata solo se saremmo open-by-default; e saremmo open-by-default solo se avremmo recepito la dottrina dell’opendata.

Non sembra però rappresentare un problema questa circolarità, fin tanto che il gap tra “essere trasparenti” e “fare opendata” è colmato dall’obbligo di pubblicità dei dati. Sembra continuare ad esserci qualche cortocircuito, ma non deve stupire. Al contrario conferma alcune intuizioni da senso comune che abbiamo avuto da qualche anno a questa parte. È un po’ il problema dell’Agenda Digitale. Sappiamo tutti che dall’obbligo legislativo di pubblicare i dati in formato aperto non ne deriva uno effettivo che spinge le amministrazioni ad aprirli. Da dove deriva, insomma, questa sensazione di correre sul ghiaccio?

L’Open Government cerca di creare la realtà sociale nella quale i principi che promuove possano funzionare, attraverso la definizione di regole che ne razionalizzino l’esercizio. Ma queste regole, se da un parte sono in grado di garantire certe prassi, dall’altra devono anche fornire ragioni per seguirle. Se tralasciamo questo rischiamo di ricadere nella tautologia della “trasparenza per la trasparenza”. Se cadiamo in quest’errore supponiamo che il mondo in cui la trasparenza è un vero valore amministrativo condiviso ci sia già, mentre è ancora tutto da costruire.

Credo che ci sia un’impostazione al problema di Ernesto che può invece dirci come non presupporre l’effetto che vogliamo ottenere dall’apertura dei dati. Il problema è che, se sappiamo già dove vogliamo andare a parare a priori, non stiamo cogliendo il punto che Ernesto invece suggerisce o che l’open-by-default dovrebbe garantire: uscire dal ghetto delle eccezioni e diventare la regola. E questo, come Ernesto stesso suggerisce, è una necessità tanto semantica quanto pragmatica.

L’open-by-default è una posizione che non solo chiede di creare un profilo giuridico e amministrativo per i dati considerati bene pubblico da distribuire, ma ne sancisce anche regolarità nelle procedure amministrative. Questo ne allarga sia l’estensione, la portata, sia ovviamente l’effetto.

Ma di che tipo è quest’effetto dipende in larga parte da come pensiamo l’opendata, da quali principi vogliamo che veicoli. I dati si chiamano così perchè vanno dati, ma questo non ci dice nulla sugli effetti al livello sociale: ci suggerisce più la forma che il contenuto. Questo aspetto diventa chiaro quando pensiamo alla difficoltà di definire cos’è Open Government Data –la cosiddetta nuova ambiguità dell’Open Gov. Che poi non è altro che la solita dibattutissima questione di “mani in pasta, quali dati e di quale tipo aprire prima”.

Il problema viene a crearsi quando, a fronte di queste ambiguità, il giudizio diventa arbitrario. Questo crea un problema non solo all’interoperabilità tecnica delle strutture a supporto dell’informazione, ma anche ai principi di trasparenza. La mancanza di una strategia di intervento sociale legata all’apertura dei dati permette la coesistenza di coni d’ombra dove l’effetto degli opendata non può risultare davvero funzionale e dove quindi la corruzione può tranquillamente prosperare sotto il velo dell’ordinario apparato amministrativo. Il ruolo di una strategia sociale è quello di guidare le conseguenze e gli effetti dell’apertura dei dati, una cosa che la forma da sola non può indicare. La medicina contro il pluralismo semantico è sempre un modello pragmatico.

Un caso interessante pubblicato di recente è quello legato alla Colombia. Trasparencia por Colombia, la sezione nazionale di Trasparency International, ha pubblicato uno studio sui dati della World Bank per valutare se i progetti anti-corruzione erano stati avviati in modo da coprire le aree a più alto tasso di corruzione. Lo studio mostra come la corruzione, correlata alle zone a più alta povertà, produca un effetto a catena in molti settori della società (istruzione, sanità, sicurezza) e come i progetti anti-corruzione siano in gran parte assenti nelle aree più povere del paese. Le politiche di trasparenza vengono canalizzate nelle zone a più bassa necessità di intervento.

L’open Government, se deve rendere i dati una regola, lo deve fare creando quelle prassi di governance basati sui dati e al contempo recuperando quelle forme di conoscenza necessarie ad estendere queste prassi dove possono radicarsi e produrre effetti benefici. L’opendata non solo può combattere la corruzione, ma la può prevenire perchè produce una realtà fatta di trasparenza. E questa dev’essere altrettanto aderente alla realtà in cui viviamo, pena rendere l’opendata una mera rappresentazione neutra dello stato di cose.

E’ difficile quindi pensare di “smettere di chiamarli opendata”, se nel contempo non pensiamo a cos’è che ci sfugge della sua natura più politica, come può costituire un dispositivo di potere sociale creato a partire dalla condivisione della conoscenza pubblica. Altrimenti non faremmo altro che cambiare il riferimento lasciando inalterato il senso, col rischio di ritrovarci ogni volta davanti allo stesso impasse.

Un pensiero pubblico va alla “prematura” scomparsa di Rita Levi Montalcini (i maestri son duri da lasciar andare via) che mi ricorda sempre quanto le idee chiare siano una conquista e quanto ci sia sempre da imparare sotto il velo delle cose.

Foto del profilo di Andrea Raimondi
Studente di Dottorato all'Università di Nottingham. Mi occupo di filosofia dell scienza e metafisica, almeno in dipartimento. Di notte, torno ad essere uno specialista opendata e un civic hacker. Progetto attività di ricerca e strumenti di innovazione sociale basati su dati governativi (aperti e non).

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