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Chiude il Daily: informazione, editoria e business, quale futuro?

Murdoch perde la scommessa The Daily e subito scatta il dibattito sulle possibilità reali dell'informazione a pagamento online
4 minuti di lettura

Vogliamo alzarci la mattina e sfogliare l’iPad, però ancora siamo nostalgici del caffè con brioches al bar, dove i giornali sono in carne e ossa. Non è, però, una questione prettamente abitudinaria e legata al consumatore che, in questo senso, è quasi pronto a risparmiarsi (e far risparmiare) la carta, figlio di un’era internettiana che, a livello di informazione, sta sempre più prendendo il sopravvento.

La chiusura “forzata” di The Daily, quotidiano online nato esclusivamente per iPad il 2 febbraio 2011 e ieri chiuso ufficialmente da Rupert Murdoch, non è un segnale di “ritorno al passato”. Ci sono cause evidentemente economiche alla base di una decisione che il magnate australiano non ha preso a cuor leggero, perché la scommessa di una testata quotidiana multimediale e interattiva, aggiornata in tempo reale ma disponibile “solo” per tablet (prima Apple, poi apertura anche ad Android e Amazon), tutto sommato è un qualcosa a cui molti manager ed editori hanno pensato e ancora pensano.

Costi, punti di pareggio, audience. Soprattutto l’ultimo punto: la testata era riuscita a raggiungere solamente 100 mila abbonati (divisi in settimanali e annuali), un quinto dei 500 mila ai quali si puntava in origine. Perché? La focalizzazione eccessiva sui tablet non può spiegare in toto il fallimento di un’iniziativa che, forse, nasce da altri due fattori importanti e concomitanti tra loro.

Primo: i tablet sono ancora utilizzati soprattutto per l’intrattenimento nelle case, per i video e i cartoni animati per bambini, magari per portarseli in aereo e/o in viaggio e guardarci un film. Ma pochissimo per l’informazione, che peraltro in questo caso andrebbe anche pagata, altra concausa fondamentale perché l’individuo moderno, generazione a parte, sarà anche portato all’innovazione ma forse non ancora al pagamento di un’informazione che, sulla rete, intende gratuita e libera (quanti di noi, spesso, sullo smartphone e di fronte a una notizia a pagamento cambiano indirizzo?).

Noi di Pionero, però, vogliamo andare in fondo alla questione e lanciare un sondaggio aperto per capire, effettivamente, quanto questo esempio possa rappresentare la realtà del momento, a livello sia di editoria che di comunicazione. Abbiamo chiesto un parere a Giorgio Tugnoli, direttore di Maggioli Editore, che da tempi non sospetti – e ancora oggi – punta forte verso la digitalizzazione dell’informazione come frontiera per un servizio diverso, futuribile ma anche fruibile.

Giorgio Tugnoli - Direttore di Maggioli Editore

Nella foto Giorgio Tugnoli, direttore di Maggioli Editore

Ci avevo creduto anche io e mi ero entusiasmato, forse perché vedevo o speravo in un nuovo modello di business per il mondo dell’informazione ma soprattutto per un nuovo modello per l’editoria – osserva Tugnoli -. C’erano tutti gli elementi: l’iPad, l’informazione, la grande azienda, il grande progetto. Ma non ha funzionato. Forse non ha funzionato perché è molto difficile portare modelli tradizionali su nuovi strumenti e sperare che funzionino, forse. O non ha funzionato perché far pagare l’informazione è ancora oggi molto difficile, non tanto il farla pagare, ma il farla pagare quanto basta perché l’imprenditore giudichi interessante il modello di business proposto“.

Il punto focale è qui, infatti. Per ottenere un pareggio effettivo, quanti studi e soprattutto quali aspettative bisogna avere in termine di margini? “Chi è abituato a costi, ricavi e margini “tradizionali” come si ritrova con ricavi differenti, costi tradizionali e margini che si assottigliano? – si chiede Tugnoli -. Credo che il punto sia che nell’editoria in generale è sempre più difficile passare dal modello tradizionale a quello “innovativo” e forse la strada non è questa. La vera strada probabilmente è basata su nuovi modelli, con nuove persone e con nuove strutture. E forse in questo modo ci saranno anche nuovi margini. Per nuovi editori”.

Gli spunti interessanti non finiscono però qui: sempre restando in ambito editoria, a fine ottobre – secondo l’indagine Nielsen che sarà approfondita all’evento “Più libri più liberi” del 6-9 dicembre a Roma – i volumi di vendita registrano una piccola ripresa rispetto al terrificante -11.7% di marzo, col dato attuale che si “spinge” sino al -7.5% per un equivalente di 82 milioni di euro di spesa in meno nei canali trade.  “Il mercato dell’editoria professionale è in un momento di grossa contrazione e i fattori principali sono due: la crisi economica che colpisce i professionisti e lo sviluppo tecnologico che rende fruibili moltissimi contenuti on line gratuitamente al cliente professionale che oggi cerca la prima risposta on line – conclude la sua analisi Tugnoli -. Gli editori possono cercare modelli 2.0 che funzionino, strada non facile per editori tradizionali, e puntare molto sui contenuti sempre più di qualità garantiti da un marchio forte che garantisce il professionista nelle sue scelte. Questo però sempre collegato ad una strategia di sviluppo obbligatoriamente legata all’on line“.

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