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Lo zen e l’arte della manutenzione dei beni comuni

Lo zen e l’arte della manutenzione dei beni comuni
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Mi piace pensare all’ amministratore pubblico sempre più simile ad un dj o ad un cuoco, capace di mixare ingredienti e tracce, sempre più manutentore e sempre meno motore di ciò di cui è necessario prendersi cura.
L’evidente stato di crisi economica e sociale e la progressiva riduzione delle risorse a disposizione della PA deve condurre ad un drastico ripensamento del ruolo della stessa.

Non esistono compartimenti stagni nella definizione di politiche pubbliche e sono necessari processi di open innovation e maggiori e migliori competenze: è necessario un approccio multidisciplinare, l’unico in grado di generare innovazione e mettere attorno al tavolo progettuale diversi dipartimenti e competenze, come condizione essenziale per evitare fallimenti certi e la moltiplicazione dei centri di costo.

La democratizzazione delle tecnologie della comunicazione ha creato una rivoluzione senza precedenti nel dialogo e può essere fattore abilitante. Non è più la PA che informa il cittadino ma la comunità ad essere fonte di innovazione ed ispirazione per la PA, correndo ad un passo necessariamente più veloce di quest’ultima.
Ma ora abbiamo bisogno di nuovi approcci e nuovi metodi e le città si rivelano autentici laboratori d’innovazione periferica.

Spesso le migliori idee vengono dal piccolo ed infatti non si contano più ormai le esperienze di gestione collettiva da parte di cittadini ed imprese di spazi pubblici o la realizzazione di iniziative autonome. La partecipazione non si consente più, avviene, senza permesso. Pensiamo agli orti urbani condivisi sui tetti dei palazzi e/o agli hackaton organizzati a scopi sociali: mi trovare un pubblico dipendente che avrebbe potuto immaginarli solo 5 anni fa?

Alla luce di queste condizioni potenti ed irreversibili, come farne tesoro nella progettazione di politiche pubbliche?

Tornando alla metafora d’apertura, prendo a prestito l’ immagine del sindaco di Boston, Thomas M. Menino, che ha creato un dipartimento chiamato ” new urban mechanic” per comunicare questo cambio di prospettiva, che ha profondi effetti nel rapporto tra cittadini e PA.

“Our job in city government is to be urban mechanics – to fix the basics that make our neighborhoods work. But the truth is, today, our residents, our partners, ourselves —we are all urban mechanics.”
“New urban mechanics” è diventato così l’incubatore dell’innovazione cittadina, costruendo e facilitando alleanze tra pubblico e privato attraverso progetti pilota con non più di 10mila dollari di finanziamento permettendo così un monitoraggio rapido: in caso di fallimento, il rischio non è così alto e, avendo innescato più azioni, il margine di successo è chiaramente più alto.

Di certo la situazione non è semplice ma di fronte alle molteplici forze, le sperimentazioni tra pubblico, privato e società civile vedono la Pubblica Amminstrazione sempre meno motore e sempre più facilitatore di contaminazioni e coordinatore di alleanze. Rimane da verificare la scalabilità e la replicabilità di tali sperimentazioni ma credo che, riprendendo il celebre libro di Pirsig, per la manutenzione dei beni comuni, forse servirà un approccio più zen.

Credits per l’immagine di Thomas m. Menino: Boston.com

Foto del profilo di Michele D'Alena
è attualmente project manager per l'Agenda Digitale nel Comune di Bologna e web communication consultant presso la Camera di Commercio Italiana per la Germania. Si è occupato di marketing sociale e di progetti di cittadinanza attiva, utilizzando le tecnologie del Web 2.0 come strumento che abilita nuovi spazi di dialogo e partecipazione effettiva per enti privati, pubblici e non profit. E' inoltre responsabile di TagBoLab, laboratorio sul marketing territoriale nel web 2.0 dell'Università di Bologna.

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