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(Open) data journalism: il futuro abita qui

Scritto da:     Tags:  ,     Data di inserimento:  24 novembre, 2012  |  commenti
24 novembre, 2012
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Si è sviluppato a mano a mano che nel mondo venivano aperti archivi e venivano rese disponibili banche dati, pubbliche o private che fossero. Per convenzione lo chiamiamo (open) data journalism, ma potremmo anche chiamarlo journalism e basta, visto che il buon giornalismo ha sempre richiesto verifiche incrociate e nulla è più preciso e degno di fede di dati attendibili. Si tratta di prendere i dati, estrapolare da loro informazioni utili per comunità più o meno grandi ed elaborare quelle informazioni in tabelle, grafici e mappe: se fatto bene, il risultato è pari – e a volte superiore – a quello di una “tradizionale” inchiesta giornalistica.

Messi da parte i facili entusiasmi, sulla strada del data journalism, ci sono però un paio di ostacoli che devono essere superati (e l’esercizio non è sempre facile) per offrire un’informazione di qualità.

1. Il primo è la preparazione dei giornalisti, una delle categorie paradossalmente meno abituate (fortunatamente con non poche pregevoli eccezioni) all’aggiornamento professionale. Fare data journalism significa impadronirsi di strumenti di analisi e sintesi perlopiù nuovi e sconosciuti fino a pochi anni fa. Poco male, si tratta soltanto di una questione di tempo, di sostituzione di alcuni vecchi e pigri professionisti con nuovi colleghi (e non è soltanto una questione anagrafica). Non solo: il giornalismo ormai si fa anche al di fuori degli spazi tradizionalmente deputati a questo (le pagine dei giornali, le trasmissioni radio o tv, i siti internet collegati a testate cartacee o televisive) e lo spazio per il buon data journalism aumenta. Chi volesse approfondire l’argomento può iscriversi a due stimolanti gruppi italiani, aperti a coloro che richiedano l’accesso: datajournalismitaly e spaghettiopendata (interessante anche se focalizzato su argomenti solitamente extragiornalistici, almeno in senso stretto). Guido Romeo, Maurizio Napolitano, Elisabetta Tola, Andrea Fama e Francesca Sensini sono soltanto i primi cinque nomi che mi vengono in mente – ma sono ingiusto perché ne mancano parecchi e a loro chiedo scusa – di giornalisti che anche in Italia hanno imboccato la strada (da noi ancora pionieristica) del data driven journalism. Naturalmente di un giornalismo di alto livello: quello improvvisato e impreciso interessa sempre meno ai lettori, che abbia o no il prefisso data.

2. La disponibilità dei dati è un altro aspetto non trascurabile. In Italia sono sempre più le pubbliche amministrazioni che aggregano e rendono pubblici i dati in loro possesso, ma esistono ancora molte resistenze per mettere a disposizioni informazioni che altrove sono accessibili da tutti. Non tanto e non solo per colpa di burocrati poco illuminati, ma anche per un’arretratezza normativa: la legge 241 del 1990 (modificata dalla 15 del 2005) stabilisce che soltanto coloro che hanno interessi diretti, concreti e attuali possano accedere agli atti amministrativi. Il Freedom of Information Act statunitense o britannico, che permette l’accesso a chiunque, sulla base del principio secondo cui un cittadino può accedere alle informazioni in possesso delle pubbliche amministrazioni, in Italia per adesso è soltanto un sito internet.

Fortunatamente esistono già buone pratiche di data journalism in giro per l’Europa e per il mondo, in grado di offrire ottimi esempi a giornalisti e cittadini che volessero prendere esempio e cimentarsi. Una bibliografia anche soltanto parziale è impossibile: guardate i lavori che fa il New York Times, per esempio, guardate Pro Publica, guardate il Datablog del Guardian o il blog di Le Monde o il lavoro, intitolato “Tell-All Telephone”, con il quale Zeit Online ha vinto nel 2011 il premio dell’Online News Association per la “Outstanding Informational Graphic or Data Visualization”, tracciando gli spostamenti di un deputato tedesco. Zeit Online è andata anche oltre e ha annunciato proprio ieri che metterà a disposizione l’API di alcuni suoi lavori, così come hanno già fatto negli anni scorsi il Guardian con la sua Open Platform, il New York Times con il Developer Network, la Associated Press, la Reuters e la Npr (la radio pubblica statunitense): aperture che per  imprese private (parzialmente private nel caso di Npr), che non sono social network e teoricamente avrebbero, ragionando all’antica, tutto l’interesse a trattenere per sé quelle informazioni, sono una vera rivoluzione.

Guardate i lavori di Zeit Online e di altri professionisti e prendete spunto per fare i vostri, vien da dire ai giovani giornalisti attuali. Ma seguite la vostra strada e fateli diversi, naturalmente.

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