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Monti lascia, l’agenda digitale rischia la fine del decreto Province

Crisi di Governo: il decreto crescita 2.0 rischia di non essere approvato
1 minuti di lettura

Se lo spread non esiste (tipo il cucchiaio di Matrix, ma del resto un mondo dove tutto è possibile non è quello che sogniamo tutti?) e il riordino delle Province può attendere, figuriamoci l’agenda digitale. La crisi di Governo annunciata, che poi porterà ad anticipare le elezioni solo di qualche settimana (il 17 o 24 febbraio invece del 10 marzo) rischia seriamente di non portare a termine la conversione del decreto crescita 2.0.

Se anche già c’è chi, paradossalmente ma nemmeno troppo, potrebbe rallegrarsi per un’eventuale slittamento o non conversione della legge in quanto francamente troppo incompleta e inglobata all’interno di un decreto che non ha come tema principale la rete, la banda larga, l’open government e tutto quello che è strettamente digitale, bisogna anche sottolineare che a livello europeo la figura non sarebbe proprio splendida, anzi, e che comunque di una cabina di regia il nostro Paese ha inevitabilmente bisogno.

L’Ue e Neelie Kroes, Commissario Ue per la Digital Agenda attivissima su Twitter, ovviamente auspicano che l’Italia porti a termine i suoi compiti, ma i tempi sono strettissimi: la conversione in legge va infatti approvata entro il 18 dicembre, e il maxi-emendamento approvato in Senato il 6 dicembre scorso avrebbe potuto spianare la via per il sì  definitivo. La sfiducia del Pdl all’Esecutivo Monti, però, porterà probabilmente a completare solo l’iter della legge di stabilità, visto che lo stesso Monti ha preannunciato le dimissioni dopo la sua approvazione.

Il che, tradotto, porta a una sola conclusione: se anche dovesse essere approvato, il decreto crescita 2.0 non avrà la forza necessaria perché dei successivi decreti attuativi si occuperà la prossima legislatura. E allora? Allora resta solo la cancellazione del beauty contest, ossia l’assegnazione gratuita delle frequenze che avrebbero favorito indiscriminatamente i provider più potenti con danni per il libero mercato e lo sviluppo di nuove startup ad hoc. Ok, teniamoci l’asta delle frequenze. Sempre che esistano, e non siano un’allucinazione collettiva come lo spread…

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