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Dall’elaborazione al concetto e l’uomo disincarnato

Dall’elaborazione al concetto e l’uomo disincarnato
5 minuti di lettura

Ciò che vedi è cio che è.

Susan Greenfield riassumeva così l’approccio verso il mondo visto da un schermo. Se non fosse abbastanza chiaro, rincara la dose:

Screen thinking is strongly sensational, short in span, has no conceptual framework, no metaphors and favors process over concept.

Preferisce l’elaborazione al concetto… ammetto che questa frase mi ha turbato. Ho ripensato, così, alla mia capacità di concentrazione su un testo da quando faccio uso intensivo dei social ed ammetto che si è fatta molto più discontinua.

Come se il link messo su twitter o facebook prendesse forma solo nel momento in cui viene condiviso, visto, commentato; alla lunga genera ansia di presenza (ma quasi mai di prestazione). Lo stesso flusso interiore si conforma ad uno spam interiore.

In un momento in cui i dati cominciano ad assumere la consistenza di cluster cognitivi ed il web semantico comincia a porli in relazioni dinamiche, elaborazione e concetto potrebbero subire un trasferimento anche nella modalità machine-readable?

La nostra capacità cognitiva sarà sempre più prossima all’elaborazione in quanto condizionata dall’automazione?

Il nostro pensiero potrà ancora raggiungere l’astrazione del concetto?

Nel 1970 Marshall Mcluhan (la cui psiche tendeva all’autismo) concepì “l’uomo disincarnato“. Douglas Coupland lo descrive così:

l’uomo disincarnato è un essere umano elettronico scollegato dal suo corpo (processo definito anche “angelismo“) ormai abituato a parlare al telefono con altre persone a un continente di distanza mentre la tv gli colonizza il sistema nervoso centrale. L’uomo disincarnato è ben felice di essere asincrono, nonché dappertutto e in nessun luogo: è un modello informativo che abita un mondo cyberspaziale di immagini e modelli informativi.

La visione è abbastanza paranoica, ma se si colloca in un contesto cristiano cattolico, quale era quello di Marshall Macluhan, allora si riesce a comprendere meglio la suggestione. Paolo nella prima lettera ai Tessalonicesi (5,23) scrivendo che:

Il Dio della pace vi santifichi fino alla perfezione, e tutto quello che è vostro, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo.

ci pone di fronte ad una tripartizione che nella vita “digitale” viene ad essere tagliata in tre parti escludendone una: il corpo. La non partecipazione del corpo alla presenza digitale genera una comunicazione incentrata prevalentemente sullo scritto (ancora per poco) e successivamente sulla riduzione bidimensionale della riproduzione video del corpo: quindi una sua proiezione.

In questo contesto si comprende l’ansia di Mcluhan, ma oggi cosa comporta?

Innanzitutto questa “mutilazione” è evidente nell’incapacità diffusa di percepire la presenza in un social network come una presenza consistente e visibile da tutti, invisibili a loro volta. La stessa trasposizione della parola “amici” in “contatti” comporta la non-necessità di conoscere di persona o di avere una relazione “tattile”.

Tutto questo, però, non vuole essere l’ennesima analisi sulla dualità reale-digitale!

Personalmente mi interessa poco, ma mi incuriosisce come questa condizione di “disincarnamento” possa influire nella stessa progettazione dell’automazione e nell’architettura dell’informazione.

L’unicità tripartita corpo-anima-spirito, la percepisco in un’intervista a Faggin di Antonio Spadaro:

Professor Faggin, lei ha lavorato prima sul microprocessore, il cuore del pc, poi su touchpad e touchscreen…

«Il cuore e la pelle, sì».

Ora si occupa della sua «anima».

«Di consapevolezza. Verso la metà degli anni ’80 mi ero interessato alle reti neuronali, si cominciava a capire qualcosa di come funziona il cervello umano e su quella base mi sono buttato in questa nuova direzione per cercare di realizzare un nuovo componente informatico di tipo “cognitivo”: l’idea era quella di costruire un computer che impara da solo e quindi potrebbe evolvere come un sistema vivente. Quello che conosciamo oggi non impara niente, è una macchina che, semplicemente, fa perfettamente e molto velocemente ciò che gli si dice di fare».

in questo estratto appaiono nelle loro manifestazioni contestualizzate: microprocessore (anima, in senso paolino), touchscreen (corpo), reti neuronali (spirito).

Sempre Paolo nella prima lettera ai Corinzi (15, 54):

Quando poi questo corruttibile avrà rivestito incorruttibilità e questo mortale avrà rivestito immortalità, allora sarà adempiuta la parola che è scritta: «La morte è stata sommersa nella vittoria».

mi riporta al tema del “disincarnato”, perché ho l’impressione che se la non partecipazione del corpo – al manifestarsi digitale – è un fenomeno percepito, la trasposizione del corpo stesso in una incorruttibilità digitale è forse più sottile. Questo mi viene suggerito da modelli estetici sempre più astratti e il ricorso a manipolazioni delle immagini rappresentanti corpi o fisicità.

Se prima l’obiettivo era la correzione degli errori, ormai sia la chirurgia che photoshop hanno concretizzato la rappresentazione di un corpo incorruttibile al livello stesso del dato digitale.

Il rischio della deformazione della propria fisicità si potrebbe riflettere nella necessità di creazione di schemi che sempre più approfondiscono il livello di automazione, producendo non tanto la “rivolta delle macchine” ma il graduale travasamento della coscienza e della consapevolezza dalla persona alla macchina, alla tecnologia.

E’ per questo che condivido chi sta facendo battaglie sulla consapevolezza; perché il “disincarnamento” potrebbe comportare un sorta di individualismo degenerato in un individuo alieno dalla sua consistenza corporea e rappresentato dall’inconsapevole aggregazione di dati archiviati nei server dei social network e dei motori di ricerca.

Questo stesso processo degenerativo lo si può osservare nella complicazione burocratica ormai irrefrenabile che rischia di estendersi alla sua trasposizione digitale: il tentativo di rendere asettico ed oggettivo un atto amministrativo l’ha solo caricato di arrovellamenti che escludono la persona stessa nelle sue istanze reali.

Quindi, come uscirne? Non lo so…

ma

Inserire la progettazione e la riflessione stessa della conoscenza in ottica escatologica in cui l’orizzonte ultimo è rappresentato dal massimo grado di condivisione, allora non ha importanza l’ambito dell’applicazione ma il termine del processo, dell’elaborazione.

Se l’elaborazione tende al concetto di condivisione, allora, la stessa struttura digitale sarà non più opera dell’uomo disincarnato, ma dell’uomo che pensa a se stesso come un hub dotato di senso – solo se relazionato nella sua interezza.

Foto del profilo di Luca Corsato
maturato scientifico, studiando architettura mi sono appassionato alla teologia, storia dell'arte e pittura; dalla pittura sono passato al digitale e all'opensource prima per necessità poi per studio. Affascinato dalle dinamiche produttive delle comunità open mi occupo di opendata riferiti a beni culturali e artistici (o almeno ci provo) e di openknowledge (e un pizzico di wiki*)

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