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Dove sono gli Open Data nella Scuola?

Scritto da:     Tags:  ,     Data di inserimento:  18 dicembre, 2012  |  Nessun commento
18 dicembre, 2012
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Come forse già sapete, abbiamo un’Agenda Digitale nuova nuova (nella veste se non nei contenuti…) e oggettivamente piena di cose belle, a cui mancano solo le parti che dicano “ah, e queste cose si devono fare davvero, ora”.

C’è un punto specifico, comunque, di cui mi pare che finora si sia parlato poco o niente (se sbaglio correggetemi, ne sarei felice!). Per questo motivo, visto che mi sta molto a cuore già da un po’, mi sembra utile ritornarci e spiegare meglio alcune cose.

Lo scorso aprile, dopo l’Open Government Partnership Ernesto Belisario scriveva che: [questi temi...] dovrebbero interessare tutti: persone, imprese e amministrazioni.

Dopo l’Opendataday si è ripetuta con chiarezza praticamente la stessa cosa: “Occorre istruire PA, Cittadini e Enti Locali!”.

In entrambi quei testi (non credo proprio che sia così nelle effettive aspettative e intenzioni degli autori!) su Open Government e Open Data c’è un Grande Assente: la Scuola, in particolare quella Media e Superiore.

Open Data dalla Scuola, Open Data nella Scuola

Gli Open Data possono e devono sia entrare che uscire regolarmente, alla grande, nella Scuola e per la Scuola. Farlo costa poco, può avvenire senza problemi nelle procedure didattiche già esistenti e fa bene. Ah, e per farlo nemmeno serve quella banda larga, la cui mancanza viene così spesso adottata come scusa per non fare le cose. Le scuole Medie e Superiori italiane dovrebbero tutte, il più possibile:

Far piacere gli Open Data: Gli Open Data sono inutili se non ci sono abbastanza cittadini che li vogliano: questa domanda (che nasce anche se la Matematica te l’hanno insegnata mostrandoti, con esempi pratici, che aiuta tutti nel mondo reale…) va creata prima possibile, cioè a scuola.

Produrre Open Data: Gli scolaretti italiani vanno già da generazioni in giro per il quartiere a raccogliere Open Data per ricerche e compiti a casa: ubicazioni delle fontanelle, buchi nelle strade, tradizioni del quartiere, servizi pubblici… Poi li scrivono al computer, stampano, incollano sul tradizionale cartoncino bristol e tutto finisce sprecato così. L’anno dopo si butta tutto e si ricomincia da capo. Perché quelle stesse cose non vengono copiate in un Wiki (ce ne sono che funzionano anche senza Internet!) pubblicato online, alla prima occasione possibile, con licenza Creative Commons?

Consumare Open Data: Perchè gli studenti devono continuare a esercitarsi con l’equivalente liceale della mitica vasca col rubinetto aperto e il tappo che perde, in quanti minuti si riempirà? Cioè con esercizi che, si trovino su testi digitali o cartacei cambia poco, sono spesso avulsi dalla realtà? Gli studenti di Ragioneria o Topografia, per esempio, dovrebbero verificare i bilanci o le mappe catastali vere del loro Comune (o creare versioni aggiornate delle seconde su OpenStreetMap).

Come?

Lo Stato che oggi paga gli insegnanti italiani è in condizioni drammatiche. Lo stato professionale e mentale degli insegnanti stessi non è da meno. Oggi molti di loro vivono, perdonatemi per la sintesi crudele e inevitabilmente grossolana, in una condizione fra mobbizzato, abbrutito e illuso che rende affermazioni come queste non proprio rare:

Forse i non pochi insegnanti che effettivamente ragionano così son persi. Non ci sono fondi per convincerli o sostituirli tutti. Quella è una tragedia enorme, causata da decenni di boicottaggio sociale e politico, appiattimento verso il basso e convivenza forzata con colleghi incapaci, grazie a governi di ogni colore.

Io non ho la bacchetta magica per risolvere quel problema. Ma per portare gli Open Data nella scuola seriamente, subito, con pochi mezzi, non c’è nessun bisogno di aspettare quella manna dal cielo.

Quel che possiamo e dobbiamo fare lo dicono due slogan non miei: “innovazione senza permesso” e “hacking della scuola”.

Poniamo, per far cifra tonda, che gli insegnanti italiani siano un milione, come leggo qui. Supponiamo, data la situazione, che fra loro non più di mille aggiungerebbero subito, da soli e di loro iniziativa, gli Open Data alle loro normali attività didattiche. Il problema da affrontare non è che son solo mille: è che oggi nessuno o quasi di quei mille già lo fa. Perché, anche se non servono nè LIM, nè banda larga, nè competenze informatiche particolari, oggi quasi nessuno di quei mille sa che certe cose sono possibili.

Dobbiamo mettere quei mille insegnanti, spero i primi di tanti altri, nelle condizioni di lavorare così subito, senza chiedere, nè noi nè loro, permessi o miracoli allo Stato.

Per farlo possiamo creare, con relativamente pochi soldi e risorse:

  • contest specifici per gli insegnanti che effettuino e condividano attività Open Data
  • corsi online o in presenza, o altre risorse formative, rivolti specificamente a produrre e usare Open Data nella normale didattica
  • dimentico qualcosa? Ditemi voi!

Come? Per cominciare, facendo più baccano possibile sull’argomento su Facebook e media tradizionali, perchè l’insegnante medio italiano oggi va lì, non certo su Pionero. Poi mobilitando tutte le forze, soprattutto esterne alla PA, che potrebbero o dovrebbero essere interessate all’argomento. Penso alle tante fondazioni (oppure, gasp, Partiti?) a Confindustria, Confartigianato, Camere di Commercio, singole aziende (stiamo parlando di finanziare cose piccole, mica l’intero MIUR!) In fondo, le aziende non si lamentano sempre che la Scuola non prepara i giovani al lavoro? Che lo scopo della Scuola debba essere effettivamente quello è tutt’altro discorso, ma neodiplomati che, essendo stati trattati con Open Data, sappiano fare più delle 4 operazioni dovrebbero interessargli comunque. Ecco, nell’Agenda Digitale e nelle successive discussioni avrei voluto vedere un po’ più di tutto questo. Voi?

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