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Se Apple guarda all’Estremo Oriente

Se Apple guarda all’Estremo Oriente
4 minuti di lettura

Sembra facile giudicare un’azienda dai suoi prodotti, e dalla politica commerciale che adotta; e in parte lo è. Se questa però risponde al nome di Apple, la faccenda si complica; perché nella testa delle persone esiste (ancora) l’immagine della start-up nata negli anni Settanta dalla voglia di cambiare il mondo e fare denaro di tre giovani (poi due: Steve Jobs e Steve Wozniak). E i successi legati a iPod prima, iPhone e iPad in seguito, sarebbero dovuti alla fortuna, o all’infantile innamoramento degli utenti della mela mordicchiata per qualunque prodotto sfornato da Cupertino.

Quest’anno abbiamo avuto la prova che la start-up non c’è più da un pezzo, e al suo posto vive un colosso che desidera adottare una strategia globale e aggressiva.

Tutto questo non è accaduto solo con la morte di Steve Jobs, ma soprattutto con le ultime decisioni di Tim Cook, il nuovo amministratore delegato (o Ceo come si dice per darsi un tono). Costui ha già dimostrato di avere le idee chiare, e la determinazione necessaria per attuarle. Dal punto di vista della trasparenza, per esempio: Apple con altre realtà quali HP, Intel, Philips, fa parte del progetto “Enough“, per assicurare che le materie prime utilizzate nei suoi dispositivi non provengano da zone del mondo coinvolte in conflitti. C’è stato poi l’annuncio del versamento di dividendi ai propri azionisti, pratica sempre osteggiata da Steve Jobs.

Ma lo stravolgimento dell’organigramma interno dello scorso mese di ottobre ha colto di sorpresa tutti. Non ci si attendeva affatto che potesse succedere, ma si immaginava che la stabilità del management della società fosse la garanzia di un avvenire sereno e tranquillo. Ma il mondo gira, cambia, la crisi morde e… l’Europa diventa importante nei bilanci di Apple.

Via Scott Forstall e John Browett. Il primo, responsabile della scarsa qualità dell’applicazione Mappe, si sarebbe rifiutato di firmare la lettera di scuse (arrivata certo, ma da Tim Cook). Il secondo, alla guida degli Apple Store, ha fallito nella riorganizzazione dei negozi. Non solo epurazioni (mitigate da complimenti, elogi, felicitazioni, auguri…).

Le promozioni, se vogliamo chiamarle in questo modo, sono in realtà l’esempio più evidente dell’idea che Tim Cook ha di Apple. E per questa ragione ha creato un gruppo di potere forte e snello. Soprattutto snello. Cosa è accaduto in Apple? Partiamo dai fatti per cercare di darne un’interpretazione corretta, o almeno originale.

Jonathan Ive si occuperà di interfacce utente (non solo di design, come ha fatto sino a ora). Tra lui e Forstall (sostenitore dello skeuomorfismo) c’era stata qualche frizione in passato. Craig Federigi avrà la responsabilità del software, mentre Bob Mansfield avrà quella dell’hardware. Eddy Cue infine, l’uomo che risolve i problemi (fu lui a risolvere il mezzo disastro di MobileMe), si prenderà cura anche di Plans e Siri, eredità di Forstall.

Non ci troviamo di fronte a degli avvicendamenti normali, ma a una mossa realizzata seguendo un’idea precisa di sviluppo. E il cuore di questo sviluppo si chiama “Asia”. L’Europa è troppo inguaiata in una recessione che per anni garantirà a Apple solo profitti mediocri. Asia vuol dire Cina soprattutto, e una cultura che per essere conquistata richiede da parte del conquistatore un atteggiamento differente. Forse l’iPad mini, e il rinnovamento dell’iPad, a pochi mesi dalla presentazione del nuovo modello (avvenuto a marzo), rappresentano l’avvisaglia di una strategia più aggressiva; ma rivolta all’Estremo Oriente. La Cina è una nazione sensibile al design dei prodotti (ma al momento incapace di crearne di propri con un design almeno decente): basti riflettere a come sono accolti i prodotti italiani. A come sono copiati.

Apple ritiene però che non sia sufficiente la qualità del suo design, ci vuole qualcosa d’altro. La Cina cambia: prima produceva e basta, adesso vuole produrre meglio. È affamata di novità, le insegue e le cerca, desidera capire, conoscere e assimilare. E consumare, soprattutto. Accadeva qualcosa del genere nel dopoguerra, proprio in Italia. Il desiderio di possedere gli ultimi ritrovati della tecnica e della tecnologia, non era solo per migliorare la vita quotidiana. Ma per mostrare che si è abbandonato uno stile di vita, e se ne è abbracciato un altro: sbagliato? Può darsi, ma è accaduto e accade di nuovo.

Un rinnovo più ravvicinato dei dispositivi iOS durante l’anno potrebbe essere una carta da giocare per conquistare un mercato dove i consumi familiari sono solo un terzo del P.I.L, ma questo dato è considerato dagli economisti non sostenibile (Vedi l’approfondimento a cura dell’ISPI: “L’economia cinese cresce velocemente. Ma sarà abbastanza?“). Il Governo di Pechino ne è consapevole e farà la sua parte per incrementare la domanda interna; evitando gli eccessi degli Stati Uniti che con il loro sostegno folle al consumo interno, hanno innescato la crisi.

Proseguire nella politica di “Un nuovo iPad all’anno” significherebbe rischiare di venire spinti ai margini di un mercato che comunque nel 2012 crescerà “solo” del 7%.

All’interno di Apple questi elementi sono ben chiari. La gerarchia deve essere “corta” ed efficiente, per permettere all’azienda di agire in fretta, e mostrarsi pronta a cogliere segnali, opportunità e sfide da un mercato comunque muscoloso. Che da questi mutamenti possa derivare il successo sperato è un altro discorso sul quale nessuna persona al momento può arrischiarsi in previsioni azzardate. Vedremo i prossimi mesi come evolverà l’economia.

Foto del profilo di Marco Freccero
è stato per anni Web Editor del sito ilMac.net. Ha curato per BuyDifferent numerosi libri elettronici, firmato articoli di opinione, e decine di recensioni su software e hardware dedicato alla piattaforma Mac. Vive in provincia di Savona, e quando non sviscera gli aspetti più o meno nascosti del sistema operativo di Apple, cura il suo blog personale dove non parla di Mac: http://marcofreccero.wordpress.com/

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