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Innovazione Sociale 2.0

Innovazione Sociale 2.0
3 minuti di lettura
Social Innovation?


Questo termine qualche anno fa non voleva dire molto, e ancor oggi è associato, dai non addetti ai lavori, a qualcosa che ha a che fare con Facebook o i social media.


Sì, è vero, può “anche” aver a che fare con i social media, anzi ne beneficiano a piene mani data la loro potenza dirompente, ma social innovation significa altro.


Non esiste ancora una definizione completa ed esaustiva, tanto che addirittura ci sono battaglie tra Comunità Europea e major USA proprio sulla detenzione addirittura del “marchio”, che qualcuno vorrebbe legato a un prodotto, anziché essere patrimonio collettivo: Wikipedia ne tenta una prima definizione (http://en.wikipedia.org/wiki/Social_innovation, ancora non tradotta in lingua italiana).


Si tratta in effetti di un approccio multidisciplinare, che va dalla sociologia all’economia alla politica, con cui si vuole in sostanza racchiudere tutto quanto concerna strategia, metodo e pratiche che permettono la ridefinizione del vivere e interagire umano, ovviamente in meglio.


La potremmo in sostanza rimodulare con movimento per una nuova società civile, un welfare 2.0, impresa ed economia sostenibile e nuovo welfare, ma ciascun per sé questi strumenti sarebbero comunque riduttivi ad una parte dell’insieme.


Certo è che l’innovazione sociale, che da decenni viene comunque “fatta” in Italia da tante piccole organizzazioni, specialmente all’interno di quello che chiamiamo Terzo Settore (che in effetti dovrebbe essere il Primo, per l’importanza che assume nella vita di tutti noi), ora ci viene reinventata da altri paesi, UK e USA in testa, dove  pragmatismo e concretezza anglosassoni ne ordinano le metodologie e portano metriche e risultati tangibili.


Ecco che si parla di Social Enterprise (niente a che vedere con Facebook o un’azienda rimodellata in chiave 2.0), che altro non è che una impresa in cui si mescolano valori cari al “sociale”, quindi etica, trasparenza, sostenibilità, cura della “persona” e non solo del “profitto”, a valori tipicamente aziendali quali la ricerca dell’eccellenza, dell’efficacia ed efficienza, la pianificazione, la sana competizione.


Definita così emerge più lampante il fatto che queste in Italia le abbiamo da decenni, e sono in primis (ma non solo) le cooperative sociali, nate ex-lege 25 anni fa (oramai quasi 26) e poi “traviate” da una situazione dello Stato che le ha “usate” come terza gamba a causa del suo progressivo impoverimento del welfare, della cultura di assistenza e cura della persona, vanto del nostro sistema italiano ed europeo su altri, USA in testa (almeno fino a ieri).


Queste “aziende”, perché di questo in fondo si tratta, nella grande maggioranza, che è fatta di realtà medio-piccole, hanno purtroppo nel tempo disimparato a pianificare, a progettare il proprio futuro, sia per la sostenibilità propria e dei propri addetti, sia e soprattutto per gli “Utenti-clienti”, che su queste realtà si appoggiano per l’erogazione di una moltitudine di servizi di cui fare a meno diventa veramente difficile.


Ora che la crisi da anni incombe sulla nostra economia, e che il welfare diventa addirittura oggetto di drastici tagli, l’economia sostenibile non è direttamente in grado di (ri)prendersi quel ruolo che è suo da moltissimo tempo, e necessita di nuovi modelli, di esempi ispiratori, di costruire nuovi ponti con lo Stato (storicamente definito Primo Settore), ed il Mercato (il Secondo Settore) in modo che “lo sgabello” abbia tutte e tre le sue gambe, e la società civile possa stare in piedi.


Ecco quindi rifiorire negli ultimi 2-3 anni uno tsunami di iniziative, convegni, seminari, che parlano di Social Innovation, di Social Enterprise, di Social Bond (che in Italia stanno timidamente cercandosi una strada), di Corporate Philantropy, di “nuova” Responsabilità Sociale di Impresa, ecc.: sembra una “moda” che come al solito da altre nazioni ci invade e di cui forse riusciamo a catturare qualcosa, magari la coda (pensiamo al treno 2.0, che in sostanza abbiamo perso…).
Ebbene, sulla Social Innovation gli italiani hanno molto da dire, avendola quasi “inventata” tanti anni fa: si tratta di tirare su la testa e rivendicare questo primato della nostra nazione, rimodellandoci alle nuove esigenze che la crisi ci sta di fatto imponendo.


Questa rubrica vuole portare notizie circa la Social Innovation italiana, attraverso molteplici attori che ruotano attorno il tema.
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Foto del profilo di Bruno Conte
Bruno Conte è oggi un imprenditore sociale, manager di organizzazioni non profit e volontario in diverse organizzazioni del Terzo Settore, nonché tecnologo e docente di materie legate ai socie network e social media. Dopo una intensa vita spesa nel Mercato "profit", avviene la svolta che lo porta a riconsiderare la sua vita in chiave più "sociale" e sostenibile, occupandosi in modo professionale di Terzo Settore e impegnandosi in prima persona alla Social Innovation. E' fondatore e membro del board di diverse organizzazioni che parlano, promuovono, insegnano e (soprattutto) fanno innovazione sociale

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