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Dopo Instagram avremo maggiore trasparenza sul Web 2.0?

Dopo Instagram avremo maggiore trasparenza sul Web 2.0?
6 minuti di lettura

In queste ultime settimane si è parlato molto di Instagram, del valore dei suoi termini di servizio e delle implicazioni del loro cambiamento, spesso senza andare al nocciolo del problema, come qualcuno fa giustamente notare.
Stiamo parlando della privacy e dell’uso dei dati che inseriamo nei servizi Web 2.0, e dei loro flussi e scambi, tra operatori commerciali a noi spesso oscuri.
Temi oggi quanto mai importanti, anticipati anni fa dalla cybercultura e dal movimento cyberpunk, che oggi hanno bisogno di essere discussi, e compresi da una platea sempre più ampia ed eterogenea.
Perchè devono diventare patrimonio di un confronto comune, e comprensibile a tutti.

Provo ad amplificare il quadro con un po’ di riferimenti: nulla viene dato per niente, e tutto ha un costo, per cui prima di lodare tanto il Web2.0 servirebbe mettere a fuoco un paio di note.
Tutto quello che è gratis, ha una moneta di scambio.
Ed il Web2.0 non rappresenta un’eccezione.
Anzi: la differenza è che si dimentica spesso la moneta di scambio, e la si scopre solo quando è troppo tardi.
Partiamo da una lettura consigliata: il post di Luca De Biase, che pone l’attenzione sui diritti degli utenti ed i termini di servizio dei servizi offerti dal Web2.0.
Faccio notare due passaggi:

  • il processo di crescita delle startup come Instagram o Twitter, finanziate dal venture capitalism, si basa sulla creazione di una massa di utenti iniziale molto ampia, che crei il valore di mercato sufficiente a rendersi appetibili, e sul quale poi costruire un modello di business, spesso cambiando le regole del gioco a scapito degli utenti della prima ora.
  • l’equilibrio tra le parti è molto instabile, e si basa su una forte componente di chiusura, detta lock-in, una chiusura che rappresenta un vero e proprio blocco per il singolo utente. Si pensi al proprio utente Twitter o Instagram, identificato da un indirizzo Web ben preciso: una volta che ha molto seguito, qual’è il costo della sua chiusura in termini di visibilità e di reputazione? Ovvero: se volevi cambiare servizio, e perdere quindi quell’indirizzo, il costo nel passaggio è molto alto per me singolo utente. E’ un costo che la controparte aziendale conosce benissimo, e sul quale si fonda il valore della startup. Questo costo però si basa sulla necessità dell’utente di usare quel servizio, e questo rapporto di forza dipende dalle azioni e dal contesto che evolve tra le parti nel tempo.

Come giustamente fa notare Luca De Biase, il rapporto tra utente e servizio nel Web2.0 è un equilibrio precario, ma questo equilibrio non è purtroppo chiaro a tutti. Sia per le dinamiche di diffusione dell’innovazione, sia per le asimmetrie informative naturali che creano queste dinamiche.

Le piattaforme proprietarie non sono la fine della storia. Altre piattaforme, non profit, open source, sono sempre possibili. Anche se per ora tendono ad avere meno utenti e meno appeal. E se sono possibili, qualcuno ci sta lavorando. Wikipedia ha dimostrato che non tutto ciò che ha successo su internet deve essere orientato a fare miliardi di dollari di profitti.
Internet come grande spazio pubblico ha generato attività umane straordinariamente ricche e varie per la crescita della conoscenza come bene comune. Se questo è vero, le sue conseguenze non si fermeranno alle beghe sulle foto di Instagram. Ma la consapevolezza diffusa che quelle beghe possono alimentare tra milioni di utenti è una grande risorsa per spingerli a fare il prossimo passo avanti nella costruzione di media civici più intelligenti.

E’ normale infatti che i termini di servizio, un po’ come le norme della gestione della privacy, siano volutamente incomprensibili. E noiose, scritte nel gergo legalese.
E’ qui infatti che ci cela il vero guadagno indiretto per i servizi Web2.0, ed è qui che solo maggiore consapevolezza e crescita nella diffusione della cultura digitale, potranno fare da spinta verso una maggior domanda di trasparenza.
Nel mondo anglosassone sono nati dei movimenti veri e propri sul tema privacy e diritto alla conoscenza degli utenti per quanto riguarda la navigazione Web, raccolti sotto il cappello Do Not Track.
Ma sono molti i fronti sul lato dell’utilizzo dei dati e dei contenuti generati dagli utenti (UGC ovvero User Generated Content ) sono aperti.

Per capire il tema è utile qualche riferimento storico.
Il Web2.0 ha delle origini lontane: è sia una evoluzione tecnologica che di consapevolezza del mezzo Web. Questa evoluzione è partita da un manifesto, oggi ancora attuale, che tutti dovrebbero rileggere.
Il Cluetrain Manifesto, quel documento che iniziava con una tesi del genere: “I mercati sono conversazioni”. Oggi, aziende e persone ormai stanno riconoscendo questo fatto nella loro quotidianità.
Se questo assunto, e quello che ne consegue, ha creato scenari e mondi di senso nel mondo odierno, ora è necessario cominciare a porsi un’altra questione.

Ma queste conversazioni, dove avvengono? Chi detiene i flussi, e i dati? I miei dati delle mie conversazioni, dove sono?
Per dirla alla De Biase, le tecnologie non sono neutrali, ovvero le regole a cui i servizi come Instagram e Facebook medesimo ci fanno sottostare, costruiscono i mondi e le libertà che guidano le nostre conversazioni.
Situazioni di monopolio in questi mondi creano delle conseguenze.
Mai come oggi, a cavallo delle tendenze relative ai Big Data, agli Open Data e alle comunità intelligenti, è importante chiarire il flusso dei dati, a partire dai servizi che usiamo tutti i giorni.
Qualcuno ci aveva già pensato: soprattutto sulla questione del potere contrattuale tra le parti in gioco, tra utenti, piattaforme e aziende.

Tra i creatori del Cluetrain Manifesto, già a partire dal 2006, è nato un gruppo di lavoro che discute e crea riflessioni sulle conseguenze di questi temi, raccolti sotto il cappello del Progetto VRM – Vendor Relationship Management. Si può riassumere in questo manifesto:

“Customers must enter relationships with vendors as independent actors.
Customers must be the points of integration for their own data.
Customers must have control of data they generate and gather. This means they must be able to share data selectively and voluntarily.
Customers must be able to assert their own terms of engagement.
Customers must be free to express their demands and intentions outside of any one company’s control. ”

Non è un caso infatti che Dave Winer abbia segnalato ai primi di dicembre alcune mosse di Instagram ben prima del famoso cambio dei termini di servizio.

E se ci fosse uno strumento che facilitasse il tracciamento d’uso dei nostri dati attraverso i vari siti del Web2.0, e fosse chiaro il flusso che si venisse a creare?
Probabilmente sarebbe utile per capire davvero quanto è importante essere tutti più consapevoli del reale valore che diffondiamo nel Web2.0.
Servizi come il plugin Collusion della Mozilla Foundation, all’interno del movimento Do Not Track, ad esempio, ci potrebbero essere davvero utili.

Sono domande e questioni aperte, sulle quali nelle giornate di festa si potrebbe riflettere assieme, a partire da un ulteriore approfondimento:
-> You’re not anonymous. I know your name, email, and company.

Foto del profilo di Matteo Brunati
Un appassionato del Web e di tutte le dinamiche sociali che abilita. Informatico di formazione. appassionato della vision del Semantic Web, spinge e supporta il movimento Open Data italiano, sia con l’associazione Wikitalia, che con il supporto ad IWA Italy nella promozione degli standard del Web of Data. E’ stato nel comitato organizzatore di Apps4italy, il primo contest italiano sul tema Open Data. Partecipa alla mailing-list di Spaghetti Open Data, e a liste internazionali su questi argomenti. Lavora come Community Manager per SpazioDati, un'azienda trentina che opera nel settore dei Big Data e dei Linked Data applicati alla text analytics, e collabora con progetti di urbanistica partecipata ( etucosacivedi.it ), promuovendo l’utilizzo degli Open Data sia come maggior veicolo per raccontare l’ecosistema territoriale, sia per aumentare l’efficacia della partecipazione dei cittadini nel susseguirsi delle politiche di partecipazione locale

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