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#openheritage contro diseducazione artistica, musei e archivi misteriosi

Scritto da:     Tags:  , , , ,     Data di inserimento:  29 novembre, 2012  |  Nessun commento
29 novembre, 2012
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Barcellona, fundacio Miró. Interno giorno; la wifi eccellente copre tutte le sale; l’ambiente chiaro mette in evidenza le opere della mostra temporanea prima della permanente di Miró. La bimba semi-quattrenne e amica già-quattrenne vedono un arazzo gigantesco di Miró e si “fiondano” a vederlo mentre armeggio tra Instagram e Twitter…. Guardasala, gentile, avvisa subito che:

  • bisogna fare silenzio
  • i bimbi devono stare “a mano”
  • non si possono fare foto

 

stupito chiedo di un’area bimbi per farli giocare, ma no… c’è però il bar…

Musei come Esposizioni Universali dell’800. Non solo in Italia quindi, ma anche in altri Paesi, è frequente incontrare ancora nel 2012 (ormai 2013 apocalissi permettendo) il ”museo dell’ottocento“: quello statico, dove solo si può guardare e comprare il catalogo. L’innovazione massima è la saletta “multimediale” con filmato in loop che mostra un po’ di foto, video dell’artista o dell’epoca e dove (con grande crudeltà) vengono esposti i depositi. Immense file di classificatori, cassetti, armadi carichi di bozzetti, schizzi, opere minori, vero fondo museale, che – per motivi di spazio e di allestimento – non vengono esposti. In genere non sono documentati nemmeno nei cataloghi. L’esempio più clamoroso di “opera in naftalina” è l’Uomo Vitruviano: chi sa dove  riposa, alzi la mano! sta nei depositi delle Gallerie dell’Accademia di Venezia e viene esposta periodicamente per non danneggiare il delicato manufatto… Come si dice in gergo twitterolo: #epicfail!
Nel disastro generico/generale esistono comunque delle eccezioni: gli allestimenti di percorsi per non vedenti in cui copie di statue sono esposte per permettere ai ciechi di vederle attraverso le mani, sono un’autentica gioia anche per i bimbi! Riproduzioni di quadri con la termoformatura e con sonorità diverse ad indicare i diversi colori. Ancora: alla Guggenheim organizzano percorsi didattici in cui spiegano ai bimbi i quadri e li mettono per terra a disegnarne le copie di fronte agli originali lasciandoli avvicinare a dei picasso, dei bacon, balla, moore. Strepitosa poi la Biennale dei Ragazzi durante il Carnevale di Venezia dove lasciano a disposizione dei bimbi opere, strumenti e installazioni: si assiste alla generazione di arte dall’arte grazie all’ingenua sfrontatezza di questi “disgraziati” che se ne fregano di quotazioni, di firme, di manuali, ma vanno diretti al lavoro, al colore, alla forma di quello che vedono.

Tutto smart tranne l’arte. In Italia esistono n musei, n gallerie con percorsi didattici, ma sono pochi quelli che permettono un accostamento alle opere. Oggi si parla di gamification ma nell’arte, dove si può parlare proprio di Gioco, non viene nemmeno accennato. L’idea di fare delle riproduzioni anche in scala di opere da dare in pasto ai bimbi ed ai ragazzi non sfiora nessuno, e soprattutto non sfiora l’idea che quelli che poi ci giocano saranno quelli che romperanno l’anima alle mamme ed ai papà perché gliene comprino una copia da portare a casa. Non sfiora nemmeno l’idea che le foto inserite in un tweet e riportate sulla mappa del museo potrebbero essere utili ai fini dell’allestimento stesso. Sempre le foto potrebbero essere raccolte in cataloghi annuali (tipo Best from Flickr o Instagram) con le foto più belle dei visitatori e raccogliere fondi dalle vendite -regalandone, magari, una copia a chi ha la propria foto pubblicata.

Depositi e archivi, i labirinti della cultura. Sui depositi, invece, il discorso diventa molto più strutturale e il disuso – o dismissione – che se ne fa diventa “criminale”. Un esempio positivo sono le Gallerie di Brera dove molti pezzi sono appesi su grate semovibili che vengono spostate periodicamente per farle vedere da una vetrata. Il fatto anche di lasciare in loco l’opera e di effettuare sempre più spesso restauri “in pubblico” mostra (giustamente) il lavoro preziosissimo e delicato dei restauratori.  Ma sugli archivi il mancato sfruttamento è incredibile.

Si parla di arte “patrimonio dell’umanità”, di arte come “bene comune”, di Stato che deve conservare le opere, di Fondazioni che accedono a fondi pubblici per conservare ed allestire, ma poi la quantità di opere che viene lasciata marcire nei depositi non è fruibile nemmeno in copia digitale! Qual’è allora il mio “patrimonio” se non posso nemmeno sapere in che cosa consiste? C’è il progetto MuseiD-Italia ma ho trovato poco e relativo a realizzazioni locali come Firenze o Venezia (anche se i livelli di fruizione web sono pessimi). Tutte le opere sono coperte dalle norme del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio e dalle norme del diritto d’autore ed a fronte di un accesso abbastanza facile, le richieste di concessione d’uso rislutano molto più ostiche.
La mancata fruizione dei materiali d’archivio genera un buco conoscitivo enorme limitando la diffusione delle stesse opere maggiori, oltre che denotare una totale ignoranza di come il pubblico stesso recepisce le opere e di come queste opere venivano e vengono tuttora prodotte. Si parla spesso di andamento del numero di visitatori ed un’analisi su visitatori e introiti dei musei italiani si può ricavare nel Ufficio Statistico del MiBAC, un sito di rara inaccessibilità, oppure per avere un’impressione generale si può comunque leggere qui oppure dare un’occhiata alle serie storiche sul sito ISTAT Cultura in Cifre.

#openheritage. Mettere a disposizione di tutti, non solo quindi di chi si reca nei musei, copie delle opere dei depositi non solo è un diritto ma è anche la migliore garanzia di sopravvivenza del museo stesso.
Diritto. Se il museo, la fondazione, l’associazione o qualsiasi altra ragione sociale riceve denaro pubblico per pagare allestimento e conservazione, quel denaro è (anche) proveniente dalle tasse: quantomeno legittimo sarebbe vedere cosa finanziano. Il direttore generale, Anna Maria Buzzi, nella visione della Direzione ha individuato tra gli obiettivi

di avvicinare a questo prezioso patrimonio il più alto numero possibile di persone, rafforzando congiuntamente la tutela e la conservazione, due concetti imprescindibili per una corretta valorizzazione. In tale ottica, lo scopo del Ministero è anche quello di creare sviluppo economico per il Paese attraverso un’efficiente promozione del turismo culturale e di tutta la filiera economica ad esso collegata (enogastronomia, hôtellerie, trasporti, editoria, artigianato, edilizia, creatività)

L’apertura online degli archivi riverserebbe una quantità d’immagini immensa che nessun altro Paese sarebbe in grado di pareggiare, tanto più che risponde agli auspici dello stesso Codice all’articolo 6

La valorizzazione consiste nell’esercizio delle funzioni e nella disciplina delle attività dirette a promuovere la conoscenza del patrimonio culturale e ad assicurare le migliori condizioni di utilizzazione e fruizione pubblica del patrimonio stesso,anche da parte delle persone diversamente abili, al fine di promuovere lo sviluppo della cultura

il rilascio di queste stesse immagini con licenze aperte permetterebbe la realizzazione di categorie di prodotti legate a quelle immagini con l’unico obbligo di citare la fonte dell’immagine stessa.
Domanda: si toglierebbe la possibilità al titolare o al proprietario dell’immagine di sfruttarne i diritti per potersi mantenere?
Risposta (polemica): sfido chiunque a darmi un esempio, in Italia, di una fondazione che copre le proprie spese sfruttando il 50% dei ricavi derivanti dallo sfruttamento dell’immagine in esclusiva!

Questo argomento viene usato spessissimo per non rilasciare le copie digitali dei documenti delle opere con licenze aperte, ma poi viene dato lo sfruttamento in esclusiva per 15 anni dell’immagine del Colosseo a Tod’s in cambio del restauro: tutte le schede di restauro, tutti i rilievi, tutte le foto dello stato di fatto e del restauro ultimato, a chi apparterranno? chi ne sarà il beneficiario dei diritti di sfruttamento? Parte di queste domande trova risposta nell’Accordo dove, relativamente a materiale ed ai relativi diritti, al punto 4.1 “Associazione” e al punto 4.2 “Diritti concessi allo Sponsor” e 4.3 “Estensione e durata [...]” si legge che [...]:

concessi all’Associazione e allo Sponsor di cui agli articoli 4.1 e 4.2 del presente Accordo s’intendono concessi senza limitazioni territoriali e, pertanto, sono esercitabili sia in Italia che all’estero.

I diritti concessi all’Associazione avranno durata di quindici anni a partire dalla data di costituzione dell’Associazione, eventualmente prorogabili mediante apposito accordo sottoscritto dalle Parti.

I diritti concessi allo Sponsor decorrono dalla data di sottoscrizione del presente Accordo e si protraggono per tutta la durata degli interventi di restauro e per i successivi due anni.

Siamo sicuri che Tod’s avrebbe rifiutato la sponsorizzazione se, invece di avere in esclusiva le immagini, avesse fatto da referente tecnologico per la digitalizzazione, la pubblicazione e la distribuzione dei materiali attraverso un’infrastruttura informatica condivisa? Chiunque avesse usato quelle immagini magari avrebbe dovuto citare Tod’s tra le fonti…

Materiali artistici: dall’esclusiva alla disseminazione. Iniziare a ragionare fuori dall’esclusività dei diritti d’immagine sui beni culturali permette di lanciare iniziative (anche) commerciali che sfruttano la gamification per controllare il mercato stesso dell’immagini e usare la cessione dei diritti come un sistema di crowdsourcing. La nascita di un settore di mercato legato alle immagini di un determinato fondo d’archivio ne rinnova la possibilità di raccogliere fondi per lo stesso archivio, quantomeno perchè viene citato dalla fonte dell’immagine che finisce sulla tazza della colazione di un bimbo in chissà quale parte del mondo.

Garanzia. Quando si parla di cultura più che mettere mano alla pistola i ragionieri, di qualsiasi livello amministrativo, mettono mano alle forbici! Non è necessariamente un male, perchè raramente lo Stato Italiano si è dimostrato un bravo curatore, se non un bravo manutentore delle proprie opere. Recentemente è uscito pure un libro Kulturinfarkt che magari è troppo estremo, ma una revisione totale di come vengono investiti i denari e gli addetti ai lavori appare opportuna. Il Paese con un patrimonio artistico architettonico immenso si può permettere,  ad esempio, l’esportazione dei propri studiosi all’estero? Come mai avviene questo? Perchè studiare l’arte è tuttora visto come un lusso, uno studio da “ricchi”: seguire gli iter accademici o amministrativi, impone di assistere fino ai 30/35 anni il cattedratico di turno; lavorare per una fondazione significa non ricevere nemmeno il rimborso dei biglietti del bus; scrivere sulle riviste significa cedere tutti i diritti dei propri scritti oppure lavorare con gli allestitori che non assumono nemmeno a progetto. Abbiamo musei che cadono a pezzi, siti archeologici abbandonati, ma non abbiamo soldi per pagarne la conservazione. Abbiamo archivi semi abbandonati, con un patrimonio inestimato che non viene usato in nessun modo perchè nessuno conosce usurando quelle già note. Liberare dai diritti d’immagine le riproduzioni delle immagini delle opere ne permetterebbe l’uso commerciale e da esso la possibilità di far riscoprire opere e artisti che pochi conoscono.

Un esempio di questo tipo è Michelangelo Merisi da Caravaggio che per circa tre secoli era “scomparso” dai circuiti per riemergere a primi del novecento grazie a Longhi. Ora le tecnologie ci consentono di allestire mostre con relativi spazi espositivi molto più informali se non temporanei, dove la liberazione delle immagini può sviluppare l’abbinamento di forme artistiche affini ma usate in contesti diversi: ad esempio l’intrattenimento e l’arredo urbano attraverso immagini d’archivio con il vjing.  Ci guadagnano gli artisti, ci guadagnano gli studiosi d’arte che avrebbero il ruolo di setacciatori e valutatori di archivi, ci guadagnano le persone che si distaccano dalla deformazione dell’arte e la sua trivializzazione fatta dalla pubblicità.
Aggiungiamo pure che una buona digitalizzazione degli archivi incentiverebbe gli studi dall’Estero gettando delle ipotesi di ricerca che poi potrebbero essere approfondite in loco… si chiama turismo accademico ed oggi avviene molto spesso all’insaputa delle Amministrazioni o delle Istituzioni locali. L’esposizione degli archivi potrebbe generare un’ “importazione di cervelli” dopo le grandi fughe?

Lo scopo, in conclusione, non è educare, ma puntare sul nostro tesoro e sul ricordo della nostra creatività in attesa speranzosa che rifiorisca una nuova. In questo ci sono ottimi segnali dalla street art ma un sistema così rigido e burocratico impedisce il vero riconoscimento di un uso delle immagini sia artistico che urbano. Pertanto deve crollare il desiderio (gentiliano) di educare all’arte e puntare sulla simpatia – σύν + πάϑος - con l’arte. Non si può educare al risultato di una passione creativa, ma diventarne amici, complici, amanti.

epilogo. Le due amichette, a pranzo, sulla tovaglietta hanno disegnato due rettangoli e li hanno popolati di animaletti strani e piccoli… nonostante i vincoli, le opere di Miró avevano compiuto la loro missione.

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