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Paradisi, panini, tasse: quante ne sa Google?

Su BIG G il sospetto di elusione fiscale, ma il percorso nasce in Irlanda e finisce alle Bermuda in maniera legale
2 minuti di lettura

Una volta c’era il biscotto (scandinavo, croato, coreano), oggi c’è il panino. Quanto durerà l’impatto – e il sospetto – che Google non paghi le giuste tasse in Italia? Il nuovo capro espiatorio è li, bello come il sole, anche perché, si sa, più sono grossi e più, quando cadono, fanno rumore. Del resto, in pieno periodo natalizio e con l’e-commerce che, già di per se aumentato, andrà verso il suo record storico in tutto il Pianeta, un’azienda che nel solo 2012 ha fatto registrare ben 12.5 miliardi di ricavi non può che finire nel mirino della Guardia di Finanza.

Otto milioni e mezzo, le tasse pagate in Europa da Big G. Una cifra effettivamente irrisoria, rispetto a quanto fatturato. Ora, mentre la GDF effettuerà tutti i suoi controlli extraprogramma finalizzati “al riscontro del corretto adempimento degli obblighi fiscali”, come affermato dal Ministero del Tesoro dopo l’interrogazione parlamentare del Pd, animata dal deputato Stefano Graziano in linea con quanto accaduto tempo fa con Ryanair, meglio salire su un aereo e passare da Irlanda e Olanda. Perché?

A Dublino e dintorni, si sa, ci sono regimi fiscali allettanti (12.5%), ma il peccato è all’origine: secondo il regolamento UE, un’azienda può stabilire la sua sede in Paese membro qualsiasi, e Big G non ha fatto altro che seguire la strada di altri predecessori, uno su tutti Ryanair, che ad esempio assumeva dipendenti italiani con regimi fiscali irlandesi, evitando il macigno delle tasse nostrane.

Il nocciolo della questione assume due snodi focali, proprio come l’eterno dilemma tra Facebook e Twitter o tra iphone e Android. Siamo di fronte a cose diverse, ad un’Italia che non riesce a rendersi appetibile per nuovi investitori, mentre la disparità tra sistemi e controlli fiscali in Europa comunque permane. ”Google rispetta le leggi fiscali in tutti i Paesi in cui opera, siamo fiduciosi di rispettare anche la legge italiana. Continueremo a collaborare con le autorità locali”, dice un portavoce Google.

Nel frattempo, la bellezza del pagamento delle tasse è cercare di capire, non vendendo scarpe o caramelle, come e dove si pagano tali imposte gestendo siti internet, social network e prodotti ormai erroneamente definiti tecnologici: la SEC, autority americana di borsa valori, ha obbligato le aziende USA quotate a chiarire aldilà di ogni ragionevole dubbio quali siano i benefici fiscali di cui godano.

Google, ad esempio, avrebbe risparmiato circa 7.6 miliardi di dollari grazie al “doppio irlandese” e al “panino olandese”. Roba da matti? No, roba da studiosi e avvocati. Che, per legge, hanno consentito alla Google californiana (quella originale) di concedere, in licenza, la proprietà intellettuale a Google Irlanda, che però ha sede alle Bermuda. Questa possiede un’altra Google in Irlanda (tassazione al 12.5% come già enunciato), con le royalties che passano in Olanda (eccolo, panino).

Alla fine della fiera, Google paga alle Bermuda il 2% di tasse!! Tutto molto al confine, ma tutto legale. Difficile, infatti, individuare in modo certo ed univoco quali siano i ricavi di Google originati in Italia, dove ci sono un centinaio di dipendenti ma si fattura poco e, di conseguenza, paga quelle poche tasse che logorano i devastati dal fisco.

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