10 dicembre 2012, obiettivo Open Government

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27 novembre, 2012
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Il 10 dicembre si tiene in Italia il meeting europeo dell’Open Government Partnership, l’iniziativa multilaterale che “ha l’obiettivo di ottenere impegni concreti da parte dei Governi per la realizzazione di azioni finalizzate all’apertura e alla trasparenza della Pubblica Amministrazione”. A che punto è il nostro Paese, dopo la sua adesione di un anno fa? E cosa ci si può aspettare dal decreto Crescita 2.0 il cui esame prosegue lento al Senato?

Un primo bilancio verso l’Open Government
Il 10 dicembre l’Italia ospita il terzo meeting europeo dell’Open Government Partnership. Un’occasione importante per il nostro Paese per confrontarsi su quanto fatto rispetto agli impegni intrapresi e quanto ancora da fare, sia verso gli obiettivi generali dell’Open Government Partnership (OGP) sia rispetto a quanto già avviato negli altri Paesi che aderiscono all’iniziativa. Un’occasione anche per fare il bilancio di un anno di adesione (l’Italia ha aderito ad ottobre del 2011).
Leggendo il piano di azione italiano si ha l’impressione di un documento che poteva essere più ambizioso, e che invece sembra più orientato a cercare di valorizzare le poche iniziative realizzate negli ultimi due-tre anni nelle aree dell’Open Government. Gli obiettivi che dovrebbero essere perseguiti dai Paesi che aderiscono all’OGP si declinano in termini di trasparenza, partecipazione, collaborazione:
- “trasparenza: la PA dà l’accesso alle informazioni, migliora l’accountability per contrastare la corruzione e le inefficienze e crea opportunità di crescita;
partecipazione: la PA dialoga con la società civile generando politiche pubbliche informate e efficienti e processi decisionali condivisi;
collaborazione: la cooperazione tra PA, cittadini imprese e organizzazione della società civile per creare nuovi Servizi e condividere le politiche pubbliche”.

Il piano di azione italiano include diverse azioni definite sul fronte della trasparenza (soprattutto in termini di dati aperti), molto poche sul fronte della partecipazione e della collaborazionequalche esempio di consultazione, qualche social network, molti esempi di richiesta di feedback, ma di veri meccanismi di partecipazione, nulla. Ed in effetti, a distanza di cinque mesi dal piano di azione, si nota come i progressi siano soprattutto connessi ai provvedimenti inseriti in tema di Dati Aperti nel decreto-legge Crescita 2.0 attualmente (e lentamente) in esame al Senato. Un decreto-legge che sul fronte della trasparenza permette di fare rilevanti passi in avanti, meno su quelli della partecipazione e della collaborazione, dove non vengono definiti meccanismi e processi strutturali. Viene soltanto citata la possibilità di “consultazione”, senza specificarla e definirla in modo che sia chiaramente delineata nelle forme e nell’efficacia. E non si prevede nulla in ambito di partecipazione ai processi decisionali. In un periodo come quello attuale, in cui la distanza tra politica, governo e società civile è avvertita come drammaticamente sempre più difficile da colmare, la mancanza di una strategia complessiva sull’open government è una delle carenze gravi che il nostro Paese deve riuscire a superare.
In questo senso, il piano di azione e il decreto-legge diventano specchio di una classe dirigente che non riesce a mettersi in discussione e ad aprire all’ascolto attivo ma, soprattutto, di una difficoltà a comprendere come i fenomeni di partecipazione non siano soltanto “eticamente da favorire” ma soprattutto“economicamente utili”importanti per far sì che le politiche pubbliche possano godere della ricchezza dei contributi dei cittadini, oltre che essere in un percorso di condivisione e di negoziazione già nei suoi primi passi. E quindi con una possibilità di efficienza ed efficacia molto maggiori. Ma se la situazione è questa, e la resistenza della classe politica e governativa rimane elevata, quali sono le azioni che la “società civile” può porre in atto per premere e richiedere con maggiore forza che si proceda con decisione sul fronte dell’Open Government?

Il ruolo della società civile
La convinzione sempre più diffusa tra chi opera per promuovere l’Open Government è che la società civile debba coordinarsi con le istituzioni in modo da avere la forza adeguata per sostenere una reale spinta verso la trasformazione necessaria richiesta per il governo aperto. Negli ultimi giorni sulla piattaforma Ideascale si sta svolgendo un interessante dibattito sulle proposte da presentare al meeting OGP e sono emerse delle idee interessanti che vanno nella direzione di proporre un ruolo attivo e di pungolo delle organizzazioni della società civile. Una di queste è quella lanciata per la definizione di un “Manifesto per la trasparenza delle ONG”, che punta a far sì che la trasparenza e la partecipazione non siano soltanto delle parole d’ordine di proposta e di richiesta verso le amministrazioni pubbliche, ma che diventino abito culturale delle organizzazioni, naturalmente rispetto alle loro specificità e ai diversi contesti, soprattutto quando operano nel campo del sociale e si propongono come promotrici di cambiamento.
In qualche modo, la via che sembrano indicare queste iniziative è quella diinnescare un cambiamento culturale profondo che renda “normale” l’applicazione dei principi di trasparenza, partecipazione e collaborazione e un’eccezione da giustificare la loro non completa attuazione. Diventa allora necessario “educare” i cittadini ad acquisire come dovuti i principi dell’open government, e creare le condizioni perché siano in grado e in diritto di pretenderli. Non si tratta solo di favorire un diverso atteggiamento. L’altro elemento, essenziale, è l’alfabetizzazione (anche digitale) dei cittadini. Alfabetizzazione alla partecipazione, sia rispetto alle regole e agli strumenti, ma anche all’esercizio della pratica della condivisione, in modo da acquisire le competenze essenziali peressere protagonisti delle comunità intelligenti che con fatica si iniziano a configurare. Per questo non bisogna stancarsi di pretendere un impegno serio dello Stato perché davvero si creino le condizioni per lo sviluppo, una delle quali è la definizione di un programma nazionale di alfabetizzazione digitale. Ci sono emendamenti su questo punto in discussione al Senato. L’auspicio è che il governo si impegni, anche per coerenza con la sua adesione all’OGP, a colmare questa (intollerabile) mancanza.

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